DAD, OVVERO DIDATTICA A DISTANZA: DALLA PARTE DEI DOCENTI

Buongiorno lettori,

In questo periodo si è parlato tanto della didattica a distanza e se ne parla ancora. Abbiamo ascoltato lamentele e critiche in parte espresse di genitori insoddisfatti che vedono attraverso la quotidianità familiare un disagio sempre più crescente. Malgrado siano passati mesi dalla prima volta in cui ci siamo tutti cimentati in questa piattaforma, non si è riusciti ad adattarsi completamente ad un metodo di studio alternativo, in cui tutti, ma proprio tutti mostrano disappunto.

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Sono davvero poche le persone soddisfatte da questo nuovo modo di frequentare ed essere scuola. Gli alunni, pur non disdegnano le relazioni virtuali, soffrono l’assenza del confronto vis-à vis. I genitori disapprovano la scarsa partecipazione dei docenti, lamentando il carico eccessivo dei compiti da svolgere e affermando il più delle volte di essersi sostituiti ai maestri. Sembra che tutto non sia abbastanza. Osservando più da vicino la situazione però, ci siamo imbattuti in una realtà diversa da quella vista all’interno delle mura domestiche, perché se pur vero che il ruolo di ogni genitore sia diventato anche il punto di riferimento fondamentale per la didattica online, è pur vero che nessuno può sostituire il/la maestro/a che da anni segue infanti e teenager. I punti di vista cambiano, così come le valutazioni e le difficoltà che la distanza purtroppo impone ad ognuno di noi.  Ma cosa ne pensano i docenti? Come hanno affrontato e affrontano tutt’ora questo nuovo modo di interagire con i propri alunni? Il lavoro dell’insegnante può essere paragonato ad un grosso iceberg in cui noi, dall’esterno ne vediamo solo alcune sporgenze ma non l’intero blocco sottostante al mare. Noi del blog letterario Un Libro Per Amico- Recensioni, abbiamo incontrato Andrea Lanzola, Professore genovese di Lettere e Filosofia all’Istituto Comprensivo di Genova Teglia alla secondaria di primo grado e lo abbiamo intervistato per avere un’idea più chiara (e comprensiva) di ciò che significhi, oggi, insegnare. 

Iana Pannizzo

 

 

INTERVISTA AL PROF. ANDREA LANZOLA 

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Buongiorno professor Lanzola e benvenuto al blog letterario Un libro per amico-recensioni. Innanzi tutto La ringraziamo per aver accettato l’intervista. In questi mesi siamo stati tutti alle prese con la didattica a distanza ascoltando i più svariati commenti, le lamentele, i disagi di molti genitori e le difficoltà degli studenti. Ma un’insegnante come ha vissuto e come vive tutt’ora la didattica online? Come e quanto è cambiato il lavoro di un docente?

Buongiorno e grazie mille a Voi per avermi contattato. Che dire…l’esplosione della pandemia ci ha completamente sconvolto in tutti i sensi, ha trasformato le nostre vite da un momento all’altro senza darci modo di poter realizzare il fatto se non dopo parecchie settimane. Forse ancora adesso non lo abbiamo del tutto assimilato. Non appena ho percepito che l’emergenza sanitaria sarebbe stata ben più complessa di quanto fattoci sapere inizialmente dai mezzi d’informazione, ho sentito dentro di me che la prima cosa da fare era andare al più presto a scuola e prendere i libri per poter avere un riferimento anche per un eventuale “dopo” inconoscibile e insondabile. E’ stato quasi un istinto,  anche se nei giorni successivi al 7 marzo non si sapeva ancora per quanto tempo la scuola avrebbe chiuso. SI parlava solo di pochi giorni, forse volevamo soltanto “pensare” a pochi giorni, come meccanismo di difesa mentale. Tutti eravamo o “volevamo” esser consci che, in qualche modo, i contatti si sarebbero mantenuti. Un’emergenza breve: pc,
telefono e internet avrebbero potuto perfettamente far fronte alle nostre esigenze. Sarà breve, perché non dovrebbe, in fondo? Il mondo invece si è fermato. In pochi giorni si parla di mesi a casa, chiusi, tutto diventa razionato: sole, aria, vita, acquisti. L’essenziale e nulla più. Eppure anche la vita della scuola e della didattica deve continuare, assieme a quella quotidiana. L’emergenza si trasforma in pochi giorni in quarantena e la didattica alternativa, chiamata “dad” ossia “didattica a distanza”, diviene in poche ore l’unica possibile. Orari, piattaforme da scaricare, il lavoro che prima si svolgeva in classe dalle 8 alle 14 dal lunedì al venerdì oltre a quello domestico, tanto per insegnanti quanto per studenti, si quadruplica all’istante. Tutto deve essere scritto su registri elettronici e piattaforme. Esiste solo il virtuale: persone, parole, gesti, letture, studio, incontri, riunioni. Alla sera gli occhi bruciano e le dita fanno male a furia di scrivere sulle tastiere o sul telefono per inviare messaggi, compilare, scrivere, registrare vocali. Verso le 20 senti la nausea da telefono e pc e devi fermarti per la tua salute. E’ marzo, a fine anno sono soltanto una manciata di giorni, in realtà. Tutti armeggiamo ore e ore cimentandoci con realtà sconosciute, impariamo cose che mai avremmo pensato di imparare e anche in tempo breve, tutto sommato, l’arte di arrangiarsi diventa l’unico modo per sopravvivere sperando che le linee non collassino (il vero rischio) e che la forza dell’inaspettato ci salvi. Come spesso, fra l’altro, succede nella vita di ognuno di noi. Per fortuna non possiamo prevedere il futuro, neanche quello peggiore: come faremmo alcune volte ad avere la forza anche solo di pensarlo, in situazioni del genere?

Molti definiscono la didattica a distanza la scuola del futuro. E’ d’accordo? Lei crede possa sostituire la scuola tradizionale?

Assolutamente no. Come un concerto registrato su disco o visto in tv non potrà mai sostituire un concerto vero, come un aperitivo su zoom mai potrà sostituire lo stare insieme e il condividere pensieri, parole, sentimenti con chi amiamo: vita, insomma. Un mio studente in gita di classe a Roma, lo scorso anno, ha rimproverato i suoi compagni dicendo: “ma perché state sempre incollati al telefono? La vita è qui fuori”, ed eravamo ben distanti anche solo da pensare a una pandemia del genere. Internet è una ricchezza
straordinaria, ci permette di fare cose che prima erano impensabili ed è sicuramente una risorsa fondamentale del futuro, accanto a quelle tradizionali. Un modo per rendere vicine cose e persone che sono forzatamente distanti o impossibilitate a vedersi per lungo tempo. Ma non ne sostituiscono l’essenza. Mai potremo sostituire il piacere di leggere un libro, di sentirne l’odore, di sottolinearlo, di vederlo deteriorarsi: al tempo stesso mai sarà possibile sostituire la lezione in presenza con uno schermo. Dove vanno a finire gli sguardi, i volti, i pensieri, le voci? Le relazioni interpersonali, le intese, i rapporti umani psicologici e materiali, gli odori, i sapori, le atmosfere? E’ come pensare di innamorarsi di qualcuno e decidere di starci insieme senza averlo mai conosciuto né visto, come accadeva per i matrimoni combinati in passato. La didattica virtuale sarà certo una risorsa fondamentale accanto a quella reale in momenti di necessità, perché è certo meglio di niente, ma mai potrà sostituirla. Potranno anche decidere di farlo, un
domani non lontano, ma la portata dei danni sarà a mio parere incalcolabile per lo sviluppo e la formazione dei futuri esseri umani.

La difficoltà maggiore?

