La DAD vista dai giovani: intervistiamo Sara, studentessa del quarto anno del liceo artistico Nolfi Apolloni di Fano ( Marche )

Ciao lettori,

Ritorniamo a parlare della didattica a distanza, questa volta vista con gli occhi di Sara, una giovane studentessa del liceo artistico Nolfi Apolloni di Fano, nelle Marche.

Abbiamo visto studenti manifestare davanti alle scuole, tg riportare varie notizie, mamme incattivite e disperate e professori gestire una mole di lavoro non indifferente. La DAD ha portato scompigli su ogni fronte, ma ha anche permesso di continuare gli studi perchè si andasse avanti in un modo o in altro. Non è facile far fronte ad un cambiamento così importante e speriamo temporaneo. Noi del blog, abbiamo voluto sentire la voce di Sara, diciassette anni e un cuore pieno di progetti per il futuro che, con pazienza e atteggiamento resiliente, organizza le sue giornate scolastiche decidendo di prendere in mano il proprio presente.

Buona lettura.

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INTERVISTA a cura di Iana Pannizzo

Ciao Sara, innanzi tutto ti ringraziamo per la tua disponibilità e del tuo tempo dedicatoci. Cominciamo subito con qualche semplice domanda, per capire anche il punto di vista dei ragazzi della tua età. Qual è la difficoltà maggiore nella DAD? E cosa ti manca maggiormente della scuola tradizionale?

Salve, grazie a voi per avermi dato la possibilità di rispondere a domande inerenti a questo argomento.

Credo che la difficoltà maggiore di questo nuovo metodo di studio sia la concentrazione. Molti studenti, infatti, non riescono a stare dietro ad una spiegazione poiché si concentrano su cose che magari stanno sulla scrivania o che ne so, il gatto che passa. Poi dobbiamo considerare la connessione, che molto spesso rende difficile stare attenti alla lezione. C’è anche il problema della vista, dei dolori alla schiena e al collo. Della scuola tradizionale mi mancano molte cose, la quotidianità che si viveva prima come prendere l’autobus/ treno, vedersi davanti alla scuola con i miei compagni e affrontare la giornata sui banchi, condividere le ansie e le paure per un’interrogazione o verifica, ripassare,  ridere insieme, vedere di presenza i professori, avere una lavagna normale, la campanella, la ricreazione tra i corridoi.

Come reputi il tuo grado di apprendimento con la DAD e perché?

Il mio apprendimento con la DAD penso sia rimasto uguale, cerco sempre di ascoltare le lezioni, forse la mia attenzione è aumentata un po’ di più, forse perché penso a come mi sarei comportata se fossi stata in presenza, in classe.

Come si affrontano le verifiche e le interrogazioni?

Mmm…..Ultimamente si fanno molto spesso più interrogazioni e verifiche, si accende la telecamera e microfono, certo. Molti professori non credono che questo metodo sia ideale e infatti tendono giustamente a fidarsi di meno, facendo poche domande, giuste e secche. Altri invece vanno molto tranquilli e infatti non chiedono neanche la telecamera accesa. Per le verifiche invece, i prof ci inviano le domande alle quali noi dobbiamo rispondere entro un determinato orario e inviarle, mentre alcuni preferiscono fare la verifica in videochiamata con la telecamera accesa, ma la maggior parte dei professori, almeno da me, preferiscono farla in presenza.

La DAD può sembrare una scappatoia per ragazzi timidi che soffrono il confronto diretto con compagni e professori?

Non saprei. Ho visto molti miei compagni timidi fare passi avanti, ma credo che sia grazie alla telecamera spenta, per loro forse un aiuto in più. E’ anche vero che molti si nascondono dietro un bollino. Personalmente io sono una persona molto timida e credo che la DAD mi  abbia aiutata a farmi avanti anche se non sempre funziona. A volte cerco ancora di evitare di rispondere.

Cosa diresti a tutti quei ragazzi che manifestano davanti la scuola? Anche tu hai manifestato per tornare in presenza?

Ultimamente sento molto parlare di queste manifestazioni davanti la scuola. A loro direi che fanno bene e male allo stesso tempo a manifestare. Bene perché bisogna far sapere che la DAD NON è vera scuola e bisogna far conoscere le cose negative di questa didattica che non sostituirà MAI e poi MAI la scuola tradizionale. Male invece, perché guardando anche vari filmati al tg sono tutti ammassati e si crea assembramento, in piena pandemia non credo sia proprio il massimo. Io no, non ho manifestato, penso solo di accettare questa DAD che in qualche modo non ci ha fatto perdere del tutto questi anni di studio, con la speranza che un giorno si possa tornare tra i banchi di scuola.

Sara, noi ti ringraziamo e ti lasciamo tornare ai tuoi studi. Grazie per essere stata con noi.

Carlo Albe’: Gelem,Gelem. Recensione a cura di Iana Pannizzo

Gelem, Gelem. Io, Alievski - Albè Carlo, Autopubblicato, Trama libro,  9791220072656 | Libreria Universitaria
Editore: Autopubblicato
Collana: Narrativa
Data di Pubblicazione: ottobre 2020
EAN: 9791220072656
ISBN: 1220072656
Pagine: 244
Formato: brossura

Trama del libro

Macedone, rom, nomade, profugo (mai riconosciuto). Clandestino, nomade, rom, italiano. L’identikit corrisponde a Muski Alievski, protagonista e io narrante di “Gelem, Gelem”, opera settima di Carlo Albè, Scrittore & Contastorie dallo spleen letterario spiccatamente anticonvenzionale. Tema centrale è il viaggio o (per meglio dire), la fuga. Quella della famiglia di Musli lontano dalla natia Skopje, verso un’Italia dove accoglienza e pregiudizio recitano spesso a soggetto. E quella delle migliaia di profughi in marcia lungo la rotta balcanica. A cui “basta questo, rischiare la pelle per avere una nuova possibilità”. Punto di contatto la Onlus Stay Human, fondata a Pesaro da Alievski. Le memorie di una vita racchiuse in un quaderno rosso. Non ti resta che aprirlo. E iniziare a leggere.

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

Leggere il libro di Carlo Albè, mi ha fatto ricordare un aneddoto di molti anni fa, quando ancora ragazza, nel viaggio di istruzione che ci aveva portato a Vienna, molte persone mi additarono chiamandomi “ mafia”. Da siciliana,  mi sentii ferita e piena di rabbia. Gelem, Gelem, in un certo senso, ha riportato alla luce quella sensazione di emarginazione che provai allora, per cui non è stato difficile cercare di capire lo stato d’animo del suo protagonista.

Il romanzo si presenta in prima persona,  attraverso un viaggio, quello della vita , nella solitudine dei pensieri, tra i ricordi di un uomo che si rivede bambino e poi ragazzo nella consapevole crescita e condizione umana. Impressioni  e ricordi che restano incollati come vestiti sudati in estate, come un tatuaggio sulla pelle indelebile, vivi e forti. Un diario, con la voglia e il timore di raccontarsi, per conservare la memoria di anime che si incontrano e incrociano il suo cammino.

Partire e guardare oltre il cielo, oltre se stessi, le persone,  la rabbia.

Senza melodrammi e vittimismo, l’autore sottolinea con ironia quanto pregiudizi e vecchi clichè siano duri a morire, di come i preconcetti, come fucili puntati contro, ti inchiodino alla disperazione come il freddo che senti dentro, nell’inverno perenne dell’indifferenza.

