Luciano Sartori: recensione del libro ” Lo Smemorato di Collegno

Buongiorno lettori,

Oggi vi porto per le vie di Collegno, un comune della città di Torino, per farvi conoscere la vicenda del professore Giulio Canella, ovvero lo smemorato di Collegno. Una vicenda incredibile che non si dimentica, una storia di oblio e di memoria, che alla fine della prima guerra mondiale, vede, un filosofo cattolico massacrato dai media, dalla calunnia e persino dalla rassegnazione. Una storia davvero interessante che ci viene raccontata dal giornalista Luciano Sartori nel suo ultimo libro ” Lo Smemorato di Collegno”. A seguire la recensione del libro e intervista all’autore.

RECENSIONE DEL LIBRO “LO SMEMORATO DI COLLEGNO” di Luciano Sartori a cura di Iana Pannizzo

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Una storia d’amore a 360°.

Se Verona può considerarsi la città dell’amore non è certo per i famosi Romeo e Giulietta, ma per i coniugi Canella.

 Nel giro immenso del tempo dilatato dai sentimenti l’autore ripercorre la vita di due anime di  eccezionale natura. L’amore vibra in ogni cosa. L’amore per un uomo, per una donna, per se stessi, per la patria, di Dio e per Dio, l’amore per l’amore come ci insegnano le vite sventurate dei protagonisti.

 Una storia che tocca il cuore ma che  fa bruciare anche di rabbia e indignazione. E’ un vortice di emozioni.  L’amore come forza per nutrire se stessi e cercare di cambiare il mondo circostante e combattere dalla parte del proprio cuore e ideale senza mai lo scoramento delle intenzioni, sopportando  ogni male per il bene dell’amato o dell’amata.

titoli giornali (2)Julia intorno anni '70_ fam Canella nel 1928 circa (2)

Amore, quello dei cugini e coniugi Canella  che più logora e più avvicina, come un faro nella nebbia nelle notti tempestose e senza luna. Due caratteri forti  e una felicità ricercata per una vita donandosi persino nell’attesa e nelle distanze.

Purtroppo è anche la storia dell’ipocrisia della gente, della paura e del senso comune e dell’arroganza di chi per dispetto, per paura , per rabbia o per invidia vuole sfinire chi si rivela scomodo al proprio dominio. Sono gli anni in cui difficilmente ci si può difendere, senza conseguenze, da un  sistema che vuole essere totalitario.

L’autore ci porta a Verona e a Torino con una  delicatezza  così disarmante da ritenere impossibile restare indifferenti ad un caso così singolare.

 Come un agnello in mezzo ad un branco di  lupi travestiti da pecore,  egli accompagna il lettore nel viaggio della memoria  di un uomo che pur smarritosi nelle atrocità del suo quotidiano, resta esempio morale e spirituale per molti. 

Iana Pannizzo 

INTERVISTIAMO L’AUTORE LUCIANO SARTORI

luciano sartori

D.  Buongiorno Signor Sartori, benvenuto al blog “ Un libro per amico- recensioni”. L’ultimo libro da Lei scritto, parla dello smemorato di Collegno, cosa l’ha spinta a scrivere del caso di Giulio Canella?

R.  Certe volte, al mattino apro una finestra e con la luce del nuovo giorno lascio entrare tutto il mondo che è fuori, la vita degli uomini e della natura, la storia della città, delle generazioni che sono passate e di quelle presenti e m’accorgo allora che quel mondo e quelle storie sono già dentro di me, avvertendo un gran bisogno di raccontarli. Così è accaduto, vivendo nella città di Collegno da un tempo lontano come da sempre, per lo Smemorato. È stata una sensazione forte, divenuta un imperativo e un impegno che ho preso di fronte a me stesso ed ho cominciato a leggere tutto quello che è stato scritto sul caso e le vicende dello Smemorato, da Pirandello a Sciascia, dalla Roscioni alla Dal Bon e altri fino ai libri scritti al tempo delle sentenze che condannavano un uomo a portare
il nome di un altro e a sopportare ingiustamente l’ignominia e il carcere, fino all’esilio.

D. Un passato dimenticato, un’accusa e una speranza. Cosa le ha lasciato dentro la stesura di questo libro che affascina e incuriosisce?

R. Il senso di un cammino, più spirituale che materiale, percorso accanto alla figura di Giulia Canella, la donna che ha riconosciuto nello Smemorato il proprio marito. Ho lasciato che la sua anima si impadronisse dei miei pensieri con la dolcezza e soavità del suo sguardo velato di malinconia, sempre pronta al sorriso pur nella mestizia. Ho apprezzato la profondità della sua intelligenza, la sua sensibilità, i luoghi del cuore e gli affetti a lei più cari. Questa donna, forte e coraggiosa, sostenuta da familiari e amici ha messo a nudo un personaggio oscuro, come il Padre Agostino Gemelli, togliendolo dal trono dello scienziato famoso ed elevato all’onore della nazione, del quale ogni parola era ritenuta e sbandierata come verità indiscutibile. Quel Gemelli che poi si macchiò di una delle infamie più grandi del ventennio fascista collaborando alle leggi razziali e adoperandosi, inoltre, per l’adesione della Chiesa alla politica antisemitica del regime, respinta dal Papa. Narrando la storia che era dentro di me, ho sentito il bisogno di rendere giustizia a Giulia e Giulio Canella, togliendo quelle ombre di impostura che ancora gravano sulla loro vicenda, caratterizzata da quattro anni di processi, sentenze, la montatura giornalistica di una tempesta mediatica come non si era mai vista e come forse non ci sarà mai, quando i giudici erano sottoposti all’azione del Governo fascista che interveniva nei processi e la stampa, sottoposta a censura, ubbidiva a cliché prestabiliti, pubblicando soltanto ciò che il regime approvava o tollerava.

D. Un uomo che ricerca se stesso nella storia della sua vita pratica. Una storia che ha ispirato film e saggi. Che cosa resta oggi di questo caso?

