Storie dell’altra favola: Chi ha paura di Cappuccetto Rosso?

 

Racconto fantasy di Iana Pannizzo in collaborazione con Sara Schirò

CHI HA PAURA DI CAPPUCCETTO ROSSO?

Tutti conoscono cappuccetto rosso, la dolce bimba che andava a trovare la nonna imbattendosi nel lupo cattivo…quel lupo feroce che faceva paura e voleva mangiarla e che fu ucciso dal cacciatore. un cacciatore dall’animo temerario passato di lì per caso… voi ci credete al caso?

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Il cacciatore accompagnò fino alla locanda del paese la nonna e cappuccetto rosso. Era un bell’uomo di cinquanta anni, con folti capelli neri e ricci e due occhi che sembravano braci ardenti, neri come la pece e una bocca sottile sotto la barba incolta. Forte, affascinante e temerario. Era il sogno proibito di tante giovani donne.

Stava venendo buio, doveva far presto. 

Quando fu di ritorno alla foresta, sperò che il lupo fosse ancora li, di certo non riverso su se stesso sulla terra umida, ma comunque lì ad aspettarlo. Tornato nel bosco, oltre il ponte e il torrente, aprì cautamente la porta della casa della vecchia ed entrò. Ogni stanza e soprattutto la cucina, sapeva di erbe fresche e aromatiche, di spezie dall’odore pungente e di segreti di cui nessuno era a conoscenza. Entrò. Il lupo che aveva finto di uccidere era li, stava rovistando tutto, in ogni cassetto, in ogni mensola, persino negli armadi, ma niente.

– Come stai, fratello?- Chiese il cacciatore battendo sulla spalla del lupo che al calar del sole aveva ripreso le sue sembianze umane naturali.

– Le hai portate alla locanda?

-Si, William. Ho detto loro che per stanotte sarebbe stato più prudente rimanere al sicuro.  Dobbiamo sbrigarci, lo hai trovato?

– No. Quella maledetta vecchia strega deve averlo portato con sé. Ero ad un passo così Ettore…ad un passo così dall’ottenerlo e la mia vita forse sarebbe tornata normale.

– Non ti angustiare fratello mio. Lo troveremo e poi, se vuoi, la uccideremo.

– Non voglio ucciderla, lo sai. Non potrei mai e poi farei soffrire la nipote, non ha altri che lei da quando la madre è morta.

– Cosa t’importa della nipote? Non dirmi che sei innamorato di quella ragazzina.

– Ci siamo incrociati diverse volte dopo il tramonto… dai, andiamo via da qui prima che ci trovi qualcuno, non si sa mai.

 

Ursula conservava gelosamente lo specchio della nonna. Da lei aveva appreso il segreto di quell’oggetto magico, di quanto fosse pericoloso il desiderio di un amore eterno.

Quel giorno in cui furono portate alla locanda da Ettore il cacciatore, sua nonna Erminia, le raccontò ogni cosa. Aveva rubato lo specchio al lupo, che non era affatto un lupo.

– Hai avuto paura nonna ?- Le chiese cappuccetto rosso.

– Vieni qui piccola, siediti vicino a me. E’ giusto che tu sappia la mia storia.

Ursula sedette accanto alla nonna in quella stanza disadorna.

Lo sguardo di Erminia sembrò andare lontano, in un tempo sperduto fra la memoria e i ricordi. Prese le mani della nipote tra le sue e sorrise. Abbozzò un sorriso amaro, pieno di rimpianti, di amarezza, di amore perduto e di rassegnazione.

-Vedi bambina mia….il lupo non è sempre stato un lupo. Lui era un uomo. Un uomo bellissimo di cui ero perdutamente innamorata.

Erminia sospirò e adagiò il suo corpo curvo allo schienale della poltrona. Chiuse gli occhi e attese che i ricordi rivivessero dentro di lei come se fossero stati vissuti solo poco tempo prima. Non tardarono a suscitare le forti emozioni della colpa di un amore giovane e immaturo. Una lacrima scese lungo il viso rugoso. Ursula la osservava con la curiosità dei suoi quindici anni in silenzio, in preda alla curiosità. Improvvisamente dentro di lei s’insinuò un forte dubbio che la fece impallidire.