L’assenza di rapporto e contatto umano. Sembra incredibile, ma da questo parte tutto: non vedersi significa complicare tutto: vita, sentimenti, gesti quotidiani, sguardi, mansioni. Già questo dovrebbe servirci per comprendere quali siano veramente le cose imprescindibili di un’esistenza umana.

Secondo lei chi risente maggiormente fra insegnanti, genitori e alunni? Naturalmente sono punti di vista differenti in cui è venuto meno il contatto umano ed il confronto diretto. Gli alunni possono in qualche modo sentirsi “ abbandonati “? E come vive questo distacco forzato il docente? Cosa le manca personalmente della scuola tradizionale e cosa invece integrerebbe attraverso questo metodo?

Tutti ma in modo particolare i ragazzi, che non hanno ancora strutture e risorse mentali di un adulto per reggere ad una situazione prolungata di reclusione. E’ un mutamento talmente forti che tutti ci sentiamo “abbandonati”, in qualche modo. Se il docente fa il proprio lavoro con passione e non per il mero stipendio a fine mese il distacco forzato dagli studenti e dal suo ambiente è come la privazione dell’acqua per giorni. Difficile integrare qualcosa tra realtà e virtuale, l’una cosa non può sostituire l’altra se non nell’apparenza. A lungo andare diventa insostenibile, come del resto accade, in questi giorni, per l’economia. Comprare e vendere a distanza non sostituisce e non potrà mai eguagliare il rapporto, anche solo materiale, fra le parti. Ve lo immaginate un bar vuoto da mattina a sera, per esempio? Cosa sostituisce la vita se non la vita stessa e null’altro? Andare a scuola significa uscire, pensare mentre cammini a cosa dirai e dovrai dire, a come reagiranno i ragazzi a scuola quando gli parlerai degli argomenti della giornata, parlare, ridere, scherzare, litigare, stare insieme, stancarsi ma uscire col cuore pieno di emozione al termine di ogni giornata, per poi pensare subito a quella seguente. Penso che nulla potrebbe mai sostituire tutto questo. Non per me, almeno.

Parliamo di verifiche. Su che base un insegnante valuta un suo alunno? Non si ha la certezza di un onesto svolgimento di un compito o di un test. Insomma, i ragazzi potrebbero “ sbirciare “ in internet o nei libri di testo. Come si fa a gettare le basi una fiducia in questo caso, devo dire, un po’ insidioso?

Credo che in un momento come questo sia un problema di cui occuparsi ma non prima di averne risolti molti altri. Copiare da internet o da un compagno è possibile anche a scuola, non solo in remoto. A livello personale ho risolto in parte il problema fissando interrogazioni singole tramite zoom ad orari precisi e con webcam accesa. E’ molto stancante ma riesce a ricreare un rapporto autentico, ciò che più mi sta a cuore come docente e come uomo, e favorisce al tempo stesso anche la voglia di studiare dei ragazzi. Inizierò proprio domani con interrogazioni multiple a gruppetti, sto facendo anche lezioni vere e proprie con le classi per alcune ore la settimana, e vedo che l’attenta partecipazione è sempre alta. Tramite la piattaforma “classroom” poi è possibile avere una sorta di “facebook” scolastico dove caricare materiali e compiti da fare o da consegnare, oltre agli aggiornamenti quotidiani, dove i ragazzi possono scrivere e contribuire in ogni momento con lavori, video, files, foto e molto altro. Ma credo che, in questo momento, la quantità del lavoro da svolgere non sia la cosa principale. Mantenere alto il morale dei ragazzi e impegnarsi per farsi sentire a loro vicini credo sia per il momento sufficiente in prima battuta. Poi si vedrà in base a quello che avverrà, soprattutto a settembre. Già affrontare gli esami tra pochi giorni sarà un’impresa con mille incognite.

Pronostici per l’anno venturo?

Sono abituato a non farne, per cui mi taccio, ci pensa già abbastanza la vita a cambiare le carte in tavola da un minuto all’altro. Il Coronavirus ce ne ha dato ancora una volta prova . “Sappiamo di non sapere”, questo soltanto vale, nella vita, come diceva Socrate. Il metodo migliore, per me, resta quello di fare come suggeriva Martin Luther King, ossia non guardare alla scala intera, ma focalizzarsi soltanto su un gradino per volta. Penso che per il momento sia già più che sufficiente.

Professor Lanzola, noi La ringraziamo del suo tempo e per essere stato qui con noi. Ci rivediamo alla prossima intervista. 

 

APPUNTAMENTO CON LA STORIA: IL BIG BANG

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Ciao Lettori, 

Da oggi, parte una rubrica chiamata ” APPUNTAMENTO CON LA STORIA”, in cui ripasseremo insieme il programma scolastico a partire dalla terza elementare. Per questi video ho chiesto ” l’aiuto ” di mia figlia Greta, di anni 10, che ha creato Kira, una simpatica ragazzina che dà volto alla mia voce. La rubrica nasce per incoraggiare i bambini a studiare senza ” la noia “( a dir loro ) del libro. Da oggi ci trovate anche sul canale Youtube ” un libro per amico -recensioni”. Se l’idea vi piace lasciateci un bel like e condividete. Non vi resta quindi che cliccare sul link sottostante.

Buon ascolto e buona visione.

Iana e Greta 

IL BIG BANG

Storie dell’altra favola: Chi ha paura di Cappuccetto Rosso?

 

Racconto fantasy di Iana Pannizzo in collaborazione con Sara Schirò

CHI HA PAURA DI CAPPUCCETTO ROSSO?

Tutti conoscono cappuccetto rosso, la dolce bimba che andava a trovare la nonna imbattendosi nel lupo cattivo…quel lupo feroce che faceva paura e voleva mangiarla e che fu ucciso dal cacciatore. un cacciatore dall’animo temerario passato di lì per caso… voi ci credete al caso?

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Il cacciatore accompagnò fino alla locanda del paese la nonna e cappuccetto rosso. Era un bell’uomo di cinquanta anni, con folti capelli neri e ricci e due occhi che sembravano braci ardenti, neri come la pece e una bocca sottile sotto la barba incolta. Forte, affascinante e temerario. Era il sogno proibito di tante giovani donne.

Stava venendo buio, doveva far presto. 

Quando fu di ritorno alla foresta, sperò che il lupo fosse ancora li, di certo non riverso su se stesso sulla terra umida, ma comunque lì ad aspettarlo. Tornato nel bosco, oltre il ponte e il torrente, aprì cautamente la porta della casa della vecchia ed entrò. Ogni stanza e soprattutto la cucina, sapeva di erbe fresche e aromatiche, di spezie dall’odore pungente e di segreti di cui nessuno era a conoscenza. Entrò. Il lupo che aveva finto di uccidere era li, stava rovistando tutto, in ogni cassetto, in ogni mensola, persino negli armadi, ma niente.

– Come stai, fratello?- Chiese il cacciatore battendo sulla spalla del lupo che al calar del sole aveva ripreso le sue sembianze umane naturali.

– Le hai portate alla locanda?

-Si, William. Ho detto loro che per stanotte sarebbe stato più prudente rimanere al sicuro.  Dobbiamo sbrigarci, lo hai trovato?

– No. Quella maledetta vecchia strega deve averlo portato con sé. Ero ad un passo così Ettore…ad un passo così dall’ottenerlo e la mia vita forse sarebbe tornata normale.

– Non ti angustiare fratello mio. Lo troveremo e poi, se vuoi, la uccideremo.

– Non voglio ucciderla, lo sai. Non potrei mai e poi farei soffrire la nipote, non ha altri che lei da quando la madre è morta.

– Cosa t’importa della nipote? Non dirmi che sei innamorato di quella ragazzina.