R. La storia è ancora viva e attuale. Il 10 gennaio di quest’anno, pochi giorni fa, al Cinema
Massimo di Torino la regista francese Maider Fortuné ha presentato il suo film documentario “L’inconnu de Collegno”, riportando l’interesse internazionale sulla vicenda.
Nel 2017, il Sindaco Francesco Casciano, nel 90° della pubblicazione su “La Domenica del
Corriere” della foto di un uomo barbuto con la domanda “Chi lo conosce?” ha posto a perenne ricordo dello Smemorato, una targa marmorea sotto le volte del portale juvarriano della Certosa.
L’Uomo alla ricerca di se stesso torna a vivere tra gli archi dell’antico convento certosino che Madama reale volle far erigere, chiamando i maggiori architetti, come una delle “delizie” che raccontavano nel Theatrum Sabaudiae al mondo di allora i fasti reali dei Savoia.
Quando si ritiene che tutto sia stato detto o scritto sulle vicende dello Smemorato,
improvvisamente nascono nuove curiosità che accendono la mente indagatrice e la fantasia di studiosi, affascinati da quella che oltre ad essere una storia giudiziaria è la storia di un grande amore che ha i primi fremiti nel cuore di una donna che ancora fanciulla incontra, all’inizio del secolo scorso, il professore Giulio Canella. Un amore nato nella città di Romeo e Giulietta, nell’atmosfera nebbiosa, come sospesa nell’irreale, delle rive dell’Adige che è anche il fiume dei ricordi più cari della mia infanzia.

D. Un lontano 1927, tempo in cui si difendeva la libertà contro la tirannia del fascismo, vede i protagonisti di questa vicenda prevalere sul pregiudizio e sull’accusa di essere Mario Bruneri, pericoloso anarchico e pregiudicato. Una condanna morale oltre il decadimento fisico negli anni bui della guerra. Quanto, secondo Lei, è stato giusto mandare Giulio Canella in esilio?

R. Le sentenze che condannano l’uomo randagio, raccolto in preda alla follia dalla strada e
ricoverato al manicomio di Collegno, raccontano un regime fascista dove tutto è controllato e diventa prevalente l’interesse della Questura che vuole a tutti i costi dare a quell’uomo il nome Bruneri per poterlo incarcerare. Nel ventennio fascista anche i Giudici giurano fedeltà al Duce e sono soggetti al potere esecutivo, per cui alla fine prevale l’identità di Mario Bruneri tipografo torinese latitante, inseguito da tre mandati di cattura.
Ne viene fuori un intreccio pirandelliano che resta, a mio avviso, in buona parte sospeso ad una verità mutevole e soggettiva, cui il grande drammaturgo siciliano dà la sua risposta COME TU MI VUOI. All’origine delle vicende giudiziarie c’è una motivazione fondamentale che escluderebbe che l’uomo ricoverato nel manicomio collegnese potesse essere Mario Bruneri: sono la fotografia scattata dalla polizia al momento dell’arresto e quella scattata due settimane dopo all’uomo ricoverato in cui appaiono profonde diversità.
C’è, inoltre, l’antagonismo nel mondo cattolico con Padre Agostino Gemelli che certamente non auspica il ritorno sulla scena della vita pubblica del professore Canella, c’è, non ultimo, l’interesse di Mario Bruneri, affinché lo Smemorato abbia il suo nome e paghi per lui il debito che ha con la Giustizia.
Dopo due anni di carcere a Pallanza, grazie a un’amnistia concessa a tutti i prigionieri, lo
smemorato può tornare a Verona nella famiglia Canella che l’aveva riconosciuto come marito di Giulia. Minacce di morte e la continua e fastidiosa sorveglianza della polizia, lo obbligano a una scelta: emigrare in Brasile dove Giulia era nata e dove viveva il padre di lei. Il 9 ottobre 1933, perciò, lo Smemorato s’imbarca con la famiglia per l’esilio in Brasile, dove viene ricevuto e stimato come il prof. Giulio Canella.
Sia pur tardivamente, il 10 giugno 1970, pure la Città del Vaticano, ufficialmente riconosce nello Smemorato di Collegno il prof. Giulio Canella.

D. Come risponde a coloro che tirano in ballo il DNA cui fa riferimento la trasmissione CHI L’HA VISTO? e che confermerebbe che lo Smemorato non era il professore Canella?

R. Purtroppo molti giornali hanno riportato con estrema leggerezza la notizia come un fatto scientifico documentato. In realtà si tratta di un DNA ad uso spettacolo televisivo. Viene contestato per le procedure poco scientifiche usate e le forzature. Innanzi tutto non può dimostrare che fosse Bruneri. La conduttrice doveva fornire una risposta alla domanda che si era posta: dove la Scienza poneva degli interrogativi lei con banale leggerezza fece credere che il DNA dimostrasse che lo Smemorato non fosse il professore Canella.
Si tratta di un DNA televisivo. IL DNA è una cosa seria e richiederebbe un’autorizzazione del Tribunale prima di essere fatto. La Scienza va avanti: ricercatori americani hanno dimostrato che in persone che hanno subito gravi traumi il DNA può subire dei mutamenti. Di più non direi, il DNA è un tema da scienziati. Nel libro ho anche citato i riferimenti di questa équipe di ricerca americana. A mio avviso il mistero rimane legato ad altre possibili domande , mentre l’anima dello Smemorato è tornata a rivivere tra i
colonnati della Certosa con l’apposizione della targa marmorea sotto le volte del portale del Juvarra ed ancora ci interroga CHI LO CONOSCE?.

D. Collegno ieri e oggi. Cos’è cambiato nel tempo?

R. Collegno alla fine degli anni ’20 del secolo scorso era un paese di campagna di poche migliaia di abitanti, che viveva accanto a una città murata più grande, il manicomio. con migliaia di ricoverati e operatori sanitari, artigiani di ogni genere, cucine, lavanderia e una biblioteca. Corso Francia era una strada non asfaltata, percorsa da carrozze e carri agricoli. Le auto erano davvero poche.
Oggi Collegno è una città modello, evoluta culturalmente. Città laboratorio di molte iniziative, dalla scuola al lavoro. La Certosa .ospita l’Università e gli Uffici dell’Asl TO3. Il Parco è un punto culturale tra i più apprezzati dell’hinterland torinese con spettacoli che ospitano i più grandi interpreti nazionali e internazionali della musica, del teatro e della danza.
La ringrazio di essere stato con noi e averci dedicato del tempo.