– William era il figlio di un uomo che sapeva di arti magiche e un giorno mi mostrò uno specchio magico in grado di esaudire a ogni plenilunio qualsiasi desiderio. Mi disse entusiasta di volere rimanere giovane per sempre, mentre io volevo invecchiare insieme a lui. Ebbi paura di perderlo. Mi disperai per settimane, mesi, finché una sera di plenilunio in preda ad un’accecante gelosia glielo rubai con l’inganno e lo maledissi a una semi vita eterna. Di giorno lupo. di notte umano. Avevo rovinato tutto. In preda alla paura e al senso di colpa fuggii via portandomi dietro lo specchio. Passarono gli anni e invecchiai. Lui rimase giovane come allora ma costretto a una vita vissuta a metà.

– Però sei tornata qui, in questo paese. Sapevi che avrebbe tentato di ucciderti.

– Lui vuole lo specchio, Ursula. Non mi avrebbe ucciso senza prima recuperarlo.

-Nonna…ma adesso è morto. il cacciatore lo ha ucciso.

–  Non credo proprio.  Il cacciatore è suo fratello Ettore che allora era un bambino in fasce.

 

Ursula si guardò allo specchio. Negli ultimi dieci anni era vissuta accanto a quella nonna che aveva amato e odiato allo stesso tempo. Erminia aveva trovato asilo presso un convento di suore e li aveva finito i suoi giorni, tra un pasto caldo e un letto comodo.

Ma adesso era tempo di tornare.

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Quando il figlio del fornaio fu trovato morto ai margini della foresta, gli abitanti del villaggio decisero di dare la caccia ai lupi. Avevano cominciato a vivere nella paura da quando il bestiame di molti fattori era stato massacrato. Pecore, galline, persino qualche cane. Gli ululati riecheggiavano nel buio della notte facendo rabbrividire di paura chiunque, soprattutto le donne sole e gli anziani poiché in caso di attacco alla loro persona non avrebbero avuto la forza di difendersi. William sapeva che i lupi si muovevano di notte per cacciare, ma lui a quelle ore era un essere umano mentre di giorno rimaneva nascosto in un nascondiglio sul retro della casa ormai vuota da tempo, della vecchia Erminia. Così quella sera, tutti gli uomini si erano radunati alla vecchia osteria del centro per discutere il da farsi, su chi sarebbe andato ad affrontare quelle bestiacce pericolose e chi invece sarebbe dovuto rimanere in paese a difendere le abitazioni in caso di attacco.

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William e suo fratello Ettore ascoltavano in silenzio il fermento  e il vociare degli animi focosi e temerari e quasi ubriachi e nessuno a parte l’oste, notò la ragazza entrata in silenzio e sedutasi in un tavolo in disparte, in fondo,  ordinando subito da bere. William la riconobbe subito.  Erano passati dieci lunghi anni ma quella ragazzina ormai donna, non sembrava essere cambiata. Gli occhi verdi e intensi e lo sguardo assorto come se intorno  non ci fosse nessuno tradiva un cipiglio forte e volitivo. Ebbe l’impressione che si portasse addosso il freddo dell’inverno e la solitudine di un camposanto abbandonato. Perché quella ragazzina ormai fatta donna era tornata? Non aveva saputo più nulla di lei, così come di sua nonna. Gli ultimi dieci anni li aveva trascorsi a nascondersi tra i boschi e la casa del fratello. Ettore chiamò il ragazzo col grembiule sporco e ordinò altri due boccali di buona birra, a malapena si accorse di Ursula.

– Cosa stai guardando fratello?-

– Guarda chi c’è, Ettore .

Ettore , che si apprestava alla vecchiaia mise a fuoco quella figura solitaria. Dieci anni avevano reso Ursula una bellissima donna. Sarebbe stata irriconoscibile se non fosse stato per quel mantello e quel cappuccio.

Irriconoscibile per tutti ma non per William che non riusciva a staccarle gli occhi di dosso.

– Devo andare a parlarle. Devo sapere ogni cosa..

– Non fare idiozie William. Non sai niente di quella ragazza.

Era vero. Non sapeva niente di lei a parte il fatto che fosse la nipote di Erminia e la strana attrazione che aveva reso unici e magici quelle ore passate a chiacchierare nel bosco dieci anni prima. Già da allora si amavano e non lo sapevano.

–  Non lo sai che è pericoloso per una giovane donna stare tutta sola in un posto come questo? Posso sedermi?