– Ci siamo incrociati diverse volte dopo il tramonto… dai, andiamo via da qui prima che ci trovi qualcuno, non si sa mai.

 

Ursula conservava gelosamente lo specchio della nonna. Da lei aveva appreso il segreto di quell’oggetto magico, di quanto fosse pericoloso il desiderio di un amore eterno.

Quel giorno in cui furono portate alla locanda da Ettore il cacciatore, sua nonna Erminia, le raccontò ogni cosa. Aveva rubato lo specchio al lupo, che non era affatto un lupo.

– Hai avuto paura nonna ?- Le chiese cappuccetto rosso.

– Vieni qui piccola, siediti vicino a me. E’ giusto che tu sappia la mia storia.

Ursula sedette accanto alla nonna in quella stanza disadorna.

Lo sguardo di Erminia sembrò andare lontano, in un tempo sperduto fra la memoria e i ricordi. Prese le mani della nipote tra le sue e sorrise. Abbozzò un sorriso amaro, pieno di rimpianti, di amarezza, di amore perduto e di rassegnazione.

-Vedi bambina mia….il lupo non è sempre stato un lupo. Lui era un uomo. Un uomo bellissimo di cui ero perdutamente innamorata.

Erminia sospirò e adagiò il suo corpo curvo allo schienale della poltrona. Chiuse gli occhi e attese che i ricordi rivivessero dentro di lei come se fossero stati vissuti solo poco tempo prima. Non tardarono a suscitare le forti emozioni della colpa di un amore giovane e immaturo. Una lacrima scese lungo il viso rugoso. Ursula la osservava con la curiosità dei suoi quindici anni in silenzio, in preda alla curiosità. Improvvisamente dentro di lei s’insinuò un forte dubbio che la fece impallidire.

– William era il figlio di un uomo che sapeva di arti magiche e un giorno mi mostrò uno specchio magico in grado di esaudire a ogni plenilunio qualsiasi desiderio. Mi disse entusiasta di volere rimanere giovane per sempre, mentre io volevo invecchiare insieme a lui. Ebbi paura di perderlo. Mi disperai per settimane, mesi, finché una sera di plenilunio in preda ad un’accecante gelosia glielo rubai con l’inganno e lo maledissi a una semi vita eterna. Di giorno lupo. di notte umano. Avevo rovinato tutto. In preda alla paura e al senso di colpa fuggii via portandomi dietro lo specchio. Passarono gli anni e invecchiai. Lui rimase giovane come allora ma costretto a una vita vissuta a metà.

– Però sei tornata qui, in questo paese. Sapevi che avrebbe tentato di ucciderti.

– Lui vuole lo specchio, Ursula. Non mi avrebbe ucciso senza prima recuperarlo.

-Nonna…ma adesso è morto. il cacciatore lo ha ucciso.

–  Non credo proprio.  Il cacciatore è suo fratello Ettore che allora era un bambino in fasce.

 

Ursula si guardò allo specchio. Negli ultimi dieci anni era vissuta accanto a quella nonna che aveva amato e odiato allo stesso tempo. Erminia aveva trovato asilo presso un convento di suore e li aveva finito i suoi giorni, tra un pasto caldo e un letto comodo.

Ma adesso era tempo di tornare.

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Quando il figlio del fornaio fu trovato morto ai margini della foresta, gli abitanti del villaggio decisero di dare la caccia ai lupi. Avevano cominciato a vivere nella paura da quando il bestiame di molti fattori era stato massacrato. Pecore, galline, persino qualche cane. Gli ululati riecheggiavano nel buio della notte facendo rabbrividire di paura chiunque, soprattutto le donne sole e gli anziani poiché in caso di attacco alla loro persona non avrebbero avuto la forza di difendersi. William sapeva che i lupi si muovevano di notte per cacciare, ma lui a quelle ore era un essere umano mentre di giorno rimaneva nascosto in un nascondiglio sul retro della casa ormai vuota da tempo, della vecchia Erminia. Così quella sera, tutti gli uomini si erano radunati alla vecchia osteria del centro per discutere il da farsi, su chi sarebbe andato ad affrontare quelle bestiacce pericolose e chi invece sarebbe dovuto rimanere in paese a difendere le abitazioni in caso di attacco.

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William e suo fratello Ettore ascoltavano in silenzio il fermento  e il vociare degli animi focosi e temerari e quasi ubriachi e nessuno a parte l’oste, notò la ragazza entrata in silenzio e sedutasi in un tavolo in disparte, in fondo,  ordinando subito da bere. William la riconobbe subito.  Erano passati dieci lunghi anni ma quella ragazzina ormai donna, non sembrava essere cambiata. Gli occhi verdi e intensi e lo sguardo assorto come se intorno  non ci fosse nessuno tradiva un cipiglio forte e volitivo. Ebbe l’impressione che si portasse addosso il freddo dell’inverno e la solitudine di un camposanto abbandonato. Perché quella ragazzina ormai fatta donna era tornata? Non aveva saputo più nulla di lei, così come di sua nonna. Gli ultimi dieci anni li aveva trascorsi a nascondersi tra i boschi e la casa del fratello. Ettore chiamò il ragazzo col grembiule sporco e ordinò altri due boccali di buona birra, a malapena si accorse di Ursula.

– Cosa stai guardando fratello?-

– Guarda chi c’è, Ettore .

Ettore , che si apprestava alla vecchiaia mise a fuoco quella figura solitaria. Dieci anni avevano reso Ursula una bellissima donna. Sarebbe stata irriconoscibile se non fosse stato per quel mantello e quel cappuccio.

Irriconoscibile per tutti ma non per William che non riusciva a staccarle gli occhi di dosso.

– Devo andare a parlarle. Devo sapere ogni cosa..

– Non fare idiozie William. Non sai niente di quella ragazza.

Era vero. Non sapeva niente di lei a parte il fatto che fosse la nipote di Erminia e la strana attrazione che aveva reso unici e magici quelle ore passate a chiacchierare nel bosco dieci anni prima. Già da allora si amavano e non lo sapevano.

–  Non lo sai che è pericoloso per una giovane donna stare tutta sola in un posto come questo? Posso sedermi?

Ursula gli fece un breve cenno di assenso e lui sedette al suo tavolo in quell’angolo di sala.

– Ciao Ursula.. è bello poterti rivedere

Ursula gli sorrise come se il tempo fra non fosse mai passato e riconobbe anche quell’uomo dai capelli ormai candidi e la barba incolta, gli occhi scuri come la notte che la guardavano con freddezza e sospetto.

– Quell’uomo lo conosco. E’ il cacciatore che salvò me e mia nonna da un grosso lupo.

Quella ragazza aveva la forza inconsapevole di una tempesta in alto mare.

I loro occhi s’incrociarono. Sapevano entrambi.

Erano cambiate molte cose, il paese dove era nata, la locanda, la chiesa in fondo alla strada vicino al pozzo, perfino la foresta sembrava diversa. Gli anni erano passati, Ursula era diventata una donna florida, con due occhi verdi come l’acqua di mare e i capelli scuri e  mossi appena sopra le spalle.

–  Mia nonna è morta.

Avrebbe dovuto aspettarselo. Avrebbe dovuto capire che il suo destino sarebbe stato per sempre segnato da quel desiderio maledetto, da quella gelosia assurda.  

– Perché sei tornata? Nella foresta ci sono i lupi ..sono lupi cattivi.

– I lupi non sono cattivi, William.  Sono gli umani che li dipingono tali senza conoscerli.

– Ursula..  

– Devo andare ..

Così si alzò, prese il suo mantello e uscì dal locale ancora affollato. A passi lenti, si avviò lungo una stradina, l’unica che portava fuori paese dove il chiasso della gente finiva e il silenzio si faceva complice e triste come lei.

