Marcello Simoni: La Prigione Della Monaca Senza Volto”. Recensione a cura di Iana Pannizzo

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Marcello Simoni, è uno di quegli autori di cui non riesci a dimenticarne le storie dopo aver letto l’ultima pagina.  I suoi romanzi affascinano perché ogni suo personaggio, che sia principale o secondario, è descritto in tutte le sfaccettature.  Uno stile perfetto, quasi irreprensibile che il lettore non può non amare.

Nella prigione della monaca senza volto, riprende la figura della monaca di Monza, Marianna de Leyva, che per certi versi si ricollega a quella descritta dal Manzoni nel celebre romanzo de I promessi Sposi. E’ interessante confrontare i due autori cosi lontani nel tempo e per stile, per visione di un personaggio realmente esistito nel seicento di una Milano repressa.

Mentre il Manzoni mette in risalto le fattezze fisiche della donna come il volto e soprattutto, gli occhi, lo sguardo che invoca pietà seppur nel suo superbo cipiglio, Simoni ne enfatizza subito il carattere, misterioso, enigmatico.  Nel Manzoni abbiamo una monaca di Monza orgogliosa ma remissiva che sopprime la rabbia e la soggezione verso il padre, ha un comportamento contraddittorio, che soffre e fa trasparire il suo malessere attraverso l’imposizione e i suoi ordini come badessa. Con Simoni invece leggiamo di una monaca che cerca vendetta, che si racconta, che ama se stessa, la liberà e il ricordo del suo uomo. Una donna malvagia perché sventurata. Una donna che ha rinunciato alla sua vita con fallace remissività.

Nel romanzo torna l’ormai noto inquisitore Girolamo Svampa, con quel suo temperamento forte e deciso che ricorda un boccale di birra scura. Un uomo che sfoga nell’irruenza e nella durezza dei modi la perdita di suo padre, inseguendo fantasmi, chimere, la sua vita di bambino rubata, riavvolgendo così il senso del tempo come un vecchio film visto e rivisto. 

Ci s’innamora dello Svampa, uomo ostinato e cupo come un vicolo scuro e senza lampioni. Egli ricorda, teme e ama. Il suo cuore è come un lago ghiacciato, duro in superficie e affascinante anche quando guardarlo e attraversarlo implica forti rischi.   

Una storia che riprende vecchi rancori. Una fede storpiata che non cammina tanto sulla strada della dissolutezza quanto quella di guardare dentro il lato più nascosto abbandonando spesso raziocinio e scetticismo.

L’amore è visto da più punti di vista, da quello paterno a quello dissoluto di donne penitenti; da quello celato al mondo a quello sfacciato e sperato.

Come in ogni romanzo di Simoni non manca di avventura, di suspense, di trame affascinanti che non possono fare altro che catturare il lettore dalla prima all’ultima pagina. Nella Milano del 600, in cui l’inquisitore non si lascia andare a isterici pensieri a interpretazione di stregoneria, quando il nemico viene da dentro, dal passato, da un affetto, da un sentimento.

Un’atmosfera coinvolgente, che ti trascina via tra monasteri di clausura e viaggi introspettivi in un continuo pellegrinaggio alla ricerca della verità.

 

 

 

 

 

La spiaggia si tinge di rosso: recensione a cura di Iana Pannizzo

 

Recensione a cura di Iana Pannizzo

La spiaggia si tinge di rosso, è il titolo di un romanzo di Marzia Francesconi, perfetto per una piacevole lettura estiva. L’autrice, offre ai suoi lettori, una storia frizzante, smaliziata e per certi versi pungente, che caratterizza i suoi personaggi uno ad uno.  La lettura è adatta a tutti , mettendo d’accordo lettori indulgenti ed esigenti .

Con uno scenario decisamente estivo, in una spiaggia che si affaccia sull’Adriatico nelle Marche, su una striscia di terra tra Fano e Senigallia, Marotta, La Francesconi, da prova di abilità analitica e investigativa con questo suo primo lavoro letterario.

 I personaggi si raccontano nel corso della storia, i legami prendono una nota vivace tra la rabbia e i sentimenti, tra silenzi e solitudini.

Non lesina di colpi di scena, amore e morte si susseguono e si rincorrono  in una trama che si infittisce, sfugge e ritorna snodandosi con un finale a sorpresa quando il sipario cala, la musica finisce e non si balla più.

Uno stile di scrittura scorrevole, giovane,  in cui l’autrice segue certamente il classico filone del genere ma che si allarga a relazioni che incuriosiscono ed invogliano il lettore a scoprire il colpevole. Si discosta in questo modo dalla figura stereotipata del poliziotto rude o del detective privato e ci accompagna a relazioni più umane ma a volte fittizie.