Perchè ci troviamo sulla terra se non conosciamo l’amore e la speranza? Il razzismo nasce dalla paura di ciò che non conosciamo, di non riuscire a far fronte a ciò che crediamo diverso da noi. Ma in fondo, cos’è diverso da noi se siamo tutti parte integrante di questa terra? Albè ci ricorda che siamo niente senza umanità, come le acque tumultuose, feroci e pericolose di un mare sconosciuto.

La storia non manca di ilarità e di certo lo sfondo politico seppur accennato è pungente, ma se si prova a pensare l’abisso che esiste tra i modi di vivere (e non vivere) del mondo cosiddetto perbene e i disperati, si riesce a cogliere la sensazione di inerzia , d’impotenza, di prepotenza e di oziosa coscienza che riposa nell’orticello della sua zona confort.

 Purtroppo la paura nasce dalla diffidenza e da questa, la difesa.  In questo modo svanisce la liberà, il sentirsi parte di una sofferenza maggiore che circonda l’ essere umano. Come il vento che soffia contrario,  impariamo a dare, con il pensiero che diventa azione per tornare a noi veloce come un boomerang.

A pag 12 viene citata questa massima di Oscar Wilde che mi fa pensare. “Non si vede una cosa finchè non se ne vede la bellezza”. 

Vedere l’uomo in quanto uomo, non guardare ma osservare. Se pur vero che quando ci si allontana  si vede tutto nella sua interezza, è pur vero che avvicinandoci potremo scoprire la bellezza del dettaglio, che stando lontani e in disparte non potremmo mai vedere.  Come per le cose, così per le persone.

 La narrazione riprende una bellezza spesso dimenticata, in questo mondo che corrompe la bontà con la preclusione e lascia che i confini della mente sovrastino quelli del mondo.

Albè ci ricorda, attraverso la storia di quest’uomo che non si è lasciato vincere dalla rabbia e dal risentimento di una vita combattuta, che bisogna aprire gli occhi, sconfiggere i demoni delle convenzioni sociali inculcate sin dalla più tenera età , e avere cura l’uno dell’altro.

  Ricco di dialoghi , descrittivo, coinvolgente sin dalle prime pagine. Un romanzo che tocca il cuore senza essere sentimentale. Si avverte la profondità di una tematica scomoda, importante,  che riguarda non solo le carovane umanitarie, ma tutti noi. Noi come razza umana, perché alla fine l’unica razza alla quale apparteniamo è questa.

John Niven: Le solite sospette. Recensione breve a cura di Iana Pannizzo

Quando Susan – a causa dei vizi nascosti del marito – si ritrova vedova e con la casa pignorata, insieme ad alcune amiche decide di compiere una rapina. Contro ogni probabilità, il colpo va a buon fine, e alle “cattive ragazze” non resta che raggiungere la Costa Azzurra, riciclare il denaro e sparire. Nulla che possa spaventarle, dopo tutto hanno più di un motivo per riuscire nella loro impresa: andare in crociera e fuggire il brodino dell’ospizio.

Mi sono avvicinata a questo libro con la consapevolezza che sarebbe stato spassoso e leggero e, in effetti, Niven scrive, con “ Le solite sospette”, una storia divertente, esilarante e assolutamente adatta a questo lungo anno di pandemia e giorni chiusi in casa. La lettura è leggera, l’autore marca i personaggi con una personalità ben definita e distinta.

Sebbene gran parte della narrazione faccia nascere un sorriso, non manca la sottile percezione di tempi che giocano contro un’età che avanza, di una vita rubata tra idillio e menzogne.  Ognuna delle vite che incontriamo è segnata da un dramma interiore che emerge, ridondante di rabbia repressa e rimpianto tardivo.

Come in una foto in controluce andiamo incontro ad una storia notevolmente fuori dagli schemi, forse con un linguaggio per molti versi scurrile e bislacco.

Ciononostante sono tanti gli spunti di riflessione che rende amara questa lettura, con protagoniste che vivono un’età non più azzurra, ma con la vitalità dei vent’ani tra i ricordi e gli sbagli della vita, che l’incoscienza porta in superficie come un relitto dimenticato.

Una storia leggera senza essere superficiale, smaniosa, pungente e godibile sotto ogni aspetto.

Silvia Cavallo: intervista all’autrice a cura di Iana Pannizzo

Buongiorno lettori, siamo giunti alla chiusura di quest’ anno. Concludiamo con un’autrice che ci ha sorpresi per la sua capacità di trasmettere emozioni e non soltanto per quanto riguarda il pubblico prevalentemente femminile. Silvia Cavallo ha saputo interpretare il mondo fanciullesco con maestria, con una storia dolce e delicata, che vale certamente la pena di leggere per e insieme ai nostri figli. Noi l’abbiamo incontrata e intervistata per voi e con quest’ultima intervista vi auguriamo un sereno 2021.

Silvia Cavallo

Ciao Silvia e benvenuta al blog “ Un libro per amico-non solo recensioni”. Due anni fa usciva il tuo primo romanzo “Chiedimi se sono felice” e da allora non ti sei più fermata. Hai scritto un altro romanzo, “C’è il sole, fuori” e un libro per bambini, “L’arcobaleno delle emozioni”. Ti va di parlarci un po’ di queste ultime uscite?

Ciao Iana, innanzitutto complimenti e grazie mille per l’invito!

Hai ragione, “Chiedimi se sono felice” è stato l’inizio di un intenso viaggio letterario, ma devo ammettere che il merito è stato dei lettori, che con il loro riscontro ed entusiasmo mi hanno dato la spinta per andare avanti; così, a dicembre 2019, è nato il mio secondo romanzo, “C’è il sole, fuori” e, poche settimane fa, il libro per bambini “L’arcobaleno delle emozioni”.

Mentre nel primo romanzo ho voluto riflettere e far riflettere sul valore delle relazioni e della famiglia, sul coraggio di saper scegliere e sul significato della felicità, in “C’è il sole, fuori” ho affrontato il tema della rinascita, della consapevolezza e della capacità di “attraversare” il dolore per ricominciare a vivere. Nello stesso tempo, però, tramite i personaggi che ruotano intorno ai protagonisti, ho voluto sollevare alcuni temi di attualità: quello dei pregiudizi ancora troppo presenti nella nostra società, il lavoro vissuto come passione o al contrario come pura e sterile fonte di sopravvivenza e infine il valore degli anziani (o presunti tali) nella società odierna.

Ecco una piccola sinossi di “C’è il sole, fuori”: Vera è una donna fragile ma determinata, una maestra appassionata del suo lavoro che, a seguito di una cocente delusione, si dedica a ciò che rimane della famiglia che ha costruito. Nell’estate del 2017 il ricovero del padre e la paura di perderlo per sempre obbligano la protagonista a riflettere sull’essenza stessa della vita. Solo allora, grazie all’esempio dell’amica Stella e all’incontro col misterioso Nicola, Vera riuscirà a rispondere alla domanda che per troppo tempo ha nascosto a se stessa: “Vuoi ricominciare a vivere?” Parliamo ora del mio “terzo figlio di carta”! “L’arcobaleno delle emozioni” è la storia di Luna, piccola e dolcissima abitante dell’isola di Gioia, dove tutti vivono sereni e felici… fino al giorno in cui l’enorme re del buio arriva ad avvolgere le cose e le persone, rendendole tristi. Da quel giorno Luna e il suo inseparabile uccellino Nanù partono per un viaggio emozionante, decisi a riportare la luce e la gioia sulla loro isola. In questo viaggio fantastico e avventuroso incontreranno le altre emozioni… riusciranno, con l’aiuto di simpatici e buffi compagni d’avventura, a portare a termine la loro missione? Il messaggio è, oggi più che mai, autentico: tutte le emozioni, non solo quelle “positive”, sono fondamentali perché, se vissute, elaborate, riconosciute e superate, permettono a grandi e piccini di sconfiggere il buio e far tornare un arcobaleno di luce e di gioia. La storia è accompagnata dalle splendide illustrazioni acquarellate a mano dall’illustratrice Monica Blunda.