Ursula gli fece un breve cenno di assenso e lui sedette al suo tavolo in quell’angolo di sala.

– Ciao Ursula.. è bello poterti rivedere

Ursula gli sorrise come se il tempo fra non fosse mai passato e riconobbe anche quell’uomo dai capelli ormai candidi e la barba incolta, gli occhi scuri come la notte che la guardavano con freddezza e sospetto.

– Quell’uomo lo conosco. E’ il cacciatore che salvò me e mia nonna da un grosso lupo.

Quella ragazza aveva la forza inconsapevole di una tempesta in alto mare.

I loro occhi s’incrociarono. Sapevano entrambi.

Erano cambiate molte cose, il paese dove era nata, la locanda, la chiesa in fondo alla strada vicino al pozzo, perfino la foresta sembrava diversa. Gli anni erano passati, Ursula era diventata una donna florida, con due occhi verdi come l’acqua di mare e i capelli scuri e  mossi appena sopra le spalle.

–  Mia nonna è morta.

Avrebbe dovuto aspettarselo. Avrebbe dovuto capire che il suo destino sarebbe stato per sempre segnato da quel desiderio maledetto, da quella gelosia assurda.  

– Perché sei tornata? Nella foresta ci sono i lupi ..sono lupi cattivi.

– I lupi non sono cattivi, William.  Sono gli umani che li dipingono tali senza conoscerli.

– Ursula..  

– Devo andare ..

Così si alzò, prese il suo mantello e uscì dal locale ancora affollato. A passi lenti, si avviò lungo una stradina, l’unica che portava fuori paese dove il chiasso della gente finiva e il silenzio si faceva complice e triste come lei.

Cosa provasse in quel momento non sapeva spiegarselo. Aveva ragione sua nonna, Ettore non aveva ucciso il lupo, con cui aveva parlato fino a pochi minuti prima. Si era alzato il vento e la luna veniva nascosta dalle nubi che minacciavano pioggia. Ricordava ancora perfettamente come arrivare alla casa di nonna Erminia.

 Quanto tempo era passato da quel giorno in cui aveva dovuto lasciare il suo paese e la sua casa? Si faceva strada in una memoria sfocata  i ricordi di ragazzina, il cesto di vimini colmo di fiori e frutta per la nonna, quella stessa nonna che aveva ucciso nel sonno soffocandola con un cuscino in un tiepido pomeriggio di fine estate. Se non l’avesse fatto sarebbe stata la nonna ad uccidere lei. Glielo aveva letto negli occhi quando aveva espresso l’idea di restituire lo specchio al legittimo proprietario.

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La casa al limitar del bosco e neanche tanto lontana dal paese. Si rivide bambina, che canticchiava e saltellava allegramente raccogliendo fiori e poi adolescente alle prese con il suo primo amore. Improvvisamente si senti triste. Sua madre l’aveva lasciata troppo presto, suo padre era morto in un incidente, così non le era rimasto altro aggrapparsi a quella nonna dall’aria assente, avida di cuore, egoista, incapace di amare nessuno all’infuori di se stessa.

L’unico gesto di amore che ricordasse di quella donna era quel mantello rosso che aveva sempre portato con sé riaggiustandolo negli anni dove serviva. Quel mantello e quel cappuccio erano l’unica cosa a cui teneva davvero.

Un rumore di passi dietro di lei la fecero voltare. William l’aveva seguita in silenzio ma Ursula non ne fu sorpresa.

– Devo dirti una cosa.

– So chi sei. Mia nonna mi ha raccontato ogni cosa. Ecco, prendi. Questo appartiene a te.

Dal cesto di vimini che teneva sotto il mantello, Ursula tirò fuori lo specchio magico. William lo guardò a lungo ma frenò l’impulso di riprenderlo. Tutta la sua vita era stata distrutta a causa di quello specchio che un giorno  aveva rubato a suo padre, per il  desiderio di eterna bellezza e giovinezza. Che cosa sarebbe cambiato adesso se lo avesse preso?  

– A cosa serve ormai? Erminia era l’unica persona in grado di poter aggiustare le cose e adesso non c’è più.

Cappuccetto rosso gli si avvicinò e strinse le sue mani.

– Non doveva farti questo.

 – Se non mi avesse fatto questo.. oggi sarei vecchio, forse morto e non sarei qui con te.