Dialoghi e descrizioni si alternano perfettamente e i capitoli brevi facilitano la comprensione dell’intero testo senza stancare.

Schietto ma non rude, un gioco delle parti che si ribalta e si dissolve come pulviscolo in controluce e non concede tregua ai destini e sulla difesa delle proprie scelte.

 

 

 

La ragazza della musica: Recensione a cura di Iana Pannizzo

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Sinossi
“La ragazza della musica”

Diana è una ragazza sedicenne affetta da sindrome schizoide della personalità che la porta ad essere profondamente anaffettiva.
Per motivi famigliari si trasferisce in una scuola e in una città non sua, che non conosce, dovendo lasciare gli affetti preziosi dei nonni paterni.
Nella nuova città intraprende un percorso contro la sua malattia, che la isola dalle emozioni del mondo intero. Grazie a un’auricolare che lei indossa sempre chi interagisce con Diana può inviarle un brano musicale e grazie a quello farle percepire il “mood” emozionale della discussione.
Dopo aver avuto un impatto non ottimo con i nuovi compagni di classe che la vedono fredda e rigida, durante l’ora di ginnastica, complice una pallonata, l’auricolare si rompe.
Riaggiustandolo da sé per evitare le sgridate paterne da quel momento in poi avrà in cuffia delle interferenze e non ultimo brani di musica inviati da chissà chi.
Parte allora la sua ricerca di chi riesce inconsapevolmente a sconvolgere il suo mondo emozionale lasciandola stremata dalle nuove e impreviste sensazioni.
Le sue ricerche la porteranno a conoscere Valentina, una coetanea di un’altra classe dello stesso istituto. Inizialmente titubante Diana finisce per confessarle cosa accade quando lei ascolta musica e si trova alla portata del suo auricolare.
Nascerà una complicità che si svilupperà all’insegna del superamento degli ostacoli emotivi di Diana e della musica che le due ragazze si scambieranno.

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

La ragazza della musica, un romanzo breve di Carlo Cavazzuti, converge su più punti focali, come la terapia dei suoni e della musica su un’altalena di emozioni inespresse, lasciate in sospeso o semplicemente assenti.

 La storia prende forma attraverso le pagine di un diario adolescenziale e per questo scritto con quella leggerezza che caratterizza i giovani, veloce, quasi sbrigativa e istintiva.

 La protagonista attraverso le pagine delle sue riflessioni quotidiane scopre la sua identità e l’approssimarsi di una comunicazione che non ha il bisogno verbale a tutti i costi. 

L’autore, attraverso la storia della sua protagonista, riflette sulla musica come strumento terapeutico che agisce con un cambiamento graduale e consapevole e su emozioni e sensazioni che a volte bisogna lasciare oltre la logica del comune pensare.

La diversità è vista come un disagio, uno sbaglio, quasi un’aberrazione da correggere a tutti i costi.

La protagonista ci porta in un mondo pieno di emozioni inespresse, di trepidazioni incostanti, curiose e a volte arrabbiate, quasi come se corresse su un binario che va incontro a un treno che non può partire.

L’amore arriva all’improvviso senza rendersene conto, la vita, la rabbia come un angelo che libera all’improvviso dalla chiusura e dal sentirsi sbagliati.

Cavazzuti ci offre una lettura scorrevole, facile da leggere ma da capire tra le righe e quindi non proprio leggero. Una lettura che sa di semplicità, d’innocente candore, ma anche di snobismo di chi non riesce ad accettare ciò che è diverso da noi, dove lo scherno spesso diventa scudo per evitare ciò che non si può capire.

Carlo Cavazzuti cammina in un sentiero poco battuto e che porta il lettore a guardare oltre l’ordinario.

 

 

 

 

Elena Genero Santoro: Stanotte o mai più. Recensione a cura di Iana Pannizzo

Recensione a cura di Iana Pannizzo

Elena Genero Santoro, con il romanzo dal titolo “ Stanotte o mai più”, ci catapulta in un mondo dove le relazioni umane si scontrano come biglie lasciate andare su un pavimento inclinato. Come in ogni suo romanzo, l’autrice ci parla di sentimenti che fanno riflettere sulla vita e sui suoi imprevisti.

La trama, si ingarbuglia con personaggi che fuggono e tornano e che pure non sono mai fuggiti e tornati. Relazioni di tutti i giorni dove al centro si erge la forza di una donna che comprende, che dona, che fiorisce in una giungla di trepidazioni e turbamenti.

L’autrice  mette in risalto la fragilità che sta dietro ad un temperamento forte, l’importanza di non calpestare i propri sogni e le proprie aspirazioni inseguendo e vivendo come luce riflessa attraverso quelle altrui. 