Cosa ti ha spinto a cambiare genere? Dai romance a libri per bambini?

Sin dalla stesura del primo romanzo avevo un piccolo sogno; a dire il vero, era anche un grande desiderio delle mie figlie che spesso mi chiedevano: “Mamma, quando scrivi un libro tutto per noi?”. Dal sogno è nata l’idea di creare un libro unico e speciale, che potesse parlare ai bambini, farli sognare, ma nello stesso tempo trasmettere loro un messaggio. E così ho deciso di scrivere una storia che parlasse di un argomento delicato e importantissimo: le emozioni!

Qual è stata la difficoltà più grande e cosa?

Scrivere “L’arcobaleno delle emozioni” è stata un’esperienza straordinaria, ma anche una sfida, per molti aspetti; innanzitutto trovare lo spazio e il tempo della creatività non è stato semplice in un momento in cui, con le figlie in didattica a distanza e il marito in smartworking, il silenzio (per me fondamentale quando scrivo!) non è stato esattamente l’essenza delle mie giornate! Sicuramente la criticità più grande è stata però la limitazione delle possibilità di presentare “fisicamente” i libri: in primavera, in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino, avrei dovuto presentare ufficialmente “C’è il sole, fuori”, ma l’evento, causa lockdown, è saltato. Da lì in poi moltissimi eventi sono stati annullati, e questo è stato l’aspetto che più mi è mancato in questi ultimi mesi poiché, oltre a scrivere, amo in modo particolare entrare in contatto con i lettori: è quello, infatti, il momento in cui posso guardarli negli occhi, interagire e dialogare con loro e i loro vissuti.

L’arcobaleno delle emozioni è un libro esclusivamente per bambini o può essere educativo anche per i genitori che li accompagnano nella lettura? E a tal proposito , ritieni che i bambini e i ragazzi, oggi, leggano troppo poco?

Personalmente credo che, oggi ancor più che in passato, il ruolo delle emozioni nella sfera privata e in quella sociale sia sempre più complesso, per grandi e piccini: talvolta ai bambini viene insegnato, consapevolmente o inconsapevolmente, a reprimere le proprie emozioni, ma questo è spesso controproducente. Ritengo infatti che tutte le emozioni, non solo quelle “positive”, siano fondamentali, perché se elaborate e riconosciute permettono di sconfiggere il buio e far tornare nella vita di ciascuno un arcobaleno di luce e di consapevolezza.

In tal senso credo che questo libro possa far riflettere anche i genitori; personalmente, mentre scrivevo “L’arcobaleno delle emozioni”, ho condiviso alcune idee sulla storia e i personaggi con le mie figlie (le mie prime lettrici!) e questo scambio è stato per me particolarmente formativo ed emozionante.

Penso che la passione per la lettura nasca da piccoli, spesso proprio grazie all’esempio di genitori che leggono al bambino e con il bambino. Oggi, purtroppo, la lettura, talvolta poco stimolata, è uno svago spesso superato da passatempi più facili e veloci, con il rischio di impoverire quello strumento potente e determinante nella crescita di ognuno: la fantasia…

A volte, le emozioni, sono la parte più sconosciuta di noi, sembra che spesso si abbia difficoltà ad esternarle per paura di risultare fragili. Cosa rende forte un’emozione e come, secondo te, tirarle fuori senza correre il rischio di incorrere nelle delusioni?

Personalmente credo che un’emozione espressa, laddove riconosciuta ed accettata come tale, sia molto spesso un punto di forza, più che di debolezza. Non a caso ne “L’arcobaleno delle emozioni” un ruolo fondamentale viene dato alla lacrima, da sempre ritenuta simbolo di fragilità, ma che in realtà può portare a ritrovare l’equilibrio con se stessi e con gli altri.

Hai mai pensato di far interagire tutti i tuoi personaggi in un unico libro?

Potrebbe essere un’idea interessante! Credo che Anna e Luca, protagonisti di “Chiedimi se sono felice”, vivrebbero serenamente sull’isola di Gioia, insieme alla piccola Luna e al suo uccellino Nanù. Quanto a Vera, la protagonista di “C’è il sole, fuori”, sono certa che desidererebbe attraversare l’intero arcipelago delle emozioni…

Che consigli daresti agli aspiranti autori/ trici?

Il primo consiglio, nella scrittura come in qualsiasi altro lavoro, è metterci la passione. Cuore, passione, determinazione, un pizzico di coraggio, molta umiltà e la voglia di mettersi e rimettersi in gioco, sempre. Un secondo consiglio è quello di non “abbandonare” il proprio libro nel momento in cui si termina la scrittura. Come un figlio, anche un libro, una volta “partorito”, ha bisogna di essere accompagnato nel mondo, e quindi è importante la cura della comunicazione e della promozione della propria opera.

Ti va di parlarci dei tuoi progetti futuri?

Parlando di scrittura, sicuramente l’idea di un terzo romanzo è già nella mente e nel cuore, ma visto l’entusiasmo di molti piccoli lettori che negli ultimi giorni mi hanno mandato splendidi disegni e scritto dolcissime letterine di apprezzamento di “L’arcobaleno delle emozioni”… beh, la voglia di ricominciare a sognare un nuovo libro per bambini sta prendendo vita!

Silvia, noi ti ringraziamo per essere stata qui con noi e averci dedicato il tuo tempo. Ci rivediamo alla prossima intervista.

Federico Fenu: intervista all’autore a cura di Iana Pannizzo

Buongiorno lettori,

Oggi vi farò conoscere un autore speciale che, grazie ai suoi libri, dà un forte contributo per salvare e curari molti randagi.

Lui è Federico Fenu. Noi lo abbiamo incontrato e lo abbiamo intervistato per voi.

Buongiorno Federico e benvenuto al blog Un Libro per Amico-Non Solo Recensioni.  Cominciamo subito con qualche domanda. Quando nasce in te la voglia di scrivere?

Nacque parecchi anni fa ma rimase nel “cassetto” a lungo. Nel 2015 iniziai a trasformare le mie elucubrazioni in parole scritte. I miei pensieri spaziano spesso in modo libero, verso mete lontane e sentii il desiderio di raccoglierli in un “luogo”, per me, speciale. Non sapevo se l’avrei reso pubblico. Fu una pulsione orientata al percorso più che al risultato. Scrissi a spizzichi e bocconi, senza un “piano”, con lunghe pause, sempre di getto. Un’esigenza che veniva da dentro e dalle esperienze di una vita. È stato l’inizio di un’evoluzione personale. Desideravo anche fare qualcosa con i miei genitori, mio padre era giornalista ed entrambi erano accaniti lettori, il loro consiglio era un modo di fare qualcosa insieme, per sempre. Una scelta che oggi sono felice di aver fatto perché non ci sono più.