 

Il blogger del mese: Raffaella Augusta Giglioli

Buongiorno lettori,
Si riparte con lo spazio dedicato ai blogger e oggi abbiamo incontrato una donna che molti di voi probabilmente conosceranno e che credo non abbia bisogno di molte presentazioni.
E’ bella, è colta, è simpatica e sopratutto molto brava.
Lei è Raffaella Augusta Giglioli del blog ” Gigliolibri ” e noi del blog ” Un Libro Per Amico – Recensioni” , abbiamo avuto il piacere di averla con noi e scambiare due chiacchiere. Eccovi la sua intervista e non dimenticate di visitare il suo meraviglioso blog.
Buona lettura
Iana Pannizzo
augusta
Raffaella, 45 anni. Torinese di nascita ma con forti radici toscane che, secondo me, tendono a causarmi non pochi problemi nei rapporti interpersonali. Per lo più contenta della sua vita, canterina indefessa, sogna una casa piena di libri, cani e gatti.
 INTERVISTA alla blogger Raffaella Augusta Giglioli a cura di Iana Pannizzo
D:  Ciao Raffaella, grazie di avere accettato questa intervista. Partiamo subito con le domande. Come e quando nasce l’idea di fare blogging?
R:  Nasce nel gennaio 2017 al rientro da una vacanza in Toscana durante la quale avevo letto cinque o sei libri. Sul tragitto verso casa pensavo alle trame, agli autori  e a cosa mi aveva convinto o no di ciascuno dei libri letti. Il fatto di non poter condividere le mie impressioni mi ha fatto venire l’idea di aprire un blog ed è nato Gigliolibri ( crasi tra il mio cognome – Giglioli – e la parola libri)
D:  Parlaci del tuo blog
R:Come ti dicevo è nato per un’esigenza di condivisione e scambio di opinioni che però, purtroppo, avviene solo ( e poco) sulla pagina facebook e, molto più spesso, tramite messaggio privato. E’ un peccato perché se ognuno dicesse ciò che un determinato libro ha suscitato in lui/lei ci sarebbe spazio per un arricchimento reciproco. Spesso mi capita di non apprezzare dei libri e la domanda che mi faccio è sempre la stessa “Avrò capito ciò che l’autore voleva comunicare con la sua opera?”. Ecco magari la lettura di qualcun’altro potrebbe aprire, a me come ad altri lettori, nuovi orizzonti.
D: Un’intervista o un articolo rimasto particolarmente nel cuore e perché?
R:  L’intervista a Adar Abdi Pedersen, l’autrice del libro “In direzione del cuore” Ed. Neos. Era da un po’ che facevo la corte alla casa editrice per un incontro con l’autrice e sembrava ormai tutto sfumato quando mi hanno chiamato per l’intervista. Hanno trovato 20 minuti liberi tra la sua ultima presentazione a Torino ed il volo per Copenhagen. Ho conosciuto una persona stupenda con una storia davvero meritevole di essere raccontata e condivisa. Spero di incontrarla nuovo magari con un po’ più di tempo e in modo meno rocambolesco.
D:   Che lettrice sei?
R:   Adesso sono una lettrice dalle altissime aspettative ed alla ricerca di qualcosa che resti nell’anima, che mi cambi, che mi migliori, che mi acculturi. Da un po’ di tempo il libro leggero, facile, seppur scritto (o tradotto) benissimo, non è la mia lettura favorita. Cerco qualcosa di più. Il mio blog, però, è nato proprio pubblicando recensioni di questi libri. Ogni tanto ci casco ancora – per lo più consigliata da qualche libraio – ma poi me ne pento sempre. Mi sembra di avere sprecato del tempo e di averlo sottratto a qualcosa di più importante per la mia crescita come essere umano.
D: Cosa non leggeremo mai nel tuo blog?
R:  Cosa non leggerete mai non lo so perché mi sento ancora una persona “in divenire” ( nonostante l’età) e quindi ciò che reputo non interessante oggi, magari un domani lo sarà. Posso dirti però che, con ogni probabilità, troverai sempre meno recensioni dei libri che ho appena definito “leggeri”.
D:  Hai mai pensato di dedicarti ad un romanzo come autrice?
R:  Si, ci ho pensato ed ho anche scritto qualcosa ma, invece che un romanzo, è venuta fuori una cosa molto più simile ad una sceneggiatura. Chi lo sa che un giorno…
D:  Parlaci, se ti va, dei tuoi progetti futuri?
R:  Progetti futuri nei ho molti dai più facili, come recensire tutti i libri letti durante le vacanze natalizie, a qualcuno un po’ più impegnativo. Tra questi ultimi c’è la voglia di creare un sito web di Gigliolibri, pubblicizzare il blog e crescere nell’ambiente al punto di diventare un punto di riferimento per gli autori che vogliono una recensione..magari anche quelli già affermati. Una cosetta da niente, insomma !
Grazie di essere stata con noi, ti salutiamo e ci rivediamo alla prossima intervista.

Claudio Loreto: RECENSIONE del romanzo ” Liquirizia” e intervista all’autore

Ciao lettori e ben ritrovati al blog ” Un libro per amico- recensioni”.

Oggi ho il piacere di presentarvi l’autore genovese Claudio Loreto, che con il suo quarto romanzo, ci ha regalato delle emozioni non indifferenti. A   seguire l’intervista e la recensione del libro.claudioloreto foto

D:  Ciao Claudio e benvenuto ad un libro per amico-recensioni, iniziamo subito con le domande per conoscerti meglio. Come e quando nasce l’idea di scrivere il romanzo Liquirizia?

R:  L’idea di Tanja e Giuliano mi è sprizzata in mente all’improvviso la sera di San

Silvestro del 2018, proprio come un fuoco d’artificio. Agli inizi del nuovo anno

ho cominciato a buttar giù la loro storia così come via via scorreva da sé

davanti ai miei occhi, simile a un film.

Sfruttando in ufficio le pause-pranzo (e saltando dunque pasto) e rubando – ahi!

– qualche ora alla famiglia la sera, alla fine di febbraio il lavoro era già concluso,

solo da rifinire un po’.

D:  Una storia di guerra e d’amore. Quanto è stato difficile procedere alla

sua stesura?

R:  Come ho detto, la trama è sgorgata dalla penna (io scrivo rigorosamente a

mano) praticamente da sola; quindi nessuna particolare difficoltà. Ho dovuto

solo prestare attenzione a creare il giusto equilibrio tra l’illustrazione dei reali

avvenimenti storici che fanno da cornice al racconto e la vicenda – frutto di

fantasia – dei due giovanissimi soldati.

D:  C’è chi afferma che scrivere è come andare in guerra. Confermi? Cosa

puoi dirci in proposito?

R:  Per me lo è. In modo traslato, s’intende: al liceo infatti sognavo di diventare un

corrispondente di guerra, tanto da iscrivermi poi alla facoltà di Scienze Politiche

(indirizzo storico-politico, per l’appunto). La vita mi ha poi condotto su un’altra

strada, molto meno… temeraria, seppure – praticando io per passione

l’alpinismo – non esente da pericoli.

Non si è però mai estinta l’antica vocazione, che ora si sfoga così per via

letteraria.

D:  Cosa ti avvicina di più ai suoi personaggi e cosa ti allontana?