Dara, il personaggio motore della storia, emerge come una roccia , una quercia( come descritta nella storia) e come tale si fa carico di ogni peso emozionale mettendo da parte se stessa, quasi dimenticandosi. Subisce anche situazioni che non le appartengono ma che come detriti sul mare sembrano portare a riva ricordi e colori di un tempo passato.

Abbiamo a che fare con una malattia che non perdona, e con tutti gli sconvolgimenti che comporta, da quelli fisici a quelli emozionali, sentimentali e spirituali. Lo stato d’animo subisce accelerate e arresti fino all’ultimo scontro, come uno spettacolo di fine carriera in cui si da il meglio di sé per non farsi dimenticare.

Ci sono gli amici, persi nelle loro scelte, negli infiniti ingarbugli che portano fino alla inconsapevolezza di una visione distorta, quasi teatrale ma certamente snaturato, sensi di colpa, rimpianti, scelte egoiste richieste assurde.

La coscienza e la bontà, la paura di perdere il confronto, la paura di essere se stessi, l’accondiscendenza, la felicità che va presa e tenuta stretta  ma senza perdere di vista il proprio io, sono le colonne portanti di una storia che va letta con attenzione.

 La Santoro ci spinge a riflettere sui treni che partono e che spesso non ritornano e che spetta solo a noi prendere coscienza di quel treno che corre veloce sui binari dei nostri sogni purché a guidarlo non siano gli altri, perché la vita ci mette con le spalle al muro nell’amore che ognuno prova a modo suo.

 Il tempo, protagonista spietato e invisibile, viaggia veloce come chi emigra verso terre calde e confortevoli, il tempo che sfugge e somiglia ad un petalo strappato dal suo bulbo e che vola via.

Un romanzo che lascia una sensazione amara, che soffia sul cuore e ci resta.

Elena Genero Santoro, ormai una garanzia per chi abbia voglia di leggere  una storia che ti abbraccia come un amante e ti uccide come un nemico, penetra a fondo sulla psicologia umana con quella leggerezza di stile che coinvolge il lettore dalla prima all’ultima pagina.

Marcello Simoni: La Selva Degli Impiccati. Recensione a cura di Iana Pannizzo

 

selva impiccati

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 12 maggio 2020
Pagine: 400 p.
  • EAN: 9788806243593

SINOSSI

Anno Domini 1463, Parigi. Rinchiuso in un pozzo dello Châtelet, François Villon si vede ormai appeso alla corda del patibolo quando gli viene proposto un accordo: in cambio della vita dovrà stanare dal suo nascondiglio Nicolas Dambourg, il capo dei Coquillards, una banda di fuorilegge ritenuta ormai sciolta e di cui il poeta avrebbe fatto parte in gioventú. Ma Dambourg, per Villon, è molto piú che un vecchio compagno di avventure… Seguito come un’ombra da un misterioso sicario, Villon dovrà districare una vicenda in cui si mescolano avidità, sete di potere e desiderio di vendetta. E fare i conti con l’irruenza di Joséphine Flamant, una fanciulla dai capelli di fuoco, infallibile con l’arco, divenuta brigante dopo aver assistito al linciaggio dello zio a causa di una lanterna. Una lanterna dentro la quale si credeva fosse imprigionato un demone.

«La breve vita che Villon aveva vissuto al fianco di Nicolas Dambourg era bastata a cancellare per sempre i propositi di onestà inculcatigli a suon di frustate da mastro Guillaume. E di tutti gli insegnamenti della Sorbonne era rimasto in lui soltanto l’amore per lo scrivere parole in versi. Il ladro poeta, l’aveva soprannominato con affetto il re dei Coquillards. E ora, pensò con amarezza, quel ladro poeta era costretto a dargli la caccia».

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

La Selva Degli Impiccati, una delle ultime fatiche di Marcello Simoni, riprende la vita del poeta Francois Villon nel periodo in cui, incarcerato  si attendeva il momento della sua esecuzione. Per capirne meglio la personalità e l’andamento della storia, soffermiamoci per un momento, a cenni storici a noi pervenuti riguardo alla sua opera più famosa: La ballata degli impiccati, nella quale Villon fa appello alla pietà, per se stesso e per gli altri disgraziati come lui, spera nel perdono di Dio. Si vede già appeso, penzolante, alla mercé di sguardi curiosi, indiscreti e accusatori. In lui vige la speranza dell’assoluzione, di abbandonare l’odio della vita terrena quando il corpo sarà concime e l’anima chissà dove.

 Il Villon di Simoni non si discosta da quello studiato sui libri di scuola o per diletto. Egli è un poeta che sa come sfruttare l’arte dei versi a suo piacimento, anche quando la situazione sembra essere disperata. L’autore ci porta a spasso nella Parigi del quattrocento, per le vie dei ladri e dei vagabondi ma anche degli uomini insospettabilmente senza Dio che celano segreti e ipocrisia di virtù.