Sei autore del libro “la cacciatrice di Gatti”. Parlaci di questo libro e da dove nasce l’idea di scrivere questa storia.

Buona parte del merito va alla Protezione Micio, l’associazione con cui “lavoro” da anni. Ho incontrato diverse persone che, in un modo o nell’altro, salvavano gatti ed abbiamo deciso di associarci, per poter fare di più. Crescere è stato difficile ma anche soddisfacente. La parte più brutta dell’attività è assistere a tanta sofferenza, la vera difficoltà è questa. Non mancano, fortunatamente, le gioie, ancora oggi avere notizie di certi gatti, come Spezzatino, uno dei personaggi del libro, è emozionante. La descrizione del suo salvataggio non è altro che un episodio reale al 100%.

Ho deciso di devolvere tutti i proventi del libro alla Protezione Micio per alimentare un’attività che evita tanti dolori ai miei cari mici.

I gatti sono sempre stati un punto di riferimento nella mia vita. Li ho sempre avuti, amati e mi hanno dato tanto. Da quando mi sono dedicato al volontariato ho conosciuto molte persone, spesso “molto originali”. Girando per tutto il Piemonte, nelle situazioni più disparate, ho visto il vero degrado ma anche persone stupende. Alcune di quelle storie mi sono rimaste nel cuore e sono finite nel libro con naturalezza.

L’altro protagonista, anzi, la protagonista, è una ragazza. Ho sempre convissuto con le donne, la mia era una famiglia il cui centro di gravità era femminile. Le differenze sono una ricchezza e tentare di capire cosa sia nella testa dell’altro sesso è un esercizio mentale in corso da millenni. Mi sono preso un rischio pretendendo di descrivere una donna, i suoi pensieri ma non ho avuto dubbi, era quello che volevo fare. Non ho idea di quanto il personaggio sia credibile, crei immedesimazione ma l’ispirazione è venuta da persone vere.

La storia cerca invece spaziare, saltellare, descrivere gli imprevisti che costellano la vita di tutti, problemi veri, problemi percepiti come insormontabili e che si rivelano cose da nulla, gioie e dolori profondi, tutti i gironi. La vita è difficile, spesso più di quella di Margot, renderla avvincente, nella realtà, è una cosa complicata, io ci ho provato attraverso il libro.

La protagonista ha una personalità molto particolare. Quanto c’è di te nella creazione di questo personaggio?

Ci ho messo tutto di me, non c’è nulla di “costruito”. Chiarisco però che non sono io la protagonista, al contrario è il mio modo di vedere una donna, gli spunti li ho presi dalle tante, “ricche” figure femminili che mi hanno ispirato. La forza, la bellezza, la resistenza, la sensibilità ma anche la durezza, l’incostanza, la fragilità, l’autocritica esagerata e mille altre caratteristiche che contraddistinguono il genere femminile, per come lo vedo. Tutte peculiarità che rendono le donne attraenti, terribilmente interessanti, uniche e inimitabili. Non tutte ma moltissime.

Nel romanzo immagini il pensiero dei gatti in alcuni passi molto divertenti. Ma supponiamo che tu sia un gatto, cosa diresti al tuo umano?

Ho il forte sospetto che i gatti, assai spesso, siano frustrati, perché siamo lenti a capire. Credo che il loro punto di vista, verso di noi sia, più o meno, lo stesso che abbiamo noi nei loro confronti ma privato dell’ammirazione che ci suscitano. Non dobbiamo neanche dimenticare che hanno caratteri estremamente variegati e talvolta difficili ma, non per questo, meno amabili.

Fossi un gatto sarei pigro e curioso e vorrei rimediare cibi gustosi. Temo che la domanda più ricorrente sarebbe: “cosa mi prepari di buono?”.

Si dice che i gatti siano animali superiori. Cosa ne pensi?

Non esistono animali superiori o inferiori, esiste solo il rispetto per chiunque faccia la fatica di tentare di sopravvivere. L’ammirazione che ho nei confronti dei felini, è enorme ma non per questo li considero superiori ad altre specie. Mi piace osservarli anche solo per uno scatto di corsa, sono davvero belli e oltretutto amano l’interazione con noi, sono morbidi e coccolosi. Questo è decisamente unico ma come unici sono i cani, i furetti e pure i maiali.  Preferisco che si diffonda una cultura del rispetto piuttosto che una competizione sterile. L’amore verso ogni forma di vita è sempre meraviglioso purché finalizzato al bene dell’animale, comprendendo il suo spirito, nel profondo.

Federico, noi ti ringraziamo per essere stato con noi e ci rivediamo alla prossima intervista.

La Versione di Abbondio di Nino Raffa. Intervista e Recensione a cura di Iana Pannizzo

La versione di Abbondio
La versione di Abbondio
Nino Raffa
pubblicato da EEE Edizioni Tripla E

Buonasera Nino e benvenuto al blog “ Un Libro Per Amico-Non Solo
Recensioni”. Innanzi tutto voglio ringraziarla per la disponibilità e avere
accettato la nostra breve intervista. Ho letto recentemente il suo romanzo,
edito dalla casa editrice Tripla E, che porta come titolo “ La Versione di
Abbondio”. A mio avviso è stato coraggioso rivisitare un romanzo come quello
del Manzoni, creando una storia nella storia. Questo, ci dà la possibilità di
vedere oltre i personaggi, crearli, plasmarli e mettere in gioco anche il nostro
giudizio. Da dove è partita questa idea?

Sono senz’altro io a ringraziarla.
L’idea un po’ azzardata – come darle torto? – di romanzare i Promessi Sposi ha varie fonti.
Una è la mia attrazione per le donne di Vermeer: forti e pensose, che leggono, scrivono,
suonano strumenti musicali e tengono la contabilità; donne sostanzialmente diverse dalle
coetanee, molto più tradizionali, descritte da Manzoni. Naturalmente ci sono fattori
ambientali e storici che spiegano queste differenze; ma uno scarto così evidente mi ha
suggerito l’esperimento di riavviare dall’inizio i Promessi Sposi, cambiando i caratteri
(anche fisici) di alcuni personaggi centrali. Così ho rubato la macchina narrativa di
Manzoni, affidandola a donne e uomini molto diversi, stando a vedere dove riuscissero a
portarla. Ai lettori è richiesta solo la piccola collaborazione di sospendere le immagini che
un po’ tutti portiamo dentro: Perpetua e Abbondio 2.0 sono ben più vivaci dei loro
predecessori, Borromeo è tutt’altro che santo, anche da Rodrigo può venire qualcosa di
buono. Dal nuovo racconto sono pure emersi altri inediti personaggi, non previsti nel
progetto iniziale, che hanno sorpreso lo stesso autore.

Il suo romanzo è molto attuale e offre spunti di riflessione che collegano la
storia di ieri con quella di oggi. Ci parli un po’ del suo punto di vista.