R:  Io penso che, seppure inavvertitamente, lo scrittore trasponga sempre nella

storia che scrive qualcosa di sé e affidi ai “buoni” alcuni dei suoi ideali e faccia

per contro compiere ai “cattivi” atti da lui considerati ignobili.

Ciò che mi accomuna ai due protagonisti maschili – Giuliano e il generale

Kovalev – sono senz’altro l’avversione per la guerra e le ideologie totalitarie

nonché il credere che le emozioni, il sentimento dell’amore costituiscano

l’unica, vera ragion di vivere dell’essere umano.

D: Cosa ti ha lasciato dentro questa storia?

R: Una sorta di… languore.

D:  Hai voglia di anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri?

R:  Al momento sono in “break”. Riprenderò a scrivere soltanto quando e se verrò

colto da un improvviso nuovo intreccio: potrebbe così accadere già domani, o

magari mai più.

Nel frattempo smanio dalla voglia di tornare in montagna: è là che è nata

l’ispirazione della maggior parte dei miei racconti.

Grazie per averci dedicato il tuo tempo e arrivederci alla prossima intervista.

liquirizia

DESCRIZIONE

Una ferita da baionetta catapulta Giuliano (giovane sottotenente della 8ª Armata Italiana in Russia) tra le rovine di Stalingrado, dove tra tedeschi e sovietici si combatte una delle più grandi battaglie della storia umana. Uno sparo impreciso incrocia le vite dell’ufficiale e di una tiratrice scelta russa, Tanja: l’irreale incontro di un momento li segnerà per sempre, portando alla luce un’altra incredibile vicenda. Attori di questo intreccio sono la coccarda di un generale dell’Armata Rossa e “Liquirizia”, l’orsacchiotto di stoffa che fin da bambina aiuta la soldatessa a vincere di notte la paura del buio. La storia di un amore che si oppone ai duri precetti della guerra e all’odio tra i popoli.

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

Il romanzo di Claudio Loreto, che porta il titolo “ Liquirizia”, porta con sé la speranza di un mondo più umano nonostante la fame, la miseria e la dittatura.

In una guerra che non lascia niente se non l’abisso e il vuoto di anime contro anime, per chi decide di andare in guerra o per chi vi è costretto, la paura divampa come un fuoco, mascherata da bruto coraggio derubato del suo dolore.

L’autore ci porta dentro una guerra che a differenza di quanto normalmente si studia tra i banchi di scuola, non si limita alla visione globale del conflitto, ma entra nel cuore e nella vita dei suoi protagonisti, con un bagaglio enorme di emozioni, che scoppiano nel petto, che vogliono uscire, ma rimangono soppressi.

Affiora il passato, mentre s’imbraccia il fucile, distorto e confuso come i sentimenti che contrastano con un operato per molti versi poco incoraggiante. Uccidere per non essere uccisi. Mentire per salvare la pelle. Ricacciare le lacrime per amor di patria.

Il dolore per le vite umane sono scandagliate nelle intenzioni e nelle azioni. Non è un romanzo da leggere a cuor leggero sebbene la sua stesura abbia un ritmo perfetto che incolla il lettore alle pagine, alienandolo; intrappolandolo in un mondo oltre confine ma non troppo lontano dalla propria realtà. L’amore sembra una follia, ma è proprio questo il carburante che fa andare avanti il motore, come riscatto in una vita che non mostra pietà, senza chiedere scusa, per non privarsi dei sogni infranti e traditi.

Liquirizia commuove, perché quei protagonisti sono il riflesso di una storia che ha segnato gli anni del sopruso e dell’invasione. E’ triste e tenero, ma anche cattivo. La fragilità umana viene messa a nudo perché di guerra e d’amore si muore e tutt’intorno solo un considerevole silenzio interiore in mezzo al grande boato del conflitto.  Liquirizia lascia dentro una scia di tenerezza, di rimpianto e di dolcezza, lascia il sorriso amaro del rammarico e la consapevolezza del bene e del male dentro di noi.

Un romanzo, a mio avviso, da far leggere agli studenti in contemporanea con lo studio dei grandi conflitti, per guardare la guerra con gli occhi del cuore di giovani come loro che l’hanno vissuta.

Un inferno che porta la voce dei caduti, che Claudio Loreto ha saputo far emergere in questo romanzo sincero, che nel profondo celebra la vita nonostante declini, tramonti e passi perduti nell’oblio.

Iana Pannizzo

 

nadia dicursi libro

Trama del libro

Affreschi di una famiglia napoletana del Dopoguerra, colta nel momento di affrancarsi dalla povertà portata dalle conseguenze del conflitto appena passato, con i giovani presi dal desiderio di volersi affacciare alle nuove opportunità di rinascita e di svago offerte dalla ricostruzione. Di contro, genitori rimasti severi e distanti, presi dai problemi pratici propri della sopravvivenza, e per il momento non interessati ad altro. Poi la trasformazione attraverso gli anni, l’emancipazione, il passaggio di una generazione…

RECENSIONE del libro  a cura di Iana Pannizzo

Il romanzo presenta la nota malinconica della nostalgia attraverso la visione adulta dei ricordi di bambina, riflesso narrante dei protagonisti che si rincorrono tra le vicende della vita. Tenero e per alcuni versi toccante, l’autrice ci porta in un tempo lontano, nel genuino splendore della giovinezza e dei primi amori, dell’incanto e disincanto, dei baci rubati e matrimoni falliti.

Più che semplici ombre del passato, la narratrice ci accompagna in una realtà, la sua, per desiderio di condivisione e forse per non perdere tracce di generazioni perdute nel tempo.

Un romanzo semplice, che rievoca una famiglia come tante. Di lettura piacevole, che traccia sulla scia dell’inquietudine una sana voglia di vivere e d’amare, con la voglia di esserci, senza chiedersi cosa resta di un sogno infranto o come se amore non ci fosse mai stato.

Amori nati, finiti e sospesi.

Quando si legge un romanzo come quello della Dicursi, non si può fare a meno di pensare a vecchi film romantici, come quelli che ci facevano battere il cuore da ragazzini.  Richiama infatti, gli anni autentici della verde età e ripercorre attraverso la storia di una bambina, anche la nostra di storia, con le gioie ma anche ombre, giorni cupi di pianti dei primi amori che avevano il sapore dell’eterno, per poi perdersi come un dente di leone, soffiato in un tardo pomeriggio assolato.

Consigliato a chi vuol perdersi nei sogni e nei ricordi. Ai romantici e ai disincantati.