 La Parigi del più forte, dell’inganno sotterraneo tra chi attacca e chi si difende, sulle ombre di delitti destinati al dimenticatoio e promesse senza valore.

La morte accompagna il protagonista in questa storia intricata. Espressa, annunciata, celata e per alcuni versi risparmiata, ma sempre con il fiato sul collo e la sensazione di ritrovarsi con le spalle al muro nell’amaro destino della propria vita. Villon è deriso, soffocato dai rimorsi e dal senso di colpa delle sue azioni che toglie il respiro quasi come una corda al collo.

 La memoria sorprende lo stesso poeta nel coraggio di schierarsi dalla parte di coloro che, seppur per apparenze contrarie, anelino una giustizia e legittimità, che non lo dipinge come un eroe, poiché un furfante rimane tale per indole, ma non lo addita neanche come traditore attenuando persino quella sensazione di rifiuto che gli punge il cuore.

Una penna delicata e schietta, che caratterizza i suoi personaggi e li porta lì, dove si possono prendere per mano, attraverso scenari affascinanti, sul dolore di segreti sospesi, tra la ricerca dell’amicizia e la fratellanza e il rammarico dell’infanzia perduta che non capisce i misfatti degli uomini di potere, del gioco delle parti e della cupidigia che è sempre un’arma a doppio taglio.

Una storia piena di intrighi, in cui le passioni terrene e ultraterrene si confondono e allo stesso tempo si sparpagliano per uno scorcio di un paradiso illusorio che si offusca al pari di un angelo caduto che scompare per sempre e che vede protagonisti, semplici curati, crociati, donne avide e pianti innocenti.

 

Baba Dochia di Luciano Ricci: intervista all’autore e recensione del romanzo a cura di Iana Pannizzo

Intervista all’autore Luciano Ricci di Iana Pannizzo

luciano ricciNato a Genova nel 1959, ingegnere, sposato, due figli, ha lavorato per trent’anni nell’industria,
ricoprendo diversi incarichi dirigenziali in Ansaldo, Marconi e ABB, nel 2018 è stato nominato
“Maestro del Lavoro” dal Presidente Mattarella.
Dopo la tragica esperienza del crollo del ponte Morandi che ha sconvolto la sua vita, decide di
coronare il sogno di una vita: scrivere un romanzo.
 Pubblica così “La fanciulla delle fate” (2019), che ha presentato in 30 tappe di un tour
in giro per l’Italia tra cui il Salone del Libro di Torino. La vita di Anna e Teresa, il loro
incontro casuale fa emergere una sessualità latente. Un viaggio contro i pregiudizi e la
visione del mondo dal finale sorprendente.
 Dall’incontro proprio nella sua Genova con Yasmin Abo Loha nasce l’idea del suo
secondo lavoro “La leggenda di Baba Dochia” (2020), che contiene una prefazione
della Direttrice di ECPAT e che si occupa di sfruttamento sessuale dei minori. Da
questo rapporto con ECPAT Ricci ha colto molti spunti per il suo lavoro che poi ha
trasferito nella forma del romanzo.
 A Dicembre 2019 il suo breve racconto “La neve nei suoi occhi” è stato selezionato per
il volume “Il miracolo della neve”, quarta edizione de “I racconti del Bellevue”, annuale
concorso letterario “Parole dal Gran Paradiso”, quest’anno ideato da Massimo
Recalcati, psicoanalista e scrittore, che ha avuto come Presidente della giuria Elena
Loewenthal. Per il 2020 Ricci è stato invitato alla nuova selezione firmata Luc Jacquet
(regista de “La Marcia dei pinguini”) a cui parteciperà con “Le ballerine di Lillaz”.
 A Marzo 2020 il suo racconto (gratuito per una raccolta fondi per le Protezione Civile)
“Ti ho incontrata nel mare” ha ricevuto 8.000 download
 A Maggio 2020 il suo racconto “La diagonale perfetta” è stato selezionato per la
raccolta “Racconti liguri 2020” concorso letterario di Historica Edizioni di Francesco
Giubilei in collaborazione con il sito Cultora di prossima pubblicazione.
Tutte le pubblicazioni, ad eccezione de “La diagonale perfetta” sono edite da Edizioni Leucotea

D- Ciao Luciano, benvenuto al blog Un Libro Per Amico- Recensioni. Parto subito nel porti qualche domanda in merito al tuo ultimo romanzo che porta come titolo Baba Dochia che tratta delle tematiche davvero scottanti come la prostituzione minorile. Baba Dochia simboleggia un mito rumeno. In che maniera ha ispirato questo tuo lavoro?