Come nell’originale manzoniano, la peste occupa un ruolo importante e il confronto con
l’epidemia attuale è inevitabile. Ho scritto la Versione di Abbondio nel 2018, in tempi non
sospetti. Tra i materiali preparatori ho trovato diversi articoli scientifici che ipotizzavano
con buona approssimazione quanto poi accaduto; e sullo stesso tema del virus mortale
abbondano opere letterarie o cinematografiche. L’innocenza delle autorità, riguardo alla
nostra impreparazione, quindi mi convince poco. Del resto, le cronache del seicento
riportano simili miopie, ritardi ed errori – non sempre inconsapevoli – nella gestione della
peste; persino il negazionismo non è una novità. Il romanzo ha quindi notevole attualità,
non per una mia speciale preveggenza, ma solo perché molti fatti del 2020 si trovano già
scritti in carte vecchie di secoli. Direi che, adesso come allora, siamo vulnerabili a certi
meccanismi psicologici perversi, personali e collettivi, e – peggio – propendiamo al calcolo
d’interessi ristretti. Rispetto al passato, abbiamo ben altri mezzi per fronteggiare la
pandemia – come le altre piaghe dell’umanità – ma non siamo efficaci come potremmo;
semmai più colpevoli, per il bene alla nostra portata che non realizziamo. E siamo anche
più arroganti – credo – nell’esibizione di scienza scarsa di sostanza e buon senso; scienza
sprecata dove non serve, oppure direttamente dannosa; vano progresso delle cose che
produce poco o nulla di positivo nelle persone. Confrontati agli antenati seicenteschi, siamo pure altrettanto superstiziosi: loro credevano da secoli nelle streghe e negli untori, noi in qualunque cosa vista su internet o in televisione ieri sera.

Che rapporto ha avuto nella sua vita da studente con i Promessi Sposi del
Manzoni? E che sensazioni ha provato scrivendo la sua versione?

Da studente, i Promessi Sposi non mi ha lasciato tracce particolari; forse solo la comune
insofferenza degli obblighi scolastici. Come la maggior parte di noi, ero immaturo per
coglierne la profondità; lo stesso, del resto, davanti a Dante, ai tragici greci, oppure alla
bellezza di certi risultati matematici. Ho riscoperto Manzoni più tardi, attraverso Sciascia;
il quale dubitava che la sovraesposizione – monumentazione secondo le sue parole – abbia
giovato a Manzoni: autore più celebrato che frequentato, e meno che mai amato. Nelle sue
pagine ambientate nel seicento si ritrovano intatte le questioni italiane, risalenti a prima
dell’Italia stessa: il potere inetto e corrotto, la domanda di giustizia tradita, le leggi
rumorose e incomprensibili, l’incomunicabilità e la diffidenza tra governanti e governati.
Manzoni guardava queste tare già antiche, dalla prospettiva tutto sommato ottimistica del
risorgimento; noi, con altri due secoli di stanchezza addosso. In questo senso il piacere
della lettura è turbato da una schiacciante sensazione d’immobilità, e non possiamo che
confermare, retrodato, l’inganno di cambiamento denunciato da Lampedusa.
In appendice al mio lavoro ho aggiunto un capitolo sulla Storia della Colonna Infame il
breve saggio in cui Manzoni condensa magistralmente – credo ancora meglio che nei
Promessi Sposi – i difetti e le perversioni del potere. Anche se distaccato dalla Versione di
Abbondio, è parte integrante del suo significato.

Immaginiamo un incontro col Manzoni davanti ad una bella tazza di caffè e le
copie dei vostri libri. Cosa gli chiederebbe per un confronto?

Magari davanti una calda tazza di tè, chiederei a don Lisander della sua Provvidenza. Dopo
fame, guerra e pestilenza – e morte, naturalmente – il suo lieto fine non va oltre uno
scombinato matrimonio. Renzo è un tipo litigioso, ed è da vedersi che Lucia abbia fatto un
buon affare sposandolo. Ma ben altri sono i mali irrisolti della sua storia. Rileggendo
Manzoni mi è rimasto il sospetto che parli come san Francesco ma pensi come
sant’Agostino. Non sono il primo a farlo notare, ma credo fosse più pessimista di quanto
solitamente si pensi.
E mi piacerebbe pure discutere il suo finale. Perché ha deciso che il vincitore dei Promessi
Sposi sia il suo poco esemplare don Abbondio? Il curato pavido e meschino alla fine supera
tutte le calamità e ritorna, intoccabile, alle comode rendite della parrocchia e ai suoi
miserabili traffici usurari. Un finale moderno, in cui è un cattivo a vincere; ma dalla penna
che si vuole provvidenziale di Manzoni, m’è sempre sembrata una sorpresa.
Per inciso, è dal curioso successo del don Abbondio originale che nasce il mio Abbondio:
più irregolare agli occhi del mondo, ma credo più fedele nella sostanza al Vangelo.

Nel suo romanzo ci sono alcune frasi che mi hanno colpita particolarmente
come ad esempio: “ Vi sostituite a Dio sapendo di non possedere la Sua
giustizia” e ancora “ Solo chi non ha un nome può permettersi di essere
ovunque o di non esistere come il vostro Dio “. Qual è il suo concetto di Dio e
di giustizia?

Al di là delle fedi personali, penso che potremmo condividere l’idea – meglio la realtà – di
Dio come amore. Amore concreto verso il prossimo. Dio negli altri. Paradossalmente, un
Dio più alto, più assoluto, può ispirare chi agita croci e mezzelune contro; fino alla fede
folle e assassina di farsi esplodere in un mercato affollato di innocenti.
Esiste poi un secondo aspetto ancora più problematico di Dio, legato al male, al dolore,
all’ingiustizia, che tocca nel profondo le nostre coscienze. Da questa prospettiva io cerco di
vedere un Dio vicino, spossessatosi della sua onnipotenza, che decide di soffrire con noi.
Lo so, è una risposta che solleva almeno altrettante domande; ed è la visione di fondo del
romanzo, rappresentata dal mio Abbondio, in cui ho versato più dubbi che certezze. Gli
fanno da contraltare altri personaggi, a modo loro portatori di più solide concezioni
metafisiche: la possibilità un Padre Eterno buono e onnipotente ma incomprensibile, la
casualità cieca dell’universo senza creatore, oppure un Dio sciolto dal bene alla maniera di
de Sade.

La Versione di Abbondio è un percorso introspettivo che va compreso oltre le
righe, in cui amore, orgoglio e dolore si accompagnano nelle vicende. A quale
dei suoi personaggi si sente più vicino e perché?

Come persona reale, io sono Abbondio. Lo presento, scrivendo di lui che la personale
indole ultraterrena fatica a camminare insieme con la terrenissima forma di uomo di
chiesa. Sono laico, ma come tutti partecipo alle varie chiese-comunità della famiglia, del
lavoro, della società… in cui, contro le mie inclinazioni metafisiche, esercito qualità e
necessità molto terrene. Nei vari ambiti delle nostre vite, donne e uomini siamo tutti
sacerdoti: servitori di qualcosa che ci supera e quasi mai comprendiamo del tutto; divisi,
come il nostro buon curato, tra ideale e necessità; inevitabilmente traditori di qualche
parte di noi stessi.
Tornando poi alla sua prima domanda, aver immaginato un intimo rapporto tra Perpetua e
Abbondio è un’altra delle fonti del romanzo. La mia Perpetua è la compagna di vita e
d’avventure di Abbondio; protagonista alla pari della storia. Probabilmente è il
personaggio più sovversivo rispetto alla sua controparte manzoniana. Se ha incantato
Abbondio, non posso certo sfuggire io al suo fascino!
Vorrei segnalare pure un personaggio minore. Un simpatico vagabondo che posa per una
tela sacra. Il pittore l’ha ritratto mentre scarabocchia a fatica su un librone; un pover’uomo
che guarda interrogativo le sue pagine: quelle di carta e quelle della vita. Non a caso l’ho
chiamato col mio nome.