-Sarà meglio entrare in casa. E domattina presto devi andartene da qui e nasconderti. Ho sentito cosa dicevano giù in paese. Se ti trovano con le sembianze di lupo ti uccideranno. Non posso permetterlo.

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La bellezza dell’alba li sorprese insieme in un risveglio pigro. William da li a poco sarebbe tornato lupo e allora avrebbe dovuto nascondersi. Da lontano si udivano voci confuse. Erano certamente gli uomini del villaggio. Non avevano perso tempo. Presto sarebbero arrivate anche alla casa della nonna. Il bosco alle prime luci del mattino era di una bellezza stupefacente. Si girò verso William che nel frattempo era tornato ad essere  un lupo con il manto grigio e folto.

– Gli uomini del villaggio. Non ci metteranno molto a trovare la casa. Hanno sempre saputo che qui ci viveva a mia nonna. Devi nasconderti subito.

Rimasta sola si preparò un caffè e sedette fuori nella vecchia sedia a dondolo scricchiolante  a sorseggiare la bevanda. Attese.

Poco dopo un uomo sulla trentina era giunto nei pressi della casa ma quando la vide rimase così stupito neanche avesse avuto dieci lupi pronti ad attaccarlo.

– Buongiorno- Li salutò Ursula. Aveva riconosciuto  quell’uomo. Era poco più di un ragazzo quando era andata via con la nonna. Lo ricordava vagamente con la chitarra in mano a strimpellare note a casaccio per far colpo sulle ragazze.

– Mi riconosci? Sono Ursula, la nipote di nonna Erminia

– Ursula? –poi un lampo negli occhi si  accese nel ricordo e un gran sorriso apparve sul volto dell’uomo

– La piccola cappuccetto rosso? Quanto tempo! Quando sei tornata? E la nonna come sta?

– La cara nonna è morta. Vieni dentro, ti offro una tazza di caffè. Sei venuto fin qui a raccogliere bacche? Non ricordo il tuo nome.

– Giacomo. Sono qui con un amico, ci siamo divisi. Stiamo dando la caccia ai lupi.

– I  lupi? Non ho mai visto lupi.

– Altroché se ci sono. E tu non dovresti stare qui. E’ pericoloso.  Stiamo mettendo alcune tagliole qua e la nel bosco.

Tagliole…

Ursula rabbrividì. I lupi non avrebbero avuto scampo. Il suo lupo non avrebbe avuto scampo. Doveva fare qualcosa.

 D’istinto prese il pugnale che William le aveva lasciato la sera prima per difendersi da un possibile animale selvatico e con una velocità fulminea colpi il giovane all’addome. L’ultima cosa che Giacomo vide furono due occhi verdi feroci, mentre il pugnale affondava nella carne. Cadde in ginocchio e subito dopo si accasciò a terra in un mare di sangue. Ursula lo vide morire come aveva visto morire sua nonna.

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Il corpo..

Doveva sbarazzarsene al più presto. Lo avrebbe fatto  a pezzi e dato in pasto ai lupi famelici la stessa notte e nessuno avrebbe saputo la verità, ma prima doveva pulire l’arma e soprattutto nasconderla dentro al cesto tra due panni dai motivi floreali.

 

William quella sera era ferito. Zoppicava. Nelle sue sembianze di lupo aveva visto due uomini avvicinarsi cauti verso di lui fino a quando uno dei due non aveva imbracciato il fucile e sparato. Lo aveva preso solo di striscio e lui era riuscito a scappare e nascondersi. In quelle condizioni non poteva rifugiarsi neanche da suo fratello. E della casetta della nonna di cappuccetto rosso neanche a parlarne. Era rimasto accucciato a leccarsi la ferita in una tana nascosta, circondata da grossi arbusti spinosi e aveva atteso il tramonto. Giunto al torrente, prima di attraversare il ponticello che portava a casa di Ursula, sentì due spari e il guaito di un animale colpito. Ursula era seduta fuori nella panca a ridosso della parete. Le luci in casa erano accese. Si udiva il rumore dell’acqua che solitamente aveva il potere di calmare gli animi. Quella sera invece la inquietava. Quando lo vide arrivare zoppicante si alzò di scatto per andargli incontro. Non gli avrebbe detto di Giacomo, di come aveva dovuto ucciderlo per salvarlo. Di come lo aveva fatto a pezzi, nascosto in un sacco nero e disseminato nel cuore del bosco per sfamare i lupi. Aveva preso il sacco dove quell’uomo teneva le tagliole e lo aveva nascosto. Le sarebbero servite per salvare ancora il suo lupo.