R- Baba Dochia ha rappresentato il confine tra il bene e il male. Nella mitologia rumena non è certamente un personaggio positivo ma nella mia narrazione viene rivalutato quasi a rappresentare la possibilità, anche per chi commette del male,  di riscattarsi e iniziare una nuova vita.

D- La prostituzione minorile è il punto focale di questa storia. Un fenomeno purtroppo in crescita preoccupante. Questo romanzo sembra un monito per quei genitori troppo presi dal lavoro o altri fattori quotidiani e indurli a osservare invece molto più da vicino i propri figli.

R- Io affronto solo l’aspetto più intollerabile di questo fenomeno: quello della costrizione e dell’abuso dei minori; è vero che ne esiste anche un altro, espressione di una volontarietà nel praticare la prostituzione, fortemente connesso a modelli di riferimento sbagliati che i giovani assorbono senza una reale analisi: il vestito, la borsa griffata, l’ultimo modello di i phone rappresentano obiettivi talmente importanti per sentirsi accettati che si vendono per questo.

D- Visto dall’esterno, si può azzardare a puntare il dito, colpevolizzare. Colpa di chi? Di questa generazione che brucia le tappe troppo in fretta con droghe, alcol, di uomini senza scrupoli o colpa di una mancata comunicazione all’interno del nucleo familiare, in cui ci sente sempre più soli fino a conseguenza estreme e a volte irreversibile. Come si può evitare tutto ciò?

R- Nel romanzo metto certamente sotto accusa il traffico  e la malavita che lo governa ma soprattutto il fatto che questo reato venga commesso sia all’estero sia nei paesi ricchi come l’Italia da persone apparentemente per bene che alimentano questa tratta di minori: senza la domanda non esisterebbe l’offerta che in questo caso è rappresentata da innocenti bambine.

D- Un minorenne entra nel giro della prostituzione il più delle volte perché costretto. A volte però le cause sono diverse come la curiosità di entrare nel mondo libero degli adulti. Qual è la tua opinione al riguardo?

R- Esistono, come dicevo, due mondi separati: la tragica condizione economica di certe famiglie, soprattutto nell’est e in Asia, e ‘il giro’ di ragazze bene che vogliono tutto e subito, come emerso tempo fa da una maxi inchiesta a Roma.

D- I dati rivelano che gli italiani siano i più assidui frequentatori tra i Paesi europei nelle nazioni dove vige il maggior numero di sfruttamento minorile. Quanto ha influito nella stesura del tuo romanzo?

R- È vero! Abbiamo questo triste primato e non saprei spiegarne il perché. Cosa che mi ha stupito studiando il fenomeno è che il numero di donne che va in cerca di ragazzini all’estero è in forte crescita. Ho sentito il dovere di scrivere, raccontare quanta sofferenza, quanto dolore, ci sia dietro questi volti di esseri trattati da schiavi: ho voluto attraversare il “pianeta dei mostri” per vedere i loro volti e gridare la mia rabbia.

Luciano, noi ti ringraziamo del tuo tempo e per essere stato qui con noi e ci rivediamo alla prossima intervista.

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RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

L’ultima fatica di Luciano Ricci, Baba Dochia, è un romanzo che fa arrabbiare. L’autore denuncia a gran voce la mostruosità della prostituzione minorile, di molti bambini invisibili, senza sorriso cui è negato il diritto dell’infanzia e dell’adolescenza.

Ricci descrive una storia spessa cui contrasta uno stile di scrittura leggero e scorrevole.  Nella vicenda incontriamo ragazzi che lottano le ingiustizie, lasciando che il loro cuore giovane non abbia il sopravvento sulla paura dei mostri nel giro dei tanti perché, di realtà che molti non conoscono, ma dovrebbero per proteggere chi si ama dai ladri di idee, di sogni, di carezze, di corpi e di vita.

 I messaggi di questo romanzo cercano un bene più profondo che spesso questo mondo non vede negli anni acerbi della nuova generazione che non potendo regalare un mondo diverso a fanciulle innocenti, lanciano un piccolo sasso verso la legalità e la giustizia.

Un esempio? Sicuramente sì. Un invito a non tacere, a non chiudere gli occhi, a non far finta di non accorgerci del marcio che crediamo tanto lontano, ma potrebbe colpire anche i nostri figli senza rendercene conto.

Se da un lato si coglie il senso di giustizia, di ciò che è giusto, di credere nei propri ideali per non essere solo come cani che obbediscono, dall’altro ci pone davanti al confine del male che non si può raggiungere, combattere ed estirpare come erbaccia.

Un tarlo, che seppur non taciuto, continua in quei Paesi dove non si vede via d’uscita alla propria miseria. 

