Eraldo Baldini: recensione del romanzo ” La palude dei fuochi erranti “

 

FUOCHI

TRAMA

Anno del Signore 1630. A Lancimago, villaggio perso tra campi e acquitrini, gli abitanti aspettano con angoscia la peste che si avvicina. Per prepararsi al peggio, i monaci della vicina abbazia decidono di preparare una fossa comune. Ma durante i lavori di scavo trovano numerosi scheletri sepolti in modo strano, con legacci intorno agli arti e crani fracassati. La memoria collettiva non sa dire chi siano e i frati più anziani, interrogati, rispondono con un muro di reticenza e silenzio. Mentre, con poteri di commissario apostolico, arriva monsignor Diotallevi, incaricato di allestire i cordoni sanitari per contenere il contagio, nelle paludi nebbiose, nei poderi smisurati e nelle boscaglie intorno cominciano a succedere cose inspiegabili e inquietanti: fuochi che paiono sospesi nell’aria, animali scomparsi, presunti untori che si aggirano tra le vigne. «È opera del Demonio» dicono i paesani, e subito cercano streghe e fantasmi da combattere; ma c’è anche chi a Satana si rifiuta di credere, e in nome della scienza perlustra i terreni a caccia di risposte. Eraldo Baldini ci trascina in un mondo sospeso tra religiosità e superstizione, tormentato da paure ancestrali, in cui è impossibile distinguere il naturale dal sovrannaturale, i giusti dai colpevoli, i carnefici dalle vittime.

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

Novembre richiama i morti come una carcassa, gli avvoltoi e “ La palude dei fuochi erranti”, questo il titolo del romanzo a sfondo storico di Eraldo Baldini, vede il protagonista in lotta con se stesso e il suo passato più che per il male intorno che lo avvolge come in una morsa, un passato che non dimentica e non c’è corazza che lo protegga.

La storia prende da subito una nota annichilente, tra i morti di una fossa comune che lasciano lo sgomento iniziale della sorpresa.

 Monsignor Diotallevi ha una personalità forte e volitiva, è freddo, prepotente e arrogante, un uomo che vive al di sopra del bene e del male, ma sulla culla dei ricordi, il cambiamento si avverte fra le righe, al richiamo di una sana e cinica freddezza, e fugge, senza troppo riuscirvi, ai fantasmi degli anni innocenti.

Egli, nei suoi pensieri retti e severi, nell’austerità delle sue azioni, del suo dire e del suo fare, mostra una fede incondizionata e inconscia estranea persino alla sua stessa logica. Il romanzo non si addentra nel tema della peste essendo quasi un riflesso che da sfondo alla narrazione, piuttosto si articola in una rete psicologica fra chi sa, chi non sa e chi non vuol sapere.  

Narrazione lenta e suggestiva, ricca di descrizioni e particolari che non lasciano niente al caso. Nel romanzo di Baldini, il male si annida nell’inganno verso il prossimo, nella cupidigia vestita da superstizione, nella scaltra intolleranza verso coloro che non hanno difese, negli inganni di una cattiveria che sfida persino una piaga silenziosa e terribile come la peste e la morte, puntuale come un giustiziere improbo.

Un romanzo che lascia nell’immaginario, una sensazione di incerta intimità nei confronti di un personaggio che vive la sua posizione come una scappatoia sicura e a volte impervia.

 

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