Le va di parlarci dei suoi progetti futuri?
Esiste il presente. Un buon momento con noi stessi, una passeggiata sulla spiaggia, una
chiacchierata interessante come questa, sono i migliori presenti che possiamo aspettarci.

Signor Raffa, noi la ringraziamo ancora per averci dedicato il suo tempo e,
certi di rileggerla ancora nei suoi lavori futuri, ci rivediamo alla prossima
intervista.

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

Nino Raffa, rivisita un colosso della letteratura italiana come quello dei promessi sposi di Alessandro Manzoni. Un atto coraggioso che ribalta vecchi giudizi globali dei protagonisti e delle vicende di un seicento agitato nel chiasso delle imperfezioni umane. Perché parliamo di imperfezioni umane? A parte l’ovvia peccatrice natura dell’uomo, l’autore ci propone, alternative di vita e di pensiero attraverso una storia che tutti conosciamo e ci invita ad osservare con occhi diversi gli eventi che siamo abituati a vedere sotto una luce comune. E’ come percorrere lo stesso percorso con un panorama diverso.  Sono tante le tematiche importanti che si leggono tra le righe.

Cominciamo dalle donne. Conosciamo una Lucia sicuramente dotata di parola e di pensiero, ma reagisce poco e finisce per annullarsi pur di compiacere le aspettative degli altri. Si prova pena per lei e anche un po’ rabbia per le umiliazioni subite, per la prepotenza verbale da parte chi  dovrebbe avere fiducia. Lucia chiude il suo cuore, sta male, nessuno che divida davvero il suo dolore e il destino. Tuttavia, non cancella il cammino di una strada che non vuole davvero percorrere persa senza ragione in un mar di perché. In Lucia tuttavia c’è una donna forte, che anche nell’assenza delle sue esternazioni, prende per mano se stessa consapevole delle sue scelte. Il cambiamento della ragazza dall’inizio alla fine della storia lascia l’amaro nel cuore così come una bocca arsa non trova da bere.

Non può mancare la famosa Monaca di Monza, chiacchierata e giudicata, con il dito di tante anime colpevoli puntate contro.  E’ forte come conviene ad una leggenda vivente, un’icona negativa per i bigotti e per chi lava le proprie colpe a discapito di una donna che non ha potuto scegliere. Manzoni scriveva di sguardo e fattezze fisiche, che lasciava intendere un’anima triste, in un convento dove i segreti sono più numerosi delle stesse suore, Raffa non marca di fanciullezza negata e di amori clandestini sebbene non manchi nella narrazione gli aneddoti pungenti. L’autore ci fa conoscere una donna che trova la sua pace e il suo riscatto facendo a pugni con la vita, che sposa la sua causa più che quella di un Dio che non si vede ma tuttavia si sente negli inganni e nel peso del tempo.

Una storia nella storia perché i suoi personaggi siano a loro volta protagonisti e spettatori come accade ad una Perpetua appassionata, bella, vera che a dispetto delle insoddisfazioni trova il suo paradiso pur restando scomoda ad un popolo cosiddetto perbene. C’è un passo del romanzo in cui don Abbondio afferma: “ La Chiesa è ovunque, la Chiesa sono gli altri, La chiesa siamo noi, la Chiesa sei tu.” Quanta verità si legge in questa frase, in cui la Chiesa trova la sua essenza in ciò di cui è composta. La gente e l’amore. Non i muri di un edificio fatiscente, non dentro i palazzi vescovili nelle distanze fra nobili e plebei. La Chiesa risiede nelle ombre delle anime che si guardano oltrepassando i disordini della mente. Perpetua è una donna coraggiosa che darebbe la sua vita per coloro che ama e per la quale un Abbondio innamorato cita “ davanti alle stelle posso tenere la bellezza e lasciare il tormento”. Le stelle hanno un significato molteplice. Da un lato l’incredibile bellezza del firmamento, dall’altro l’universo meraviglioso che vive dentro ogni donna a dispetto di un tempo in cui essa sorbisce anche le colpe che non ha senza mai essere difesa.  

La lettura è ricca di storia in una Milano che sorprende un Renzo alquanto villano e prepotente, più orgoglioso che innamorato. Egli è come un bambino che piange per aver perso il suo giocattolo. Dice di amare Lucia ma le fa subire le ingiurie della menzogna e dell’inganno. Ferito nel suo orgoglio contadino, non pensa al bene della sua promessa, non si chiede quali siano i suoi sentimenti, i dubbi o i rimpianti. Decide per tutti perché sicuro di se stesso nella sua infinita e ingenua ignoranza, fino a quando quest’ultima si trascina ad una superbia che non si discosta molto dal signorotto don Rodrigo e che vuole solo farsi dire si.

Don Rodrigo, che mangia sulla pelle dei poveri contadini e del potere che rivendica su di loro, è in effetti il motivo scatenante le mancate nozze dei due giovani popolani. Leggendo tra le righe, invece, si intuisce perfettamente come anche lui sia in realtà una povera vittima. Di cosa? Sicuramente della società e di quello che tutti si aspettano da lui. E’ il cugino di Attilio, una serpe che rilascia il suo veleno in nome dell’onore della famiglia anche quando prendere una ragazza di cui non gli importa niente non ha più senso. Si trova costretto a dover riscattare le apparenze di un nome, di se stesso, dei fantasmi del passato di uno zio di cui non può essere all’altezza.

Viviamo sicuramente un periodo molto complesso, difficile, esasperante. I disordini nella grande città lombarda, il prezzo del pane che aumenta a discapito della povera gente che muore di fame, la peste e la lotta alla sopravvivenza, non fanno tacere chi bada ai propri interessi, come Federico Borromeo che agogna la santità senza preoccuparsi che al cospetto di Dio non servono calcoli e invidie, ignorando deliberatamente un semplice curato che lo ammonisce definendo la chiesa troppo ricca e di conseguenza, in modo implicito, corrotta.

Chi è il semplice curato lo intuiamo facilmente perché non si può fare a meno di pensare a don Abbondio che il Manzoni ha descritto come un pavido piccolo calcolatore professante la parola di Dio più per convenienza che per vera fede. Il don Abbondio di Nino Raffa invece è un uomo buono, che riflette sulla fede, sulla morte e sulla resurrezione. E’ accorto, saggio, coraggioso ma non per questo avventato. Rifugge il male senza mai scappare. Prete e uomo allo stesso tempo, egli predica e ama carnalmente la sua donna. Questo dualismo lo avvicina di più a Dio poiché nell’amore di una donna trova la sua dimensione spirituale. E’ umile e si interroga su Dio e sull’assenza di Dio nei grandi flagelli della vita. Don Abbondio è una figura distinta, che riflette molto sui desideri inespressi e spesso nascosti della maggior parte del suo ordine.

A mio avviso potrebbe essere davvero interessante  confrontare nelle scuole l’opera del Manzoni con la Versione di Abbondio di Nino Raffa, per stimolare il pensiero e la prospettiva di molte realtà che possono celarsi in una stessa storia piuttosto che stereotipare la letteratura come vecchi clichè.

Dalla condizione della donna allora a quella di oggi, dalla peste al covid19, dal concetto di fede all’amore carnale, e ancora il potere e colui che si fa chiamare Innominato per essere ovunque e allo stesso da nessuna parte ad una classe politica aberrante. Sono tutti spunti di interesse che giovani e meno giovani possono condividere e ribattere senza pregiudizi.