Cosa provasse in quel momento non sapeva spiegarselo. Aveva ragione sua nonna, Ettore non aveva ucciso il lupo, con cui aveva parlato fino a pochi minuti prima. Si era alzato il vento e la luna veniva nascosta dalle nubi che minacciavano pioggia. Ricordava ancora perfettamente come arrivare alla casa di nonna Erminia.

 Quanto tempo era passato da quel giorno in cui aveva dovuto lasciare il suo paese e la sua casa? Si faceva strada in una memoria sfocata  i ricordi di ragazzina, il cesto di vimini colmo di fiori e frutta per la nonna, quella stessa nonna che aveva ucciso nel sonno soffocandola con un cuscino in un tiepido pomeriggio di fine estate. Se non l’avesse fatto sarebbe stata la nonna ad uccidere lei. Glielo aveva letto negli occhi quando aveva espresso l’idea di restituire lo specchio al legittimo proprietario.

casa bosco

La casa al limitar del bosco e neanche tanto lontana dal paese. Si rivide bambina, che canticchiava e saltellava allegramente raccogliendo fiori e poi adolescente alle prese con il suo primo amore. Improvvisamente si senti triste. Sua madre l’aveva lasciata troppo presto, suo padre era morto in un incidente, così non le era rimasto altro aggrapparsi a quella nonna dall’aria assente, avida di cuore, egoista, incapace di amare nessuno all’infuori di se stessa.

L’unico gesto di amore che ricordasse di quella donna era quel mantello rosso che aveva sempre portato con sé riaggiustandolo negli anni dove serviva. Quel mantello e quel cappuccio erano l’unica cosa a cui teneva davvero.

Un rumore di passi dietro di lei la fecero voltare. William l’aveva seguita in silenzio ma Ursula non ne fu sorpresa.

– Devo dirti una cosa.

– So chi sei. Mia nonna mi ha raccontato ogni cosa. Ecco, prendi. Questo appartiene a te.

Dal cesto di vimini che teneva sotto il mantello, Ursula tirò fuori lo specchio magico. William lo guardò a lungo ma frenò l’impulso di riprenderlo. Tutta la sua vita era stata distrutta a causa di quello specchio che un giorno  aveva rubato a suo padre, per il  desiderio di eterna bellezza e giovinezza. Che cosa sarebbe cambiato adesso se lo avesse preso?  

– A cosa serve ormai? Erminia era l’unica persona in grado di poter aggiustare le cose e adesso non c’è più.

Cappuccetto rosso gli si avvicinò e strinse le sue mani.

– Non doveva farti questo.

 – Se non mi avesse fatto questo.. oggi sarei vecchio, forse morto e non sarei qui con te.

-Sarà meglio entrare in casa. E domattina presto devi andartene da qui e nasconderti. Ho sentito cosa dicevano giù in paese. Se ti trovano con le sembianze di lupo ti uccideranno. Non posso permetterlo.

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La bellezza dell’alba li sorprese insieme in un risveglio pigro. William da li a poco sarebbe tornato lupo e allora avrebbe dovuto nascondersi. Da lontano si udivano voci confuse. Erano certamente gli uomini del villaggio. Non avevano perso tempo. Presto sarebbero arrivate anche alla casa della nonna. Il bosco alle prime luci del mattino era di una bellezza stupefacente. Si girò verso William che nel frattempo era tornato ad essere  un lupo con il manto grigio e folto.

– Gli uomini del villaggio. Non ci metteranno molto a trovare la casa. Hanno sempre saputo che qui ci viveva a mia nonna. Devi nasconderti subito.

Rimasta sola si preparò un caffè e sedette fuori nella vecchia sedia a dondolo scricchiolante  a sorseggiare la bevanda. Attese.

Poco dopo un uomo sulla trentina era giunto nei pressi della casa ma quando la vide rimase così stupito neanche avesse avuto dieci lupi pronti ad attaccarlo.

– Buongiorno- Li salutò Ursula. Aveva riconosciuto  quell’uomo. Era poco più di un ragazzo quando era andata via con la nonna. Lo ricordava vagamente con la chitarra in mano a strimpellare note a casaccio per far colpo sulle ragazze.

– Mi riconosci? Sono Ursula, la nipote di nonna Erminia

– Ursula? –poi un lampo negli occhi si  accese nel ricordo e un gran sorriso apparve sul volto dell’uomo

– La piccola cappuccetto rosso? Quanto tempo! Quando sei tornata? E la nonna come sta?

– La cara nonna è morta. Vieni dentro, ti offro una tazza di caffè. Sei venuto fin qui a raccogliere bacche? Non ricordo il tuo nome.

– Giacomo. Sono qui con un amico, ci siamo divisi. Stiamo dando la caccia ai lupi.

– I  lupi? Non ho mai visto lupi.

– Altroché se ci sono. E tu non dovresti stare qui. E’ pericoloso.  Stiamo mettendo alcune tagliole qua e la nel bosco.

Tagliole…

Ursula rabbrividì. I lupi non avrebbero avuto scampo. Il suo lupo non avrebbe avuto scampo. Doveva fare qualcosa.

 D’istinto prese il pugnale che William le aveva lasciato la sera prima per difendersi da un possibile animale selvatico e con una velocità fulminea colpi il giovane all’addome. L’ultima cosa che Giacomo vide furono due occhi verdi feroci, mentre il pugnale affondava nella carne. Cadde in ginocchio e subito dopo si accasciò a terra in un mare di sangue. Ursula lo vide morire come aveva visto morire sua nonna.

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Il corpo..

Doveva sbarazzarsene al più presto. Lo avrebbe fatto  a pezzi e dato in pasto ai lupi famelici la stessa notte e nessuno avrebbe saputo la verità, ma prima doveva pulire l’arma e soprattutto nasconderla dentro al cesto tra due panni dai motivi floreali.

 

William quella sera era ferito. Zoppicava. Nelle sue sembianze di lupo aveva visto due uomini avvicinarsi cauti verso di lui fino a quando uno dei due non aveva imbracciato il fucile e sparato. Lo aveva preso solo di striscio e lui era riuscito a scappare e nascondersi. In quelle condizioni non poteva rifugiarsi neanche da suo fratello. E della casetta della nonna di cappuccetto rosso neanche a parlarne. Era rimasto accucciato a leccarsi la ferita in una tana nascosta, circondata da grossi arbusti spinosi e aveva atteso il tramonto. Giunto al torrente, prima di attraversare il ponticello che portava a casa di Ursula, sentì due spari e il guaito di un animale colpito. Ursula era seduta fuori nella panca a ridosso della parete. Le luci in casa erano accese. Si udiva il rumore dell’acqua che solitamente aveva il potere di calmare gli animi. Quella sera invece la inquietava. Quando lo vide arrivare zoppicante si alzò di scatto per andargli incontro. Non gli avrebbe detto di Giacomo, di come aveva dovuto ucciderlo per salvarlo. Di come lo aveva fatto a pezzi, nascosto in un sacco nero e disseminato nel cuore del bosco per sfamare i lupi. Aveva preso il sacco dove quell’uomo teneva le tagliole e lo aveva nascosto. Le sarebbero servite per salvare ancora il suo lupo.

 

Al villaggio presto si seppe della scomparsa di Giacomo. I due uomini che erano insieme a lui erano tornai stanchi e affamati, disperati per non averlo ritrovato. Giacomo era l’amico di tutti, un ragazzone dolce che si sarebbe dovuto sposare la prossima primavera.