Iana Pannizzo

  

Riccardo Borgogno: Recensione del romanzo ” La valle degli eretici”

 

la valle degli eretici libro

La valle degli eretici, il romanzo di Riccardo Borgogno, si snoda in cinque parti in cui in ognuna, si viaggia in due spazi temporali e come due fiumi in piena che sfociano nello stesso mare, così le vicende danno il via a una serie di eventi che si collegano su un unico denominatore: la fede e l’eresia.

Quando si parla di eresia soprattutto su un romanzo a sfondo storico, il pensiero va direttamente a streghe e roghi, tuttavia il romanzo si presenta diverso da ogni aspettativa, perché abbiamo a che fare con elementi che vanno di là dall’opinione dozzinale di cui siamo solitamente presi.

L’autore ci catapulta in una Torino medievale, o meglio, in una valle che ha fatto la storia per fede religiosa, governativa, conquista e dominio, per farci scivolare poi nello stato politico e sociale dei nostri tempi.

La storia s’ispira all’assassinio dell’inquisitore Pietro da Ruffia, un aneddoto realmente accaduto che non ha mai smesso di sedurre i curiosi e gli storici.  Borgogno lo descrive saggio, fedele alla sua chiesa e ai suoi più sani principi, alla ricerca della verità che sembra farsi beffe di lui, ma non dimentica l’uomo giacché tale, con i sentimenti che fanno a pugni con la ragione e vincono. E’ intelligente, coraggioso e giusto e onesto. Un grande conoscitore dell’animo umano.

L’autore ci porta a spasso per la valle, dove un popolo di cosiddetti eretici si stringe metaforicamente la mano, uniti nelle tradizioni, nei segreti, nel pensiero e nella paura.

Dalla stessa parte e contemporaneamente opposta, conosciamo donna Leonella da Gorzano, una personalità criptica, forte e sensibile, fiera e umile che ritrova nell’inquisitore l’anima più distante e affine allo stesso tempo. Che si possa pensare a una storia d’amore è lecito ma Borgogno va oltre il solito clichè per descrivere un sentimento profondo come quello della stima di due persone tanto distanti per pensiero e stile di vita.

La trama s’infittisce dal primo capitolo, regalando uno scenario suggestivo e misterioso che incuriosisce e inchioda il lettore alla storia.

Il romanzo snocciola il suo credo nella citazione del libro apocrifo di Enoch che poiché portatore di verità nascoste dell’esoterismo occidentale, forgia una base di segreti divini che Borgogno porta fino ai giorni nostri con Olimpio, un uomo dal carattere scostante e una personalità fuori tempo.

Uno scontro di forze quindi, che richiede una riflessione più intima e profonda oltre le righe del romanzo, sicché luce e tenebre, facce di una stessa medaglia, vengano entrambe affrontate con la ribellione. L’eresia come scelta di vita, di fede, di credo di là dai concetti stereotipati da una chiesa che ci vorrebbe tutti uguali e per quest’anello debole della natura umana.

 

Iana Pannizzo

 

 

 

 

il racconto del mese: Penelope

Iana Pannizzo

PENELOPE 

 

Il Natale cominciava sempre prima da qualche anno a questa parte. Dai negozi colmi di addobbi e regali a tema natalizio, si udiva un sottofondo di canzoni a tema. La mia preferita era “So This Is Christmas” di John Lennon. Perché la gente si sentisse istintivamente e, diciamolo pure, ipocritamente più buona non lo so, ma sicuramente nell’aria si avvertiva quella strana atmosfera di felicità delirante e a parer mio rasente la stupidaggine per certi versi se poi si  negava un’azione caritatevole nel resto dell’anno ad un qualsiasi poveraccio. Odiavo e amavo allo stesso tempo questa festa religiosa.

L’affluenza nei centri commerciali era pari a quella nei giorni di saldi. Io avrei tanto desiderato la neve, penso che sarebbe stato bello anche solo un solo bianco Natale nella vita, ma a Torino ormai potevo scordarla. Ci sarebbe voluto un miracolo…posso parlare di miracoli (incluso quello di trovare un fidanzato alla mia età) a dicembre?

 Stavo andando ad un funerale. Morire nel periodo natalizio fa sempre strano. Pensi inevitabilmente alla nascita di quel Gesù di cui si decantano le lodi il 25 ed è già scordato il 26, perché purtroppo la gente ormai non ci pensa davvero. Voglio dire…guardiamoci intorno. A parte i religiosi, quelli veri intendo, i mistici, i pazzi, e i solitari e forse, qualche bambino, chi si ferma davvero a pensare a Cristo? Anche lui, in questo consumismo generale è diventato solo un addobbo come tanti da mettere e togliere nel presepe. Dimenticavo i testimoni di Geova che vanno a predicare alle due del pomeriggio e ti telefonano pure a casa e poi ti giudicano se non la pensi come loro. Non me ne vogliate…ma non sopporto chi cerca di imporre la propria fede a qualcun altro senza rispettarne il pensiero.  E comunque si…stavo andando ad un funerale.

Ero in un locale a Piazza Statuto, stavo bevendo una birra con delle amiche mentre cercavo di abbordare un uomo piacente, sui cinquanta, sguardo di chi non si lascia scappare un’occasione e fisico da urlo. Alla faccia dei vent’enni.  Uno scambio di sguardi da lasciare poco spazio all’immaginazione e mi ritrovo a pochi centimetri da quella bocca carnosa e invitante. E poi squilla il telefono. Alle 23.30. Mia madre. Che mi diceva della vicina. Morta. Cosa avrei potuto fare se non quella di congedarmi dal gruppo ( e soprattutto dal tipo ) e addio alla notte di passione. E chi lo ritrovava più quello? Voi cosa avreste fatto al mio posto? Capite bene che la notizia di un decesso ha il potere di sbollentare gli spiriti a chiunque. Non che mi fregasse niente della vicina e certo non potevo farci nulla, umanamente mi dispiaceva, ma non potevo lasciare andare mia madre da sola, il mattino seguente in ospedale, in camera mortuaria, prima che la chiudessero per sempre.