Nino Raffa, con uno stile di scrittura pulito, deciso, con impeccabile parafrasi, ci prende per mano e ci porta nello spazio infinito di solitudini abissali.

La Versione di Abbondio è per certi versi il volto della morte che non prova compassione, per altri, l’umile ricerca dell’infinito.

Alessandra Delogu: intervista a cura di Iana Pannizzo

Ciao lettori,

Alessandra Delogu si racconta ad un libro per amico-non solo recensioni. E’ una di quelle autrici che definisco delicata come una farfalla e forte come un leone e noi l’abbiamo incontrata e intervistata per voi.

Delogu Alessandra - ARPEGGIO LIBERO EDITRICE s.a.s.
Alessandra Delogu

Ciao Alessandra, è un vero piacere ospitarti nel nostro blog.  Abbiamo già avuto il piacere di conoscerci lo scorso anno, alla fiera del libro di Pisa ed eccoci qua, a parlare dei tuoi romanzi.  Cominciamo con la vedova forestiera, edito dalla casa editrice Arpeggio Libero. In questo romanzo racconti di una Sicilia degli anni quaranta.  Qual è stata la tua ispirazione per questa storia?

Ciao Iana, bentrovata e grazie per l’ospitalità. Per La vedova forestiera mi sono ispirata alla vita della mia nonna materna, una giovanissima vedova di guerra che nel ’47 sposa in seconde nozze un siciliano e lascia la natia Pisa per trasferirsi insieme alla figlia piccola in un paese del messinese, dove si scontrerà con una realtà molto diversa da quella toscana. Tuttavia, nonostante le vicissitudini che dovrà affrontare, finirà per innamorarsi di questa nuova terra di adozione alla quale rimarrà fedele fino alla morte.

Pensi che questa terra sia fondamentalmente cambiata o restano quei pensieri e quel modo di essere come cenere ancora ardente sul braciere?

In Sicilia la mentalità per fortuna è molto cambiata, c’è grande fermento culturale e desiderio di affermare una sicilianità che esuli dagli stereotipi e si affermi come una identità forte e originale.

La donna, nella sua condizione, non aveva altra scelta che quella di cercare di sopravvivere alle intemperie degli anni del dopoguerra.  Cosa è cambiato da allora per queste donne?

Purtroppo oggi, nonostante il cosiddetto progresso, le donne si trovano ad affrontare altre intemperie, quali in primis i femminicidi e un neo-oscurantismo sessista dilagante sui social.

Parliamo del tuo secondo lavoro: Il Golp.  Una tematica importante che attraversa la storia di Aldo Moro. Da cosa è partita la scintilla per raccontare quegli eventi?

Desideravo da tempo dedicare un romanzo alle vicende di una classe elementare e per dare maggior respiro all’idea ho deciso di intrecciare le piccole storie di tre bambini di una quinta elementare con la grande storia del sequestro Moro.

Il Golp è il nome di un giornalino di scuola elementare. Prendendo spunto da questa tua narrazione, non credi che i bambini di oggi siano poco inclini a conoscere la storia e oltretutto poco stimolati a ragionare con la propria testa e secondo la propria coscienza?

Non ho figli quindi non ho elementi per giudicare. In assoluto penso che l’eterno presente in cui la connessione continua ci ingabbia e l’assenza di adeguati stimoli provenienti da scuola e famiglia rendano più difficile a un bambino rapportarsi con la storia. Diciamo che genitori e insegnanti di oggi devono sostenere uno sforzo maggiore per interessare figli e studenti alla Storia rispetto ai tempi del Golp!

I bambini e i ragazzi oggi possono usufruire della tecnologia per ricerche scolastiche, ma credo che non vivano col cuore eventi che hanno fatto la storia dal momento che studiare dai soli testi, che siano scolastici o meno, non renda quanto una considerazione personale dei fatti. Qual è il tuo pensiero da questo punto di vista?

La mia generazione visse il sequestro Moro come primo evento traumatico della Storia, seguito dalla strage alla stazione di Bologna. Le generazioni successive ne hanno vissuti altri, penso alle stragi di mafia del 92-93, all’11 settembre e agli altri attentati terroristici, per arrivare alla pandemia del 2020. Ripeto, se adeguatamente stimolati, penso che i ragazzi sappiano ancora interiorizzare eventi storici e interpretarli criticamente, facilitati in questo dall’enorme quantità di informazioni che noi cinquantenni alla loro età non avevamo.

Si ricostruisce, si ricorda e si riportano allo scoperto forti emozioni. A proposito di esse, quante ne ha date a te la stesura di questo lavoro?

Molte, perché mi ha fatto rivivere quella drammatica primavera e permesso di descrivere un’infanzia che con gli occhi di oggi è archeologia.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sto lavorando a un nuovo romanzo, questa volta non storico. L’idea è nata dalla lettura di un appassionato carteggio che nei primi anni Ottanta un giovane uomo ha indirizzato a una adolescente. Nell’ambito poi della Scuola di Scrittura dell’Officina del Premio Viareggio Repaci ho composto un racconto breve a tema, protagonista un albergo, che spero venga selezionato per essere inserito in un’antologia.

Alessandra noi ti ringraziamo per essere stata con noi  e ci rivediamo alla prossima intervista.

Marcello Simoni: Il Segreto Del Mercante Di Libri. Recensione a cura di Iana Pannizzo

Il segreto del mercante di libri - Marcello Simoni - Libro - Newton Compton  Editori - Nuova narrativa Newton | IBS
Editore: Newton Compton Editori
Collana: Nuova narrativa Newton
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 29 giugno 2020
Pagine: 345 p., Rilegato
EAN: 9788822740571

Anno Domini 1234. Dopo due anni trascorsi presso la corte di Federico II, in Sicilia, il mercante di reliquie Ignazio da Toledo torna in Spagna per una nuova, rischiosa impresa: trovare la Grotta dei Sette Dormienti. In questo leggendario sepolcro, sette martiri cristiani si sarebbero letteralmente “addormentati”, secoli prima, in un sonno eterno. Ma non è certo la ricerca di una reliquia a muovere il mercante, bensì il mistero dell’immortalità che pare nascondersi dietro la storia dei Sette Dormienti. Gli indizi di cui Ignazio è in pos­sesso lo conducono tra Castiglia e Léon: la terra da cui viene e dove ha lasciato la propria famiglia. Al suo ritorno, il mercante è costretto però a fare i conti con spiacevoli novità, delle quali la prolungata assenza lo ha tenuto all’oscuro: Sibilla, sua moglie, è scomparsa, forse per sfuggire a una terribile minaccia; Uberto, il figlio, è rinchiuso in prigione con l’accusa di aver ucciso un uomo. Chi si cela dietro queste sciagure? Forse un infido frate domenicano, confessore personale di re Ferdinando III di Castiglia. E una setta di vecchi nemici del Mercante: la Saint-Vehme…

RECENSIONE A CURA DI IANA PANNIZZO

Per capire le sensazioni che un libro di Marcello Simoni suscita in me, mi servirò di due esempi che, pur non essendo propriamente letterari, serviranno a comprenderle.

Cercate di immaginare una ragazzina che volteggia felice col suo vestito nuovo al suo primo appuntamento e poi la stessa ragazzina triste nel momento della separazione del suo primo amore . Ecco, queste sono le emozioni all’inizio e alla fine di un libro di questo scrittore eccezionale. Ho appena terminato il romanzo “ Il Segreto Del Mercante Di Libri” che mi ha fatto non solo sentire le farfalle allo stomaco ma le ha fatte volare.