 

Al villaggio presto si seppe della scomparsa di Giacomo. I due uomini che erano insieme a lui erano tornai stanchi e affamati, disperati per non averlo ritrovato. Giacomo era l’amico di tutti, un ragazzone dolce che si sarebbe dovuto sposare la prossima primavera.

La fioraia della piazza del mercato, sua madre,  stava seduta a ricamare, silenziosa e curva sul suo lavoro mentre una vecchia gatta all’interno del suo chioschetto si concedeva sonni beati. Aveva un copri spalle liso dai colori sgargianti con i ricami alle estremità che ricordavano i centrini delle vecchie case. Quando vide arrivare gli uomini ma non il suo ragazzo chiuse la porta a chiave e pianse in silenzio calde lacrime amare.

 

William dormiva profondamente ma Ursula non riusciva a riposare.  Avrebbe voluto spezzare la maledizione. Nessun filtro imparato dalla nonna ne aveva il potere e nessun sacrificio avrebbe riportato le cose alla normalità ma il suo lupo non doveva morire. Glielo doveva.  

 

Al villaggio intanto si discuteva e si piangeva la scomparsa del povero Giacomo.  Angelo il fabbro la cui  giovinezza aveva lasciato il posto ad un’espressione bonaria, alla pelle ruvida dall’età e capelli di un bianco candido, si lasciò andare ad un pianto sommesso. Per lui era sempre stato come un figlio. Stava sul retro della taverna dove gli abitanti  si erano riuniti  a bere alcol e caffè americano. Una ragazza lo trovò fuori, senza neanche una giacca al vento che lo riparasse dal freddo, mentre spazzava con una ramazza le foglie morte cadute dagli alberi.  Era sempre così che consolava la sua solitudine e il suo dolore. La moglie lo aveva tradito ed era andata via di casa con un uomo più giovane di lei e il figlio era andato già da tempo in terre lontane. Così, rimasto solo,  si era offerto volontario  come custode ovunque ci fosse stato bisogno di lui e da allora aveva vissuto solo nei ricordi, tra la rabbia, il dolore e il rimpianto. A volte parlava di sua moglie con una nostalgia che faceva male ad ascoltarlo. Non la biasimava, sapeva di essere stato un marito noioso per il suo temperamento. Il terreno era tremendamente umido e Angelo il fabbro avrebbe voluto disperatamente sprofondare in esso adesso che anche il suo Giacomo non sarebbe mai più tornato da lui.

 

Ursula preparò il sacco con le Tagliole. William era rimasto insieme a lei anche durante il giorno.

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– Devi rimanere nascosto e non muoverti da qui. – gli aveva detto con dolcezza. Ti nasconderò nel granaio. Troverai acqua e cibo sufficienti fino al mio ritorno.

– Come fai ad esserne così sicura?

– Fidai di me. Devi fidarti di me. Io devo andare al villaggio  a comprare delle provviste. Vedrai William…ti lasceranno in pace.

Prima di uscire gli accarezzo il folto manto e lo guardò dritto negli occhi. Poi prese il cesto, indossò il suo mantello rosso e si coprì il capo con il cappuccio.

– Stai attenta.. cerca di non aver paura.

Sono loro che dovranno avere paura, pensò la ragazza.

 

Passarono diversi giorni prima che William potesse rimettersi in piedi. Quando Ursula ebbe la visita di due degli uomini più forti del villaggio per un momento ebbe paura di tradirsi. Quando le chiesero di Giacomo la ragazza negò di averlo visto.

L’autunno cominciava a farsi sentire.

 

Al villaggio c’era un gran fermento. Parecchi uomini erano scomparsi, dati per morti per colpa dei lupi. Tuttavia ne avevano uccisi un gran numero.  Persino il reverendo quella sera si era unito ai cacciatori pregando per le anime  perdute. Ettore se ne stava in disparte, a bere e ad ascoltare in silenzio. Si sentiva  smarrito, sperso come una lucertola dalla coda mozzata che sfugge al suo predatore. Brancolava nel buio e non aveva idea di quali fossero i passi da fare. L’intera esistenza di suo fratello gli girava intorno come un vortice. Se non avesse fatto qualcosa sarebbe diventando pazzo.  Aveva deciso. Si alzò in piedi e prese parola.