La fioraia della piazza del mercato, sua madre,  stava seduta a ricamare, silenziosa e curva sul suo lavoro mentre una vecchia gatta all’interno del suo chioschetto si concedeva sonni beati. Aveva un copri spalle liso dai colori sgargianti con i ricami alle estremità che ricordavano i centrini delle vecchie case. Quando vide arrivare gli uomini ma non il suo ragazzo chiuse la porta a chiave e pianse in silenzio calde lacrime amare.

 

William dormiva profondamente ma Ursula non riusciva a riposare.  Avrebbe voluto spezzare la maledizione. Nessun filtro imparato dalla nonna ne aveva il potere e nessun sacrificio avrebbe riportato le cose alla normalità ma il suo lupo non doveva morire. Glielo doveva.  

 

Al villaggio intanto si discuteva e si piangeva la scomparsa del povero Giacomo.  Angelo il fabbro la cui  giovinezza aveva lasciato il posto ad un’espressione bonaria, alla pelle ruvida dall’età e capelli di un bianco candido, si lasciò andare ad un pianto sommesso. Per lui era sempre stato come un figlio. Stava sul retro della taverna dove gli abitanti  si erano riuniti  a bere alcol e caffè americano. Una ragazza lo trovò fuori, senza neanche una giacca al vento che lo riparasse dal freddo, mentre spazzava con una ramazza le foglie morte cadute dagli alberi.  Era sempre così che consolava la sua solitudine e il suo dolore. La moglie lo aveva tradito ed era andata via di casa con un uomo più giovane di lei e il figlio era andato già da tempo in terre lontane. Così, rimasto solo,  si era offerto volontario  come custode ovunque ci fosse stato bisogno di lui e da allora aveva vissuto solo nei ricordi, tra la rabbia, il dolore e il rimpianto. A volte parlava di sua moglie con una nostalgia che faceva male ad ascoltarlo. Non la biasimava, sapeva di essere stato un marito noioso per il suo temperamento. Il terreno era tremendamente umido e Angelo il fabbro avrebbe voluto disperatamente sprofondare in esso adesso che anche il suo Giacomo non sarebbe mai più tornato da lui.

 

Ursula preparò il sacco con le Tagliole. William era rimasto insieme a lei anche durante il giorno.

download.jpg tagliole

– Devi rimanere nascosto e non muoverti da qui. – gli aveva detto con dolcezza. Ti nasconderò nel granaio. Troverai acqua e cibo sufficienti fino al mio ritorno.

– Come fai ad esserne così sicura?

– Fidai di me. Devi fidarti di me. Io devo andare al villaggio  a comprare delle provviste. Vedrai William…ti lasceranno in pace.

Prima di uscire gli accarezzo il folto manto e lo guardò dritto negli occhi. Poi prese il cesto, indossò il suo mantello rosso e si coprì il capo con il cappuccio.

– Stai attenta.. cerca di non aver paura.

Sono loro che dovranno avere paura, pensò la ragazza.

 

Passarono diversi giorni prima che William potesse rimettersi in piedi. Quando Ursula ebbe la visita di due degli uomini più forti del villaggio per un momento ebbe paura di tradirsi. Quando le chiesero di Giacomo la ragazza negò di averlo visto.

L’autunno cominciava a farsi sentire.

 

Al villaggio c’era un gran fermento. Parecchi uomini erano scomparsi, dati per morti per colpa dei lupi. Tuttavia ne avevano uccisi un gran numero.  Persino il reverendo quella sera si era unito ai cacciatori pregando per le anime  perdute. Ettore se ne stava in disparte, a bere e ad ascoltare in silenzio. Si sentiva  smarrito, sperso come una lucertola dalla coda mozzata che sfugge al suo predatore. Brancolava nel buio e non aveva idea di quali fossero i passi da fare. L’intera esistenza di suo fratello gli girava intorno come un vortice. Se non avesse fatto qualcosa sarebbe diventando pazzo.  Aveva deciso. Si alzò in piedi e prese parola.

– Domani andrò io nel bosco. Non possiamo continuare in questo modo.

– Ettore.. sappiamo tutti che sei il miglior cacciatore del villaggio. Ma  non sei più giovanissimo.. non vorremmo che…insomma hai capito.

– Giacomo era poco più di un ragazzo eppure è morto. Altri come Alberto e Guidone sono andati e non hanno più fatto ritorno come molti altri al villaggio. Tocca a me stavolta.  Non ho mai fallito..

– Tranne una volta Ettore. Dieci anni fa mancasti un lupo che stava per uccidere cappuccetto rosso e sua nonna. Siete stati fortunati che quel maledetto lupo sia scappato.

– Verrò con te Ettore. . Si voltarono verso Angelo, che aveva preso parola sorprendendo tutti.

Angelo che non aveva mai tenuto un fucile in mano. Angelo che viveva da anni nel suo dolore e aveva perso tutti i suoi affetti. Angelo che voleva affrontare il lupo responsabile della morte del suo ragazzo.

 

Quando quella notte William bussò alla porta del fratello, lo trovo in lacrime, seduto sul letto, vestito e con addosso ancora gli stivali sporchi di fango.  Poi notò il fucile pronto, in un angolo della stanza spoglia.

– Fratello….

– William .. Ti prego, vattene.

– Ettore.. è giusto così. E se proprio devo morire sono contento che mi uccida tu. Del resto.. a cosa serve vivere una vita come la mia?

Si abbracciarono per dirsi addio.

 

 

Ursula stava cercando di pulire il suo mantello rosso sporco di sangue. Quando aveva affondato il pugnale nel petto di quell’uomo robusto aveva dovuto usare tutta la sua forza. Era sicura di averlo colpito al cuore. Dentro la carne martoriata aveva girato il coltello da destra a sinistra con malvagia soddisfazione. Il sangue del cacciatore era colato lungo la sua mano e aveva sporcato il mantello. Era morto subito, dalla sua bocca non era uscito neanche un sibilo strozzato. Li avrebbe uccisi tutti se fosse stato necessario. Sua nonna sarebbe stata orgogliosa di lei.

Dei passi la destarono dai suoi pensieri. William doveva essere tornato lupo e adesso si avviava verso il suo rifugio. Era stata chiara con lui. Sarebbe dovuto rimanere nascosto finché non avessero smesso questa assurda caccia al lupo. A volte gli abitanti del paese erano passati a trovarla per metterla in guardia, qualcuno si era offerto di ospitarla, un ragazzo biondo come un vichingo si era invaghito di lei e le aveva chiesto di sposarlo Quello stupido aveva insistito per proteggerla e non era più voluto andar via. Era morto dopo aver accettato per cortesia una buona tazza di the alle erbe.

Faceva freddo.

Aveva smesso di piovere da pochi minuti.

Respirò a fondo il profumo piacevole della terra bagnata. All’improvviso uno scricchiolio lieve la mise in allerta e una brutta sensazione le attraversò il corpo e i sensi come un presagio funesto. Corse sul retro della casa,  aprì la porticina nascosta  tra i glicini che aveva coltivato la nonna e l’erbaccia fatta accumulare di proposito fra due panche arrugginite poco lontano da una rimessa con il tettuccio che ospitava una vecchia bicicletta e qualche lanterna appesa al chiodo. William però non c’era.

Come una figura furtiva prese in un lampo il suo mantello ancora sporco di sangue, il cesto con dentro il pugnale e lo specchio coperto da un panno scuro e prese il fucile che aveva rubato a Giacomo. Uscì fulminea, coprendosi  parte del volto con il cappuccio rosso con il cuore che le balzava in petto ma non fece in tempo ad attraversare il ponte a ridosso del torrente in piena.

Ricominciava a piovere.

 

Li vide. Erano in due.