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All’ospedale Martini c’era un viavai di gente incredibile. Per esami, ricoveri o dimissioni. Pazienti, visitatori e infermieri giravano per i corridoi come impazziti. Il bar affollato fece desistere me e mia madre dall’ordinare un caffè prima di vedere la morta e affrontare parenti e amici. Di avviarmi verso la camera mortuaria avevo la voglia sotto i tacchi. Conoscevo la vicina di casa di mia madre da quando ero bambina, ricordo anche che mi regalava i formaggini che mangiavo sempre voracemente. Non aveva mai eccelso in allegria e non aveva perso l’abitudine, malgrado crescessi velocemente, di farmi le raccomandazioni di una madre. Non aveva mai avuto figli. Non poteva averne. Vederla nella bara, con le braccia conserte come si posiziona solitamente a chi muore, sembrava più piccola e minuta nel suo vestito grigio topo ( ma una cosa più carina no? ),  i capelli bianchi e lunghi raccolti in uno chignon. Sembrava che dormisse. Mi si stringeva comunque il cuore, non avrei più rivisto quegli occhi gentili , quello sguardo solcato da rughe ormai profonde che ti sapevano leggere dentro, non avrei più udito quella sua risata per sdrammatizzare ogni situazione spiacevole. Era li, immobile e da li a poco ci sarebbe stato il suo funerale. Fuori dalla camera mortuaria parenti e amici si erano stretti l’un l’altro  in un abbraccio di dolore. Li conoscevo tutti, o quasi. Le nipoti stavano in disparte a fumare una sigaretta, truccate a festa e l’aria annoiata. Mentre mia madre si avvicinava alla signora Angela per un ultimo saluto io mi avvicinai al gruppo di parenti per esprimere le condoglianze.

-Doveva andarsene proprio adesso che sta per arrivare Natale

-Ho lasciato il ragù a cuocere, speriamo che Betta non dimentichi di girarlo di tanto in tanto.

Che bella cosa i parenti….che quando muori vengono al tuo funerale pensando al ragù da girare sul fuoco.

Mi girai verso mia madre che in quel momento la vidi farsi il segno della croce.

Quelli delle pompe funebri stavano aspettando appoggiati alla macchina scura. ( si, quella che quando la incontri ti fai il segno della croce o i tocchi per scaramanzia…o quello è per le suore? ) Ma quanti erano? Una delle nipoti stava parlando con un uno di loro, ancora con la sigaretta accesa e l’aria da civetta. Sua zia Angela era morta e lei stava abbordando il ragazzo delle pompe funebri. Poi mi rivolsi ai parenti.

  • Condoglianze signora, ma com’è morta Angela? Così.. all’improvviso..
  • Non lo so. Tre giorni fa stava bene.. Le avevo comprato pure un regalo di natale. Soldi buttati al vento. Grazie cara…ma quanto sei cresciuta Marlene.. Angela ti voleva bene. Parlava sempre di te e del tuo gatto.

Aspetta un attimo…gatto? Io non gatti, mai avuto gatti in vita mia. Era evidente che la signora Angela mi scambiasse per un’altra tutte le volte. Ora.. non che la cosa avesse importanza ormai ma non so cosa mi desse più fastidio, se la mancanza di memoria della defunta vicina o la parente stronza. Un cane meticcio  si avvicinò a me  scodinzolando. 

  • Oh quel cane sta ancora qua.. ogni tanto salta e abbaia come un pazzo da solo. Forse poverino è stato abbandonato ed è impazzito.

– Speriamo di sbrigarci presto al funerale. Ho mille cose da fare e devo pure andare dalla pettinatrice. Paola, non sai cosa mi è successo la settimana scorsa…

Mi mancava la pettinatrice il giorno del funerale, Povera Angela.. ma da che razza di gente era circondata? Possibile che provassi più dispiacere io da estranea che loro da parenti?

Il guaito del cane mi fece distrarre dalle perfide e una scena incredibile catturò la mia attenzione. Ma quel meticcio non era solo. Una bambina stava giocando con lui. Una bambina dai capelli castani e magra, bella come un bocciolo di rosa e indistinta…evanescente come un profumo delicato.

Mi guardò, mi sorrise. Un attimo dopo sparì.

 Non spaventatevi.. ma io vedo la gente morta. Non tutti i morti per carità.. e non so da cosa dipenda e perché e no che mia madre non lo sa. Morirebbe d’infarto, poverina. Lo so che state pensando al film “ il sesto senso “, ma non è la stessa cosa. La prima volta è stato a 12 anni, a scuola, durante l’ora di ginnastica. Ma è una storia lunga che non voglio neanche ricordare. Da allora li vedo e basta. A volte mi parlano, altre no. Ma nessuno mi ha mai perseguitata nell’intimità di casa. Ero rapita, sorpresa da quel piccolo fantasma  che saltellava intorno al cane come se non le importasse di essere morta. E forse era proprio così. 

– Cosa stai guardando, cara?- Sussultai alla voce di mia madre che si apprestava ad andare al funerale con tutti gli altri.

– Niente mamma….solo quel cane.

 

In  chiesa il brusio era insopportabile. Nessuno piangeva la povera signora Angela.

Una messa interminabile. Avevo una fame da lupi e mentre il parroco predicava la sua omelia, mi ero messa a fantasticare sul tizio incontrato la sera precedente. Ma poi perché in quel momento? Non dovevo pensare…non dovevo pensare. Poi mia madre si accorse di aver dimenticato la borsetta alla camera mortuaria dell’ospedale Martini. La borsetta. Ma come si fa a dimenticare una borsetta? E sperava ancora di ritrovarla? Si, come no…ma…..questo mi dava una scusa per sgattaiolare via da quella chiesa mezza vuota e dalla predica di quel prete brutto e noioso ( non ho mai avuto molta simpatia per i preti ).

Tornai in ospedale, ma in camera mortuaria della borsetta di mia madre neanche l’ombra. Figuriamoci. La bambina non c’era più e desso il cane con cui stava giocando se ne stava in un angolino  tutto solo poco distante da un senzatetto che mi guardava con gli occhi accesi della serenità benché non avesse niente.

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Stava arrivando il giorno di Natale, la vicina di casa di mia madre era morta, avevo visto un fantasma dopo tempo immemore e adesso questo clochard mi stava guardando. Aveva qualcosa di strano, non sapevo cosa esattamente. Non sapendo cosa fare, lo salutai. Più per curiosità che per educazione.

_  Buongiorno a te, signorina.

Signorina…beh dai …insomma…a quasi 47 anni signorina non direi proprio, ma facciamo finta che sia così.

– Cerchi la borsetta o la bambina?

– Come, scusi?