Un romanzo sconcertante, che fa riflettere sulla fortuna di figli addormentati in caldi letti piuttosto che senza pane e senza amore.

Un messaggio forte che con un finale inaspettato che ci pone davanti al bivio della nostra coscienza: far finta di non vedere o difendere l’innocenza a costo della vita, perché essa a volte bara e scopre le sue carte troppo tardi.

“L’ultima Risata” di Elena Genero Santoro: recensione a cura di Iana Pannizzo

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Editore: PubMe
Collana: Policromia
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 28 aprile 2020
Pagine: 274 p., Brossura
  • EAN: 9788833665115

Sinossi

In quella che doveva essere una spensierata vacanza, Futura apprende che a suo padre rimangono poche settimane di vita. Decide pertanto di rimanere presso i genitori per trascorrere con lui l’ultimo periodo. Suo marito Patrick, rientrato a Barcellona per lavoro, deve destreggiarsi tra le avance di un’allieva invadente e i nuovi problemi del suo amico attore Mac. Mentre Giovanni, il fratello di Futura, soffre per il timore di perdere il padre, la sua fidanzata Manuela non disdegna le attenzioni di un nuovo collega che pare essere l’uomo perfetto. Per costruire gli ultimi ricordi col padre, Futura affronterà un percorso a ritroso; le toccherà un inaspettato salto nel passato, tra i frammenti di una famiglia disgregata e un’adolescenza disagiata. Avrà un incontro destabilizzante con il ragazzo che al liceo le aveva rubato il cuore, ma qualcuno la aiuterà a ricomporre i pezzi e le ricorderà che la vita deve essere affrontata con più leggerezza, anzi, con una risata.

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

L’ultima risata, romanzo scritto da Elena Genero Santoro è un romanzo che ti lascia letteralmente sottosopra.  L’autrice ci porta in un mondo di sentimento, di bisogno di amore, di comportamenti storpiati dalla disperazione, dall’impotenza e dalla rabbia.

Incontriamo personaggi a noi familiari, che affrontano il dolore addentrandosi in un passato che sa spaccare in due il cuore a mano a mano che i ricordi si fanno largo “ come a spallate “ su una memoria assopita.

Ogni personaggio porta in se un disagio inespresso, una paura che gela anche le intenzioni migliori, che grida in silenzio il bisogno di essere capiti, amati ma soprattutto compresi.

Anche chi sembra sordo ad ogni sofferenza combatte una battaglia che gli altri non possono vedere, che implica il senso di rifiuto, di non essere accettati. Una storia dove ognuno vive un’ingiustizia. Ogni azione ha una sorta di causa effetto che investe gli altri come onda d’urto che stronca. La rabbia come una ferita profonda si ricuce da sola e il confronto con gli altri nella loro imperfezione si riduce a comportamenti alienanti poiché non sempre il tempo cura le ferite.

In questo romanzo il lettore non può fare a meno di riflettere sul come e sul perché bisogna accettare gli eventi della vita senza doverci per forza fare la guerra, con l’ombra delle conseguenze delle nostre azioni. Si sciolgono nel pianto i ricordi sbiaditi dal tempo sulla mancanza di comunicazione e su quanto invece essa sia fondamentale.

Elena Santoro parte da punti di vista differenti, ognuno secondo la coscienza, in una vicenda che ci fa riflettere su quanto, siamo di passaggio come nuvole, giacché veniamo al mondo come pioggia benedetta e dell’importanza di saper lasciare questo corpo che non ci appartiene quando arriva il momento. Focale è il ruolo del genitore e i sentimenti contrastanti verso i figli, i rimpianti, il tempo che passa e il ritrovarsi.

 E la colpa.

Ogni personaggio vive un senso del dovere e un senso di colpa che l’altro non vede. Il punto d’incontro sembra utopia.  I sentimenti sono complicati, contrastanti, come affetto, amore, lontananza e rancori, che si aggrovigliano come una vecchia matassa. I ricordi catapultano indietro nel tempo e ci si ritrova spersi, fragili, inconsapevoli, come se nulla fosse cambiato. Un luogo riporta alla memoria a come si era in gioventù e in quel momento chi si è e cosa si è costruito precipita nel dimenticatoio.  Una storia che commuove, lacera un pezzo di anima che rivede l’importanza della vita tra la voglia di trovarsi lontano e il rimpianto di non aver radici.

L’autrice da ulteriore prova della sua bravura, maestra nello scavare punti deboli e introspettivi come a sradicare una pianta, potare rami secchi per rinascere nuovi bulbi.