 

 

Ettore avanzava con un peso al cuore. Sapeva dove trovare suo fratello.  Angelo gli stava dietro con passo deciso, gli stivali infangati e il colletto della giacca tirato su. Il sentiero li stava conducendo alla casa di Ursula.  Le tagliole erano state disseminate ai margini del sentiero seminascoste dalle foglie umide e qualche ramo secco.

– Cosa sto facendo? Sto per uccidere mio fratello – pensò.

Non ebbe il tempo di un ripensamento, di una scusa per andare via, di un respiro profondo. Si trovò davanti un lupo dal manto nero e ispido. Gli occhi fissi su Ettore. Con la forza e la fierezza di un capobranco gli si avventò contro con  incredibile ferocia. Poteva essere suo fratello? I lupi sembravano tutti uguali.

lupi-lotta

 Gli azzannò il braccio. Il suo muso a pochi centimetri dalla faccia. Ettore sparò ma non riuscì a colpirlo. Era sconvolto, spaventato e pentito di aver preso quella decisione tanto assurda. Non poteva uccidere suo fratello. E se non lo fosse stato? Tuttavia, quale lupo avrebbe mai potuto essere nelle vicinanze della casa di Ursula, un tempo appartenuta ad Erminia?

Un altro lupo comparve da dietro gli alberi. Era più magro ma con un pelo più chiaro. Ringhiava minaccioso, sbavava.  Senza esitazione corse verso Ettore e si avventò contro l’altro lupo riuscendo a fargli mollare la presa. Ci volle un istante per far capire ad Ettore chi fosse suo fratello. Era sconcertato. I lupi lottavano fra di loro, William gli aveva salvato la vita nonostante lui fosse li per ucciderlo. Non poteva farlo. Sarebbe scappato via e sarebbe stato un codardo agli occhi degli abitanti del paese ma non avrebbe ucciso William.  Ursula osservava la scena attonita, conosceva troppo bene il suo lupo per confonderlo con gli altri della specie, tuttavia non riusciva a prendere la mira e sparare perché avrebbe rischiato di uccidere il lupo sbagliato.

All’improvviso uno, due, tre spari.

Il frastuono fece sussultare tutti rimbombando nel silenzio del bosco. Il guaito di entrambi i lupi accasciati a pochi metri di distanza in una pozza di sangue caldo. Il silenzio durò pochi attimi ma ad Ursula sembrò un’eternità.

Angelo, che fino ad allora era stato dietro Ettore non sapendo bene cosa fare,  aveva sparato con sicurezza a distanza ravvicinata e si era mosso velocemente come una lepre. Per la prima volta aveva fatto qualcosa di utile per il villaggio e per se stesso. Aveva vendicato Giacomo. Non si accorse di Ursula che gli aveva puntato il fucile contro, che premette il grilletto e sparò. Un solo colpo in aria per farlo voltare, per fargli capire che lo avrebbe ucciso senza pietà. Voleva vedere il terrore nei suoi occhi.

Angelo la guardò. Attonito, spaventato. Non capiva. O forse si.

Fu nell’attimo stesso in cui capì chi in realtà fosse responsabile della morte del suo Giacomo che cadde di schiena e nel tentativo di rialzarsi inciampò. La tagliola scattò veloce squarciandogli il viso. Urlò come se fosse stato preso dal diavolo in persona. Il sangue schizzò copioso sul corpo che si agitò per pochi secondi. Poi il silenzio.

 

Ursula ed Ettore si sarebbero aspettati che il corpo di William, una volta morto tornasse umano, ma non fu così. Egli rimase lupo e così lo seppellirono. In silenzio, sotto una pioggia violenta che bagnava i loro corpi, che si confondeva con le loro lacrime.

– Sei sempre stata tu…mio fratello non aveva mai ucciso nessuno.

– Si.  E non è servito a nulla.

Poi, fra le lacrime, prese lo specchio e lo ruppe.

 E rimase li, sotto la pioggia in silenzio accanto ad Ettore.

 

Di lupi se ne videro sempre meno. Ettore tornò in paese e da allora non disse più una parola. Qualche anno dopo lo trovarono morto nella sua abitazione vicino ad una fiaschetta di vino rosso, riverso di schiena sul pavimento.

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Non si seppe più nulla di quella misteriosa ragazza che aveva abitato nella casa di nonna Erminia e che tutti fin da bambina chiamavano cappuccetto rosso. Aveva lasciato il bosco, il paese  e nessuno più la vide. Solo il suo mantello rosso sporco di macchie ormai sbiadite e con un vistoso cappuccio rimaneva appeso al ramo di un grande albero, vicino al torrente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AI CONFINI DI REINKAR DI ALESSIA FRANCONE COVER REVEAL

Ciao lettori, 

E’ con immenso piacere che vi annuncio l’uscita del quarto e ultimo libro di Reinkar di Alessia Francone. L’uscita è prevista per il primo maggio. Un romanzo atteso per chi, come me, conosce la storia di Selene, regina e maga di Reinkar. Per coloro che invece non hanno mai avuto il piacere di leggere i romanzi della Francone, direi che questo sia il momento propizio.

Il ciclo di Reinkar è avvincente, commovente, avventuroso e per alcuni versi romantico. Alessia Francone, autrice più unica che rara nel  genere fantasy, sa come conquistare e fare innamorare i suoi lettori.

Alessia è un’autrice del collettivo scrittori uniti ( CSU ) e pertanto potrete incontrarla alle prossime fiere per scoprire che oltre ad essere una bravissima autrice è anche una donna fantastica. 

Iana.

Autori CSU: Alessia Francone 

Autrice: Intervista ad Alessia Francone

 

Copertina_anteriore_confini

Autore: Alessia Francone
Titolo: Ai confini di Reinkar
Serie: Il ciclo di Reinkar, volume 4
Link ai precedenti volumi della saga:
https://store.streetlib.com/it/alessia-francone/la-maga-di-reinkar
https://store.streetlib.com/it/alessia-francone/i-nemici-di-reinkar
https://store.streetlib.com/it/alessia-francone/i-segreti-di-reinkar
Prezzo copertina cartaceo: 15,49
Prezzo copertina ebook: 2,99
Data di uscita: 1 maggio (vale soprattutto per l’ebook, per il cartaceo ci vorrà qualche giorno in più perché sia disponibile sugli store)

Estratto:

La foresta era buia e impenetrabile. Il gruppo proseguì a lungo alla ricerca di un
luogo dove sostare; era ormai notte fonda quando, uscendo da un ammasso di cespugli, i
sovrani e gli altri si ritrovarono su una vecchia strada lastricata. Se si escludevano alcune
pietre smosse e l’erba cresciuta tra gli interstizi, era ancora abbastanza in buono stato. Il
temporale si era trasformato intanto in una violenta tempesta, che non accennava a placarsi.
– Chissà dove conduce questa strada. – si chiese Dreißen.
– Proviamo a percorrerla, forse troveremo un luogo asciutto dove sistemarci. – suggerì la
regina, avviando il cavallo lungo l’antico sentiero. Arne, il capitano e le ancelle la seguirono,
imitati dagli scudieri e dalle guardie. Circa mezz’ora dopo, a conferma dell’ipotesi di Selene,
incontrarono quelle che sembravano vetuste mura di cinta in rovina. La via lastricata si
incuneava tra di esse, proseguendo poi tra gli alberi. I viaggiatori si scambiarono un’occhiata
e andarono avanti, spinti da una vaga curiosità.
Fatta eccezione per i rumori provocati dai tuoni, dalla pioggia e dal vento, intorno a loro
regnava un insolito silenzio; sembrava che la foresta fosse totalmente priva di vita animale,
oltre che umana. All’improvviso, dopo una svolta, si trovarono di fronte a qualcosa di
assolutamente inaspettato.
La strada terminava in un ampio piazzale, invaso dalle erbacce e attraversato da un lago nero
e silenzioso. Su entrambi i lati dello specchio d’acqua si ergeva un possente edificio. La
debole luce magica di Selene e quella livida dei lampi scolpivano le torrette e le scale di un
tetro maniero, costruito con grandi blocchi di pietra squadrati. Un ponte collegava le due ali
del castello, scavalcando il lago in una campata ardita. Dalle numerose finestre a bifora non
proveniva alcuna luce; sembrava che il palazzo fosse disabitato. Anche il grande portale era
inspiegabilmente aperto. Una nebbiolina impalpabile velava il luogo, avvolto da un’atmosfera
di tenebre e mistero, che in quella notte di tregenda era ancora più inquietante.