E questo come diavolo faceva a sapere della bambina? Che anche lui vedesse i fantasmi? Ma non era neanche qui prima. Mi accorsi che non puzzava di urina e i suoi capelli non sembravano neanche unti. Ecco cos’aveva di strano. A guardarlo bene, non sembrava neanche un senzatetto.. ma lo era.. Credo di averlo guardato come si guarda un alieno perché poco dopo indicò con una mano un fagotto poco lontano, in un angolo sporco e dimenticato. Mi stava indicando qualcosa. Forse era li che avevano gettato via la borsetta di mia madre dopo aver capito che valeva due soldi con il  contenuto dei soli 2 pacchetti di fazzolettini e un burro-cacao color crema. Così mi avvicinai al fagotto per guardare meglio. Un mucchio di stracci e una bottiglia vuota. Accanto un cartone sformato e una ciotola con del cibo avanzato. La puzza di piscio e sporco penetrava le narici. Chiunque fosse stato li avrebbe avuto bisogno di tutto. Poi mi accorsi dei piedi che spuntavano sotto una vecchia coperta.. qualcuno stava dormendo. Al freddo, per strada…sotto Natale.  Mi girai verso l’uomo che mi aveva indicato l’angolo.

– Conosce questo pover’uomo? E’….è suo amico? Dovrebbe trovare un posto più riparato…morirà di freddo.

– Non preoccuparti signorina.. Non è più un suo problema.

E sorrideva. Ma era ebete o cosa? C’era un uomo disteso per terra, nascosto in un angolo di strada sotto un cumulo di foglie e coperte e stracci che rischiava di morire di freddo e lui andava dicendo che non era un suo problema? Ma la gente è davvero fuori di testa. E’ pur vero che i senzatetto spesso non vogliono essere aiutati ma lo avrei svegliato e cercato di farlo andare in un posto più riparato, fosse anche dentro la camera mortuaria. Oddio….forse proprio li anche no però dovevo fare qualcosa.  Decisi di svegliarlo cercando di non toccare niente più per lo schifo che provavo che per altro. Quel signore per terra mi faceva pena.

-Signore….signore si svegli…

-Non si sveglia signorina.

Ma questo fatti suoi, niente? – signore…signore…- e niente. Non si muoveva…fermo ..immobile come una statua…neanche un accenno a svegliarsi..

– signorina…lascia stare.. è morto.

– Non può saperlo. Magari è ubriaco e dorme profondamente.

– Lo so. Quell’uomo sono io. E’ il mio corpo.

Scostai d’istinto la coperta puzzolente per vederne il volto. Era lui. Era morto e nessuno dei passanti ci faceva caso. Era proprio lui.  La barba lunga, gli abiti, le rughe intorno agli occhi, i lineamenti.. adesso capivo perché mi aveva chiesto della bambina. Per forza..

– Ma non sei …

–  Evanescente? Trasparente? Quelle cose lì? Non lo so. Sono morto da poco più di un’ora…almeno credo.

Quest’uomo era morto mentre eravamo li per la signora Angela e nessuno lo aveva viso? E non lo avevo visto? Nessuno aveva notato quel corpo steso a terra in un angolo di strada e per giunta vicino ad un ospedale? Cominciavo a stare male.

– Mi chiamo Arturo. E non sono stato sempre un barbone. Però la ditta in cui lavoravo ha licenziato tutti per fallimento e non sono più riuscito a trovare un lavoro perché alla mia età si è tagliati fuori. Non riuscendo più a pagare le bollette, l’affitto e tutto il resto mi sono ritrovato per strada.. Io la signora Angela la conoscevo.

– Davvero? Era la vicina di casa di mia madre. Come  hai conosciuto la signora Angela? E perché non la vedo?

– Non la vedi perché è morta in serenità, senza amarezze. La signora Angela mi portava sempre da mangiare, tutti i giorni. E non solo a me. Cercava di aiutare tutte le anime in difficoltà che incontrava. Una volta l’ho vista comprarsi da mangiare e poi dare il suo pasto ad uno sconosciuto e andarsene. Chiacchierava e chiacchierava che ogni tanto volevo andar via per un po’ di silenzio ma sapevo che era sola quanto me. Un giorno mi disse che piangeva spesso, da sola in casa sua. Perché era da sola. Nessuno andava mai a farle visita. E poi la depressione…

. La depressione?  Angela era depressa?

– Ci puoi giurare, signorina. Depressa eccome. Più era depressa e più aiutava gli altri.. A suo modo reagiva. Credo che se ne sia voluta andare.. ecco perché non la vedi.

Ero così sbigottita che non sapevo cosa pensare. Le canzoni di Natale, Jingle Bells e Last Christmas degli Wham richiamavano la mia attenzione, mi infastidivano. Così fuori luogo e allo stesso consolatorie. Non avrei mai pensato che la vicina di casa di mia madre fosse depressa.

– Non devi essere triste , signorina.

– Marlene. Mi chiamo Marlene.. e della bambina che ho visto prima sa qualcosa?

Sorrise.. con l’espressione bonaria di un padre che osserva il proprio figlio.

– Si chiama Margherita, ed è morta lo scorso mese in un incidente stradale, qui vicino. Con lei sono morti anche i genitori. Il cane miracolosamente si è salvato e si chiama Penelope, l’unica amica che avesse avuto nella sua breve vita. Hanno portato via il suo corpo e quello dei genitori, ma come hai visto la bimba non può andar via.

– Perché?

– Il suo cane, Marlene…il suo cane. Non riescono a separarsi. Margherita era autistica, non stava con nessuno a parte Penelope. Volevano portarla al canile, ci hanno provato un’infinità di volte ma è riuscita a scappare. Così sta qui, al freddo. Non mangia da giorni, non accetta cibo da nessuno. Ieri un signore ha cercato di darle dell’acqua con una scatoletta e una coperta, ma lei gli ha ringhiato contro.

– Potrei adottarla io.. e Margherita potrebbe venire a farle visita quando vuole..

Dovevo essere impazzita. Non c’era altra spiegazione. Come se mi avesse letto nel pensiero il cane mi si avvicinò lentamente ..credo sapesse che vedevo la sua padroncina perduta. I cani lo sentono, lo sanno. Sanno chi sei e i tuoi sentimenti più veri. Ai cani non puoi mentire.

Mi chinai per farle annusare la mano. Poi entrambe le mani. E si fece accarezzare. I suoi occhi erano tristi, il pelo corto  puzzava di sporco.

– Ciao piccolina…, lo so che ti manca la tua amica, ma presto ti porterò via.

 Mi rammaricai di non aver avuto niente da mangiare per lei in quel momento…ma il pensiero folle di adottarla si faceva sempre più forte. Avrei dato una casa calda e sicura a quel mucchietto d’ossa che se ne stava al freddo. Io avrei avuto compagnia e anche la piccola Margherita avrebbe trovato la sua pace sapendo la sua Penelope al sicuro.

Avevo deciso.

– Arturo ho deciso..- Ma Arturo non c’era più. Era sparito. Avrei dovuto aspettarmelo. Di lui restavano solo il suo corpo freddo e gli stracci sporchi. Dovevo dire a qualcuno di spostarlo e fare qualcosa per lui. Glielo dovevo.