Un romanzo che porta in sé valori, doveri e voleri. Quando l’anima tocca il fondo, e ci si nasconde, vigliacchi, come pecore in mezzo a lupi, ma l’apparenza è tiranna e non vuole guardare in faccia la sofferenza. Scappa, si lascia vivere, si attacca all’egoismo piuttosto che l’umile rinuncia quando pure attraverso la delusione ha la voce di una lacrima amara che non sa parlare.

Elena Santoro ci investe con il suo stile pulito, che mai annoia ma che invoglia alla lettura, in un mondo che scoppia dentro come una dinamite, come un rigore che va a segno su un cuore che come un killer spietato, prima ci accarezza come sole d’inverno e poi ci manda a fondo nel mare della colpa, dentro il buco nero delle scelte.  Un romanzo che emoziona a 360°, da leggere e rileggere per accorgerci che un pezzetto di ogni personaggio vive in ognuno di noi, che segna il confine tra forza e fragilità.

L’ambiguo sorriso di Gilda di Riccardo Borgogno: Recensione

 

gildaL’AMBIGUO SORRISO DI GILDA

1947-1949. Arrivano in Italia “Gilda” e altri film che fanno conoscere i divi e le dive
di Hollywood. Luisa ha sedici anni, è l’unica superstite degli abitanti del suo paese
massacrati dalle SS tedesche in ritirata. Adesso vive a Roma con gli zii Antonia e
Peppe e la loro figlia Cecilia, coetanea di Luisa. Ferdinando consegue il diploma di
maturità e si prepara a subentrare al nonno Massimiliano nella guida del Consorzio,
un gruppo finanziario e affaristico. Gioele è un operaio comunista, durante
l’occupazione ha fatto la lotta clandestina, non accetta la nuova linea legalitaria e
democratica del suo partito e organizza un gruppo che esegue atti di “giustizia
proletaria”. Guglielmo è un agente del ricostituito servizio segreto. Riceve l’incarico
di organizzare una rete armata clandestina allo scopo di prevenire un’invasione
sovietica esterna o un’insurrezione comunista interna (o entrambe) in modo da
rendere l’Italia affidabile per i nuovi alleati. La nuova rete si chiama “Gladio”. La
giovanissima protagonista Luisa compare anche in età adulta nel romanzo “I nostri
figli non conosceranno la miseria” ambientato a Torino nel 1961 dello stesso autore.

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

L’ambiguo sorriso di Gilda, è il titolo del romanzo di Riccardo Borgogno che ci fa vivere, inizialmente come  in sordina , una trama con sfaccettature che pesano sulla storia, sulla coscienza e sull’inquieta curiosità.

La storia attraversa un arco di tempo tra gli anni 1947/1949 con alcuni salti temporali che risalgono alla fine della guerra.

Borgogno descrive gli anni del dopoguerra da punti di vista differenti. Da una parte della barricata ci sono i comunisti e la guerra proletaria, dall’altra parte i crimini dei fascisti e il progetto Gladio.

Un romanzo di cui si potrebbe parlare per ore, su cui riflettere con la difficoltà di non giudicare dalle apparenze e capire che l’animo umano ha sentimenti complessi che portano a situazioni e azioni disperate. Ricco di dialoghi, che fanno da cornice alla vita che sta dietro i punti salienti delle vicende, che viaggiano alla velocità della memoria non soltanto facendo la storia, ma cercandola.

Un romanzo disarmante, spiazzante, per alcuni versi crudele nella sua verità.

L’autore ci riporta negli anni bui con personaggi diversi tra loro come il giorno e la notte che attendono a loro modo un alito di vita che li possa riscattare.

C’è Luisa, una ragazzina petulante, vera, incosciente. Forte nel corpo e nello spirito e c’è Ferdinando, che ha tutto nella vita tranne la libertà e quando questa viene a mancare si reagisce o si soccombe. Oppure si muore o si muore in ogni caso e non solo fisicamente. L’autore entra dalle prime pagine in un mondo solitario, della proiezione di una vita regolare che vuole essere sconvolta da un  imprevisto fugace.

C’è Cecilia e le ragazze dell’epoca quasi come un canto innocente. Sono le speranze delle giovinette, ai tempi in cui il cinema sembra promettere un futuro migliore, di rivalsa, di riscatto che come una visione di angeli non ha il tempo del ripensamento e del disinganno.

Giochi delle identità, attraverso  protagonisti che si attraversano e si scontrano e annichiliscono segreti ma non il fango della corruzione.

E poi ci sono le madri, i padri, e la vita anonima del viavai che rimane nell’ombra.

L’autore ci fa rivivere il fascismo e la guerra  attraverso gli occhi dei bambini nei ricordi sfocati e l’incapacità di capire, anche quando tacere a volte può rivelarsi più utile che fare rumore, nonché la diversità di pensiero tra gli stessi partigiani.

Nessun eroe e molti vinti.