Luciano Ricci: recensione del racconto ” Ti ho incontrata nel mare”

 

RECENSIONE del racconto ” Ti ho incontrata nel mare” di Luciano Ricci a cura di Iana Pannizzo

RICCI

Il racconto  che porta il titolo “Ti ho incontrata nel mare” di Luciano Ricci, porta in sé la delicatezza e la forza di un fiore che sboccia malgrado le intemperie di questa vita piena di sorprese,  in questo tempo sospeso, dove si ha la sensazione che scoppi come una bolla di sapone in cui noi, come innocenti, osserviamo tra lo stupore e l’amarezza di un bambino.

L’autore omaggia la figura del medico non tanto come eroe senza macchia e senza paura, bensì come uomo, marito e padre e come tale pensa, ama e reagisce.

Il racconto ci invita a riflettere sulla condizione del medico che non si limita ad essere una figura in camice bianco poiché dietro diagnosi e terapie si nascondono spesso dubbi, ricordi e paure.

Da un’esperienza reale, Luciano Ricci ha saputo delineare le emozioni di un uomo che  ama la vita e lotta per essa anche fuori dalla corsia oltre le luci accese tra pareti bianche e anonime, tra gente che soffre e spesso muore.  I suoi pensieri corrono dietro la vita altrui  nel tempo che passa , tra i cambiamenti, le impressioni, le speranze e le illusioni.

Un racconto dolce, tenero, umano e carezzevole , che scalfigge la visione acerba e convenzionale del medico.

 

 

Blogger del mese: Wwayne

Ciao lettori,

Per lo spazio blogger del mese voglio presentarvi Wwayne.  Il suo blog è qualcosa di affascinante che sa di età andata vissuta ai giorni nostri. Gli articoli prendono forma attraverso il tempo dilatato dei ricordi. Un blog interessante, fuori dal senso comune e per alcuni versi nostalgico, che vi consiglio sinceramente di andare a visitare. Sono sicura che non vorrete perdervi più nessun articolo.  Noi del blog Un libro per amico –recensioni lo abbiamo incontrato e intervistato per voi.

Buona lettura

Iana

Intervista al  blogger WWAYNE a cura di Iana Pannizzo

wwayne

D- Ciao Wwayne, benvenuto al blog “ Un libro per amico-recensioni “, partiamo subito con la prima domanda per conoscerci meglio. Chi è in breve WWayne e cosa ti ha spinto ad essere blogger?
R- Mi definisco un amante dei libri e dei film, e cerco di sfogare entrambe le mie passioni nel mio blog. Riguardo alla seconda domanda, sono diventato un blogger senza volerlo. Cerco di spiegarmi meglio. Quando creai un indirizzo di posta elettronica Hotmail, contestualmente mi venne regalato un blog WordPress (non scelsi neanche il nome, lo formarono loro con le lettere che avevo messo prima di @hotmail.it): se non mi avessero fatto questo omaggio, non sarei mai diventato un blogger. 🙂
D- Parlaci del tuo particolare ed interessante blog?
R- E’ dedicato a libri e film di nicchia. Non parlo quasi mai del film del momento, perché
sarebbe una scelta scontata e perché in rete ci sono già mille altri articoli sull’argomento: io preferisco focalizzarmi su libri e film che non conosce nessuno, ma meritano comunque di uscire dal dimenticatoio.
D- Artisti dimenticati, di altri tempi o poco conosciuti. Che emozione suscita in te
raccontare di queste vite dal successo antico?
R- Come avrai intuito dalla risposta precedente, il mio blog è dedicato proprio a libri e film che hanno avuto meno successo di quanto meritassero. Confermo che è una grande
emozione quando ti rendi conto che il tuo post sta piacendo, e quindi hai contribuito a dare un minimo di visibilità a un libro o un film dimenticato da tutti.
D- Un articolo che ti sta particolarmente a cuore e perché?
R- Questo, perché l’ho dedicato alla ragazza che amo:
https://wwayne.wordpress.com/2018/11/03/ti-amo-ancora-elisa/.
D- Hai mai pensato di scrivere un romanzo ispirandoti a questi artisti?
R- No: a stento riesco a trovare l’ispirazione per scrivere un post, figuriamoci per scrivere un romanzo lungo centinaia di pagine.
D- Cosa fa di una persona, secondo te, un/a grande divo/a ?
R- Il carisma. Il talento ce l’hanno in tanti, il carisma in pochissimi.
D- Che consigli daresti agli aspiranti blogger ?
R- Commentare a tutto spiano nei blog degli altri. E’ il modo migliore per farsi conoscere in giro, e cominciare a formarsi lentamente un proprio pubblico.
WWayne noi ti ringraziamo del tuo tempo e di essere stato ospite in questo blog.
Naturalmente ci rileggiamo nei prossimi articoli e ci rivediamo per una prossima intervista

Il Cavaliere del Grifone e La Spada e il Grifone di Alessandro Spalletta: recensione unica

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Alessandro Spalletta è nato a Grosseto, in Toscana, nel 1988. 
Nel 2013 ha conseguito la Laurea Magistrale in Lingue e Culture per la Comunicazione Internazionale. Vive a Roma ma non ha dimenticato l’amore per la sua terra.

Da una grande passione per la lettura è nata la voglia di iniziare a scrivere. 
Il Cavaliere del Grifone è il suo romanzo d’esordio, pubblicato a ottobre 2018.

Recensione a cura di Iana Pannizzo

Con i suoi due romanzi storici “ Il Cavaliere del Grifone” e “ La spada e il Grifone”,  Alessandro Spalletta, ricostruisce la figura storica di Bino degli Abati del Malia, condottiero della famiglia degli Abati,  per la libertà della Maremma.

bino

Al di là dei rapporti storici, l’autore ci presenta un protagonista di animo nobile che nell’arco di trenta lunghi anni invecchia e matura come uomo, condottiero, padre e marito.

 Se in un primo momento conosciamo un Bino degli Abati, passionale e quasi spavaldo, pronto ad ogni avventura per puro diletto come un don Donchisciotte che lotta per la sua Dulcinea, tanto ingenuo e sognatore quanto coraggioso e volitivo, in un secondo tempo lo troviamo cambiato, umile, accorto, deciso e riflessivo.

Nelle vicende, emergono sbalzi d’umore, ossessioni, manie di grandezza e di conquista e  interessi politici quando il nemico più temibile e letale viene dalla menzogna  e dal tradimento piuttosto che dalla spada.

Nell’intera storia, Bino muore e rinasce non una ma più volte, nella azioni, nelle parole e negli anni d’orgoglio e di vergogne, nel tempo uguale e diverso, e cerca nei peccati propri e altrui il valore della vita.

 Si confonde dentro di lui il bene ed il male come la notte ed il giorno,  l’amore e l’indifferenza, la disperazione e la gioia,  nella solitudine delle albi grigie e dei tramonti pallidi, come a lasciarsi andare in un tepore che sa di vertigine e abisso perenne.