 Avevo fame. Di nuovo. Di nuovo? Ma io non avevo ancora mangiato…ero andata via dalla chiesa, per la borsetta. La chiesa…il funerale…oddio mia madre!! L’avevo dimenticata. E infatti era li, rinchiusa come un paguro nel suo cappotto marrone (che mi ricordava tanto il colore della cacca di un bambino) perché naturalmente nessuno aveva avuto la bontà di riaccompagnarla a casa.

– Ho cercato tua borsetta ovunque, mamma. Mi spiace. – Stavo mentendo spudoratamente.

– Quelle vipere non mi hanno neanche salutata. Ma anche il prete, un funerale così stringato.. dove stiamo andando a finire.. povera signora Angela. Mi sembra di immaginarla a guardare la sua telenovella preferita e chiacchierare con le altre comari al mercato.

– Non crucciarti mamma…la signora Angela è li dove vuole stare.

– Dopodomani è la vigilia di natale.. mamma ti spiace se ti accompagno a casa e scappo via? Devo fare alcuni acquisti.

 

All’antivigilia avevo già comprato una cuccia morbida e grande, le ciotole per cibo e acqua e qualche giochino per cani. Mi sentivo felice come una bambina che sta per ricevere il suo regalo. Saremmo state bene insieme, la piccola Marlene avrebbe trovato la serenità.  Avevo fatto la scelta giusta. Avevo ritrovato il mio spirito Natalizio. Adesso dovevo solo tornare in ospedale a prendere Penelope.

La camera mortuaria era deserta. Chissà se c’era il ragazzo gentile e con gli occhiali che vestiva i morti e parlava sempre a bassa voce? Della bambina neanche l’ombra.. non sentivo niente e non vedevo nessuno. Il corpo di Arturo era stato rimosso e ne fui contenta.  In lontananza sentivo parlare, voci confuse di uomini e donne. Le solite canoni natalizie che provenivano dal supermercato vicino. Faceva così freddo che mi strinsi nel piumino. Avevano detto che avrebbe nevicato.

– Cerca qualcuno, signora? –  Signora? Ecco come far sentire vecchia una donna ancora single. Di fronte a me un omino pelle e ossa con la barba lunga e gli occhi color nocciola stava in piedi con la sua tuta blu e un rastrello.  Ma da dove era uscito?

– So cercando un cane..  

– Quella bestiaccia che gira qui intorno? Mi ha quasi morso l’altro giorno. Sta sempre li , accucciata in quell’angolo.

Bestiaccia sarai tu stuzzicadenti in tuta. – grazie.

Penelope stava li.. accucciata su un giaciglio fatto di foglie e polvere. Doveva essere stata tutta la notte all’addiaccio poverina. Il cuore mi batteva forte…mi portavo a casa quel cane che non conoscevo ma sapevo di dover fare la scelta più giusta. Un gesto d’amore per tutti.

– Penelope…ti porto via con me. La tua Margherita sarà contenta…Penelope.. guarda ti ho portato da mangiare..

Cercai di accarezzarla sulla testolina  fredda, ma non si mosse. Forse aveva bisogno di tempo, di accettare la morte della sua piccola amica prima di venire a casa con me. Ma come facevo a lasciarla ancora li al freddo se ero l’unica a cui non avevo ringhiato?

– Ciao Marlene.

– Arturo…sei… evanescente…

– Ho accettato la mia morte solitaria e comincio a scomparire.. voglio salutare in cuor mio alcune persone per un’ultima volta e poi chissà cosa mi aspetta? Ma tu adesso guarda là chi c’è..

Mi voltai. In fondo, indistinte e radiose Penelope e Margherita camminavano l’una a fianco all’altra, l’una saltellando ..l’altra scodinzolando. Piansi…

– Marlene…la morte corporale non si piange. Vedi, io sono morto nei giorni in cui nasce Gesù e non potrei essere più felice di adesso. Penelope non voleva un’altra casa e si è lasciata morire di freddo e fame per poter raggiungere la sua amica speciale e lei l’ha aspettata come si aspetta un amore unico. Adesso si avviavano felici, li dove devono stare o andare, insieme..

Arturo scomparve ed io mi sentii improvvisamente molto sola.

Margherita e Penelope si voltarono verso di me. La piccola mi salutò con la mano sorridendo…

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E  scomparvero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tina Caramanico: Recensione del romanzo “Il Prete Nuovo”

RECENSIONE DEL ROMANZO “IL PRETE NUOVO” DI TINA CARAMANICO

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Il romanzo dell’autrice Tina Caramanico colpisce per la sua semplicità disarmante e schietta al punto da infiltrarsi a giudizio senza che il lettore quasi se ne accorga. La vicenda ruota attorno ad una figura fascinosa ed inquietante, il prete nuovo, che smuove le coscienze in una vita di paese apparentemente tranquilla e monotona.

La figura del prete in questione però non è protagonista diretta della storia, quanto il riflesso di un meccanismo abitudinario e dannoso nei confronti di se stessi e della comunità intera, perché quando la coscienza è sporca qualsiasi novità sembra remare contro.

“ Dio non può perdonare il tuo peccato , se continui a commetterlo “.

Questa frase, in un passaggio del libro, colpisce, forse proprio nelle intenzioni dell’autrice, poiché attraverso le parole di un personaggio come un prete che sembra innovativo ma non lo è,  punta dritto alla coscienza e alle proprie azioni. Spinge a riflettere il nostro operato e a prenderne coscienza.

Narrato in prima persona, Tina Caramanico conquista il lettore non dalle prime pagine, bensì dalle prime righe per il suo stile asciutto, diretto e verace.

Attraverso il ricordo di una donna degli anni della preadolescenza, viene scoperchiata, come il “ vaso di Pandora”, una fede di comodo, un senso del dovere addormentato tra desideri, rimpianti, paure e verità nascoste.

Si riempie la vita con l’ abitudine di voler sapere tutto di tutti, nelle noiose domeniche in famiglia tra una madre remissiva, un padre ateo e una nonna impicciona. Qui, non molto distante da alcune realtà dei paesi ( e non solo ), la Caramanico sottolinea il rapporto familiare fra generazioni diverse,  scuole di pensiero dissimili e tuttavia uniti.

L’autrice non lesina toni ironici che strappano al lettore non pochi sorrisi, ma anche sprezzanti su certi passaggi, rivelando con straordinaria sensibilità che la realtà è solo un riflesso distorto della nostra immaginazione.

Iana Pannizzo