– Domani andrò io nel bosco. Non possiamo continuare in questo modo.

– Ettore.. sappiamo tutti che sei il miglior cacciatore del villaggio. Ma  non sei più giovanissimo.. non vorremmo che…insomma hai capito.

– Giacomo era poco più di un ragazzo eppure è morto. Altri come Alberto e Guidone sono andati e non hanno più fatto ritorno come molti altri al villaggio. Tocca a me stavolta.  Non ho mai fallito..

– Tranne una volta Ettore. Dieci anni fa mancasti un lupo che stava per uccidere cappuccetto rosso e sua nonna. Siete stati fortunati che quel maledetto lupo sia scappato.

– Verrò con te Ettore. . Si voltarono verso Angelo, che aveva preso parola sorprendendo tutti.

Angelo che non aveva mai tenuto un fucile in mano. Angelo che viveva da anni nel suo dolore e aveva perso tutti i suoi affetti. Angelo che voleva affrontare il lupo responsabile della morte del suo ragazzo.

 

Quando quella notte William bussò alla porta del fratello, lo trovo in lacrime, seduto sul letto, vestito e con addosso ancora gli stivali sporchi di fango.  Poi notò il fucile pronto, in un angolo della stanza spoglia.

– Fratello….

– William .. Ti prego, vattene.

– Ettore.. è giusto così. E se proprio devo morire sono contento che mi uccida tu. Del resto.. a cosa serve vivere una vita come la mia?

Si abbracciarono per dirsi addio.

 

 

Ursula stava cercando di pulire il suo mantello rosso sporco di sangue. Quando aveva affondato il pugnale nel petto di quell’uomo robusto aveva dovuto usare tutta la sua forza. Era sicura di averlo colpito al cuore. Dentro la carne martoriata aveva girato il coltello da destra a sinistra con malvagia soddisfazione. Il sangue del cacciatore era colato lungo la sua mano e aveva sporcato il mantello. Era morto subito, dalla sua bocca non era uscito neanche un sibilo strozzato. Li avrebbe uccisi tutti se fosse stato necessario. Sua nonna sarebbe stata orgogliosa di lei.

Dei passi la destarono dai suoi pensieri. William doveva essere tornato lupo e adesso si avviava verso il suo rifugio. Era stata chiara con lui. Sarebbe dovuto rimanere nascosto finché non avessero smesso questa assurda caccia al lupo. A volte gli abitanti del paese erano passati a trovarla per metterla in guardia, qualcuno si era offerto di ospitarla, un ragazzo biondo come un vichingo si era invaghito di lei e le aveva chiesto di sposarlo Quello stupido aveva insistito per proteggerla e non era più voluto andar via. Era morto dopo aver accettato per cortesia una buona tazza di the alle erbe.

Faceva freddo.

Aveva smesso di piovere da pochi minuti.

Respirò a fondo il profumo piacevole della terra bagnata. All’improvviso uno scricchiolio lieve la mise in allerta e una brutta sensazione le attraversò il corpo e i sensi come un presagio funesto. Corse sul retro della casa,  aprì la porticina nascosta  tra i glicini che aveva coltivato la nonna e l’erbaccia fatta accumulare di proposito fra due panche arrugginite poco lontano da una rimessa con il tettuccio che ospitava una vecchia bicicletta e qualche lanterna appesa al chiodo. William però non c’era.

Come una figura furtiva prese in un lampo il suo mantello ancora sporco di sangue, il cesto con dentro il pugnale e lo specchio coperto da un panno scuro e prese il fucile che aveva rubato a Giacomo. Uscì fulminea, coprendosi  parte del volto con il cappuccio rosso con il cuore che le balzava in petto ma non fece in tempo ad attraversare il ponte a ridosso del torrente in piena.

Ricominciava a piovere.

 

Li vide. Erano in due.

 

 

Ettore avanzava con un peso al cuore. Sapeva dove trovare suo fratello.  Angelo gli stava dietro con passo deciso, gli stivali infangati e il colletto della giacca tirato su. Il sentiero li stava conducendo alla casa di Ursula.  Le tagliole erano state disseminate ai margini del sentiero seminascoste dalle foglie umide e qualche ramo secco.