Bino ha freddo nell’anima come chi ha freddo un morente consapevole, come la pioggia dell’inverno, quando il passato ritorna sotto forma di alleanza, quando i fantasmi e le lotte con la propria rabbia, il dovere e l’amore feriscono e leniscono allo stesso tempo.

 I personaggi non vivono a senso unico la loro condizione, la loro anima muta, scivola via tra i turbamenti, nelle vicende che a posteriori riscoprono con una visione diversa da quella trasfigurata dai propri sentimenti.

L’autore ricostruisce le  vicende di una Toscana medievale, dove la lotta tra guelfi e ghibellini viene trafitta non solo di spada ma anche di favella velenosa che il tradimento conosce bene.

Mai noioso o deludente. Il lettore si sente trascinare in un tempo in cui l’onore della parola e l’amore della libertà trasforma in audace anche il più pavido per natura.

Una  storia che lascia senza fiato. Una trama che intreccia personaggi storici a quelli di pura fantasia così bene da non capirne la differenza,  in  uno stato ad alta tensione emotiva. Stile pulito, fresco, una narrazione interessante ricca di suspense,  intenso come il dolore di un dardo sul petto, con un finale a sorpresa che regala al lettore serenità e amarezza,  rabbia, comprensione e perdono.

Alessandro Spalletta è senza alcun dubbio uno dei autori più bravi e promettenti che ci auguriamo di leggere ancora.

Ti “Fermi” e…racconti ( coautore Alfonso Pistilli)

Ciao lettori,

oggi vi farò leggere la recensione di un libro formato dai racconti scritti dai ragazzi del liceo scientifico Enrico Fermi di Canosa di Puglia.

All’Istituto verrà inviato il libro di Marco Lovisolo lo zaino è pronto, io no” ( con dedica dell’autore) come premio a questi ragazzi ricchi di sensibilità e talento.

Iana

ti fermi e..racconti

Recensione de ” Ti “Fermi” e…racconti ” a cura di Iana Pannizzo

Ti Fermi e…racconti, sono una serie di racconti , per la maggior parte short story, che danno voce ai ragazzi e ragazze dell’Istituto Scientifico Enrico Fermi di Canosa di Puglia.

 I racconti, malgrado siano scritti con uno stile acerbo, con l’innocenza e la forza della giovane età, si distinguono per temi di spessore che non hanno nulla da invidiare ai “ grandi”.

 Le tematiche variano dall’amicizia alla solitudine dei rapporti familiari, dalla fatalità del destino allo struggimento di un ricordo. Sono 25 racconti con contenuti accurati, che si riflettono sulle azioni, sulla comprensione e soprattutto sulla comunicazione o mancanza di essa a dispetto di una società che solitamente dipinge l’adolescente privo di valori.

La profondità di pensiero matura nella visione di questi ragazzi nei confronti del prossimo e di se stessi, nelle reazioni ai dolori e ai tradimenti, alla ricerca di una felicità che va ricercata nel dettaglio di una parola o di uno sguardo.

I racconti ci portano all’ascolto, all’attenzione per far si che due universi cosi lontani come quello adulto e adolescenziale siano in realtà convergenti nell’amore.

La lettura è particolarmente adatta ad un pubblico giovane e tuttavia consigliato fortemente anche agli adulti, per scoprire o ribadire che i ragazzi hanno da offrire molto di più di quel senso comune giudicato da chi ha vissuto una vita intera.

Venticinque racconti che vi entreranno nel cuore, che vi faranno osservare con più coscienza vostro figlio e magari da leggere insieme. Venticinque storie da commentare con due visioni differenti, quello adulto e quello giovanile e che vi faranno trovare il giusto equilibrio dei rapporti personali più sinceri.

 

Coronavirus: riflessioni di una blogger

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In questo tempo beffardo , dove il tempo sembra sospeso tra la paura e la speranza, leggo ovunque, striscioni con su scritto” andrà tutto bene “.  Se da un lato si vuole far raggiungere il messaggio di speranza ai malati di Coronavirus, ai positivi asintomatici, ai sani che non sono neanche sicuri di esserlo, a chi sta in terapia intensiva, dall’altro lato mi fa arrabbiare. Perché in realtà non è andato bene nulla. Ci sono morti. E tanti. E anche solo  per una la vita andata a causa del virus non è andato bene nulla. Abbiamo famiglie distrutte dal dolore, mogli, mariti, padri, madri, figli, amici. A queste persone non è andato per niente bene. Non andrà più niente bene.  Poi c’è la paura e la gente cosciente e responsabile che si chiude in casa per uscire solo  in caso di estrema necessità e ci sono quelli che si credono invincibili noncuranti del danno che fanno a se stessi e agli altri. Chi si lamenta, chi canta sui balconi , chi piange, chi prega e chi si abbandona ad uno sfogo liberatorio che in realtà non libera proprio da nulla. Ci sono le mamme disperate che impazziscono davanti al pc su una piattaforma scolastica che lascia parecchio a desiderare. Ci sono maestre che si danno alla pazza gioia e lasciano compiti come se fossero caramelle distribuite ai più piccoli. Ci sono papà che rischiano il lavoro e stentano ad arrivare a fine mese, altri che rischiano il contagio perché al lavoro ci devono andare ugualmente. Ci si lamenta, però non si sta alle regole neanche per fare la spesa e magari sono gli stessi che si dichiarano nostalgici delle regole e della dittatura del fascismo ma guai a toccare la loro libertà.  A dispetto di tutto, stiamo tutti soffrendo per questa condizione che ha messo in ginocchio un intero Paese facendo perdere il senno, la lucidità persino in una battuta umoristica. Si viene fraintesi, si finisce per perdere la calma. Ci si dichiara isolati.  Intanto abbiamo dimenticato l’emergenza inquinamento, la fame nel mondo, la guerra, gli omicidi e tanto altro. Ci siamo concentrati su un problema che basterebbe un po’ di buonsenso da parte di TUTTI  per debellarlo e non ci rendiamo  conto della fortuna che possediamo.  Primo fra tutti: siamo sani. Abbiamo una casa in cui rifugiarci, possiamo comprare cibo per sfamarci, abbiamo i mezzi per comunicare i nostri pensieri, le nostre angosce e le speranze (internet in questo caso è davvero una grande risorsa), abbiamo tempo per dedicarci ai nostri figli, e non soltanto per far fare loro i compiti scolastici, per quello c’è tempo. Parlo della possibilità di osservare la loro crescita, il loro pensiero, le loro reazioni. La possibilità di conoscerli davvero e scoprire che sono ben diversi da noi, dal nostro fare, dal nostro quotidiano, dal nostro tempo che diamo scontato in qualsiasi cosa si faccia. Il tempo ( di qualità ) è l’unica cosa da difendere poiché in esso c’è tutto ciò di cui abbiamo bisogno.  La paura va sconfitta come questo maledetto virus che prende la mente, il cuore e i pensieri oltre il corpo. Quando tutto sarà finito.. perché finirà, non dimentichiamoci chi siamo e cioè essere fragili, che abbiamo bisogno l’un l’altro come l’aria e l’acqua. Non dimentichiamo di essere tutti sotto lo stesso cielo, nel cosmo infinito dell’incertezza e del movimento.. senza dar nulla per scontato. Godiamocela questa vita in qualsiasi situazione, non lamentando di ciò che ci manca, ma gioendo per ciò che abbiamo.  Abbiate buonsenso, restate a casa, aiutiamo i medici,  gli infermieri, ausiliari e tutto lo staff ospedaliero. Aiutiamo i camionisti che ci riforniscono, aiutiamo tutti quelli che sono costretti ad andare a lavoro.. restiamo uniti e amiamo la vita. Per noi.. per i nostri figli.

Iana Pannizzo