Non c’è pietà ai ricordi perché nella testa la guerra distrugge e mortifica ancora, tra la gente comune, la sete di vendetta e i rancori che hanno voce forte e chiara.

C’è il sapore amaro del dopoguerra, tante vite in bilico e nessuna certezza; storie che non si raccontano, da dimenticare su scenari diversi nella  politica di un’Italia che forse non si discosta molto da quella attuale.

E’ denso,  severo, amaro.  Aspro nella verità, nelle storie sbagliate, nelle speranze troncate.  

Sulla scia del capitalismo, si racconta della guerra proletaria che non ci sta, che avanza, prende coscienza, riflette e agisce. Lotte di classe, ai padroni, che in nome della giustizia si scontra con nemici troppo forti e spietati. E sta lì la bandiera rossa, come a dare sfondo all’idea di giustizia e libertà. Pace, lavoro e democrazia sono parole che sembrano stonare in un contesto di violenza e dalle idee di rivolta come scheletri in un armadio che non vuole chiudersi.

Ma quanto si discosta dall’attuale pensiero tra rivolte e pensieri celati? Tra le violenze dei giorni nostri che fanno eco alla storia? Quando la pace serve solo a coprire corpi sconvenienti, nel servire interessi o per amor di patria o ancora mirare ai propri scopi quando in gioco c’è la stessa sopravvivenza?

Sono mondi che si scontrano, che si annientano come un tornado che tutto distrugge al suo passaggio. Quanta ipocrisia imperversa sulle menti perbene che non osano prendere posizione? Forse perché la libertà ha un prezzo troppo alto, o forse perché la storia del dopoguerra, che i nostri nonni ricordano, persiste nelle coscienze che vogliono dimenticare e non possono.

Ambigui, proprio come il sorriso di un’attrice su un cartellone che con uno sguardo mellifluo che sembra prenderti per mano e spacciare per verità la menzogna di una politica corrotta e sogni svaniti.

Un romanzo da leggere tra le righe, in cui soffermarsi in apparenti ovvietà. Da cercare e ricercare tra realtà e finzione quale sarebbe stato il nostro pensiero e la nostra posizione in una storia che sembra tanto lontana ma non lo è.

 

 

 

 

RECENSIONE DEL LIBRO DOPPIO CARICO DI LORIANA LUCCIARINI

doppio carico

Loriana Lucciarini

 

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

Doppio carico, scritto da Loriana Lucciarini, è un breve libro – intervista in cui l’autrice dà forte voce alle donne lavoratrici con scenari diversi che fanno da cornice come a un’antica fotografia.  Non è un romanzo dove fanno capolino eroine di altri tempi tramandate ai giorni nostri, qui non ci sono eroi dai super-poteri ma donne, prima ancora di essere mamme e lavoratrici sulla strada della grande piaga del precariato.

L’autrice raccoglie diverse testimonianze di incontri, di protesta, di sindacati e di battaglie per la propria dignità e quella altrui.  In un tempo in cui si corre troppo, dove la vita privata sembra perdere quasi il senso di appartenenza, la condizione della donna che percorre la sua strada a fatica, richiama l’esigenza di passare dall’altra parte della barricata, in prima linea sul fronte lavorativo e con i piedi ben puntati per terra, rivendicando il proprio ruolo in una società ancora fortemente maschilista.

Se è lecito sperare in un cambiamento che non arriva, è pur vero che debba partire da noi, dal nostro pensiero e dalle nostre azioni schierandosi e camminare fieri, diventare grandi dentro questo grande vortice della difesa dei diritti e la libertà.

L’autrice ripercorre strade dalla Basilicata, all’Emilia Romagna, a Roma, vite spese a cercare di non essere solo un numero di fabbrica, un pezzo umano facente parte di macchinari seriali.

Donne diverse che reagiscono differentemente alla propria condizione, si parla del progresso, delle industrie, dei robot, di una politica cui torna comodo far finta dimenticare.

Davanti ai cancelli delle fabbriche si racconta la solidarietà fra i colleghi, ma anche la lotta del lupo mangia lupo a discapito del valore umano.

Un libro da leggere, da comprendere e da ricordare soprattutto quando si osserva un prodotto finito, dalle multinazionali ai supermercati sotto casa, il percorso di chi sta dietro di ciò che vediamo, ma non conosciamo, il percorso irto di coloro che non hanno paura e affrontano gli spinosi divari su cui far fronte in un tempo che non basta mai.

Leggiamo queste storie e immaginiamo donne come noi, che si alzano al mattino e iniziano a brillare di luce propria come piccole stelle lontano nel cielo, malgrado le discriminazioni, la rabbia, le lacrime e i sogni infranti. Donne, madri, operaie, che contano sulla dignità di essere se stesse.