– Cosa sto facendo? Sto per uccidere mio fratello – pensò.

Non ebbe il tempo di un ripensamento, di una scusa per andare via, di un respiro profondo. Si trovò davanti un lupo dal manto nero e ispido. Gli occhi fissi su Ettore. Con la forza e la fierezza di un capobranco gli si avventò contro con  incredibile ferocia. Poteva essere suo fratello? I lupi sembravano tutti uguali.

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 Gli azzannò il braccio. Il suo muso a pochi centimetri dalla faccia. Ettore sparò ma non riuscì a colpirlo. Era sconvolto, spaventato e pentito di aver preso quella decisione tanto assurda. Non poteva uccidere suo fratello. E se non lo fosse stato? Tuttavia, quale lupo avrebbe mai potuto essere nelle vicinanze della casa di Ursula, un tempo appartenuta ad Erminia?

Un altro lupo comparve da dietro gli alberi. Era più magro ma con un pelo più chiaro. Ringhiava minaccioso, sbavava.  Senza esitazione corse verso Ettore e si avventò contro l’altro lupo riuscendo a fargli mollare la presa. Ci volle un istante per far capire ad Ettore chi fosse suo fratello. Era sconcertato. I lupi lottavano fra di loro, William gli aveva salvato la vita nonostante lui fosse li per ucciderlo. Non poteva farlo. Sarebbe scappato via e sarebbe stato un codardo agli occhi degli abitanti del paese ma non avrebbe ucciso William.  Ursula osservava la scena attonita, conosceva troppo bene il suo lupo per confonderlo con gli altri della specie, tuttavia non riusciva a prendere la mira e sparare perché avrebbe rischiato di uccidere il lupo sbagliato.

All’improvviso uno, due, tre spari.

Il frastuono fece sussultare tutti rimbombando nel silenzio del bosco. Il guaito di entrambi i lupi accasciati a pochi metri di distanza in una pozza di sangue caldo. Il silenzio durò pochi attimi ma ad Ursula sembrò un’eternità.

Angelo, che fino ad allora era stato dietro Ettore non sapendo bene cosa fare,  aveva sparato con sicurezza a distanza ravvicinata e si era mosso velocemente come una lepre. Per la prima volta aveva fatto qualcosa di utile per il villaggio e per se stesso. Aveva vendicato Giacomo. Non si accorse di Ursula che gli aveva puntato il fucile contro, che premette il grilletto e sparò. Un solo colpo in aria per farlo voltare, per fargli capire che lo avrebbe ucciso senza pietà. Voleva vedere il terrore nei suoi occhi.

Angelo la guardò. Attonito, spaventato. Non capiva. O forse si.

Fu nell’attimo stesso in cui capì chi in realtà fosse responsabile della morte del suo Giacomo che cadde di schiena e nel tentativo di rialzarsi inciampò. La tagliola scattò veloce squarciandogli il viso. Urlò come se fosse stato preso dal diavolo in persona. Il sangue schizzò copioso sul corpo che si agitò per pochi secondi. Poi il silenzio.

 

Ursula ed Ettore si sarebbero aspettati che il corpo di William, una volta morto tornasse umano, ma non fu così. Egli rimase lupo e così lo seppellirono. In silenzio, sotto una pioggia violenta che bagnava i loro corpi, che si confondeva con le loro lacrime.

– Sei sempre stata tu…mio fratello non aveva mai ucciso nessuno.

– Si.  E non è servito a nulla.

Poi, fra le lacrime, prese lo specchio e lo ruppe.

 E rimase li, sotto la pioggia in silenzio accanto ad Ettore.

 

Di lupi se ne videro sempre meno. Ettore tornò in paese e da allora non disse più una parola. Qualche anno dopo lo trovarono morto nella sua abitazione vicino ad una fiaschetta di vino rosso, riverso di schiena sul pavimento.

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Non si seppe più nulla di quella misteriosa ragazza che aveva abitato nella casa di nonna Erminia e che tutti fin da bambina chiamavano cappuccetto rosso. Aveva lasciato il bosco, il paese  e nessuno più la vide. Solo il suo mantello rosso sporco di macchie ormai sbiadite e con un vistoso cappuccio rimaneva appeso al ramo di un grande albero, vicino al torrente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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