Ignazio da Toledo entra ancora una volta nel nostro immaginario con un’avventura che ci farà stare col fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. Una storia che sa di antico mistero e che insiste nella curiosità intrinseca degli uomini di intelletto ma ai quali non è dato sapere. Una curiosità che pur non essendo ingannata dall’istinto, prende il sopravvento e attraversa il fato.

Ignazio vive con i suoi sensi di colpa, in continuo conflitto con se stesso, con il figlio, con la moglie e con la sensazione di inerzia e poi d’urgenza che non trova argine se non nella fuga perpetua e nei fantasmi di un passato che non vuole o non può passare.

Il Mercante è braccato due volte: da una parte si scontra con un vecchio incubo che si ripresenta come un appuntamento che la morte ha solo ritardato e dall’altra, una famiglia  dalla quale viene descritto come poco più di un conoscente. Questo, innesca azioni e reazioni che si concatenano e fanno soffrire il nostro protagonista come o forse peggio del pensiero della morte stessa.

Come il pentimento in età senile, non serviranno le preghiere tardive della disperazione poiché strade che si riuniscono, nuovamente si dividono e prendono una piega importante in questa narrazione ricca di suspense.

Marcello Simoni possiede la notevole capacità di far avvertire ai suoi lettori l’inquietudine e la minaccia del fiato gelido della morte sul collo.

 I capitoli sono brevi  e intensi, lo stile è pulito e si distingue per la classe ed eleganza di cui pochissimi autori vantano. L’avventura di Ignazio da Toledo ci catapulta al mistero dei Sette Dormienti di Efeso e nella loro storia affascinante, che porta dalla certezza del visibile e del tangibile all’idea del divino, fino al limite della relativa comprensione  umana.

Ritorna la Corte Vehmica, che irrompe nella vita degli Alvarez come un giustiziere che non lascia respiro nel suo malvagio disegno e scopriremo un segreto, troppo a lungo celato, che svela rapporti sepolti come un tempio sacro, segreti di cui appropriarsi per tutelare il proprio potere sulle anime sottomesse.

 Intrighi, tradimenti, vecchi ricordi e sopravvivenza nonché la rabbia e il desiderio di ritrovarsi vige in modo prepotente non solo in Ignazio da Toledo ma in chi ha taciuto negli anni, subendo più la corsa alla conoscenza che alla vita.

La Storia si intreccia con personaggi significativi che fanno da contorno al Mercante (che ricorda per certi versi un temerario Indiana Jones) più amato del nostro Paese, lasciando un sapore amaro come il fiele ma che non trascura la speranza di un finale aperto nell’attesa di un altro indimenticabile e imminente successo dell’autore.

Nadia Dicursi: intervista a cura di Iana Pannizzo

Buongiorno lettori,

Non si può certo dire che il nostro Paese abbia carenza di bravi autori e autrici. Oggi abbiamo ospitato una bravissima emergente, di cui, sono certa, sentirete parlare spesso. Un’autrice che si rescinde nella poesia di una terra che ha sempre fatto la storia, bella, contrastante, istintiva e per certi versi selvaggia. La Napoli che conosciamo e quella celata agli occhi e al cuore di chi non la vive nel pieno delle sue emozioni.

Lei è Nadia Dicursi e l’abbiamo intervistata per voi. Buona lettura.

Nadia Dicursi

Ciao Nadia e benvenuta al blog “Un Libro Per Amico- Non Solo Recensioni“.

Partiamo con una domanda standard: da quanto tempo scrivi e cosa ti ha spinto a farlo?

Ciao, Iana, grazie a voi per l’invito.  La scrittura è sempre stata per me una terapia, mi  aiuta a liberarmi dalla cose che non mi piacciono e mi restituisce serenità. Scrivo meglio quando non sono al meglio, insomma  

Pariamo del tuo ultimo lavoro, il romanzo che porta come titolo “ Vita, Morte e Miracoli”. Tre storie che legano i sentimenti al cuore.

Si tratta di tre storie che ripercorrono la vita sostanzialmente, anche se poi si parla di morte e di miracoli. Il significato che ho dato alla vita qui, è elevato, nel senso che è la vita nella sua massima espressione: il momento in cui siamo felici. Quindi si tratta di una vita vera e propria non un sopravvivere.  Ma anche nella felicità più stretta, dobbiamo fare i conti con le sconfitte, con la realtà e con la morte. Poi ci sono  i miracoli,  ma nulla che abbia a che fare con  provvidenza  o bacchette magiche

La figura femminile è un punto di riferimento, una colonna portante delle tue storie. Ma cosa è cambiato fondamentalmente? Chi è, secondo te, la donna di ieri nel mondo di oggi?

I miei testi prendono spunto da ciò che mi circonda,  e da chi mi circonda.  Molte figure femminili, sì, nella mia vita. Non credo ci sia una grossa differenza  tra le donne del passato e quelle di adesso. Forse solo una minore capacità di affermare e urlare i propri sentimenti, per pudore , per paura,  ma lo attribuisco  alle epoche , non ad un’analisi introspettiva della donna, che credo invece  abbia sofferto questi silenzi.       

Vita e morte sono legati da un filo invisibile e l’una sono l’essenza dell’altra. Nei tuoi romanzi, questo si avverte molto anche se spesso in modo sottile. Qual è il tuo pensiero?

È costante  in me pensare che tutto abbia una  fine inderogabile e non negoziabile, è un atteggiamento che mi consente di dare il giusto valore alle cose

L’uso del dialetto marca la radice di una Napoli piena di poesia, di cultura e colori. Perché questa scelta?

Lo hai detto: perchè Napoli è poesia, cultura e colore, e  credo che andassero scritti in lingua napoletana per necessità.  

Ti va di parlarci dei tuoi progetti futuri?

Ho due storie  in bilico,  una in particolare a cui tengo molto e vorrei che venisse fuori a piena voce,  qualcosa  di cui essere contenta almeno io.

Nadia, noi ti ringraziamo per essere stata qui con noi e del tempo che ci hai dedicato. Ci rivediamo alla prossima intervista.

Jessica Maccario: intervista a cura di Iana Pannizzo

Buongiorno readers,

Abbiamo avuto il piacere di intervistare l’autrice Jessica Maccario e conoscerla più a fondo attraverso poche domande in cui ci parlerà della sua collaborazione col csu ( collettivo scrittori uniti) e dei suoi progetti, nonché del suo ultimo lavoro.

Buona lettura.

Jessica Maccario

Ciao Jessica, grazie per aver accettato la nostra intervista nel blog “ Un Libro Per Amico-Non solo Recensioni”. Tu fai parte del direttivo del collettivo scrittori uniti (csu), capitanata da Claudio Secci, che in questo anno un po’ balordo ha saputo dare grande capacità resiliente. Com’è stato gestire tutto in piena pandemia covid in un gruppo che cresce sempre di più con autori e media partner?

Ciao Iana, grazie a te per l’ospitalità! Faccio parte del direttivo del Collettivo Scrittori Uniti fin dalla sua nascita, insieme a persone a cui sono legata da anni, Claudio in primis, che con il suo carisma ci ha sempre dato una grande motivazione per andare avanti. Il Csu è nato per portare libri in fiera, soprattutto in quelle più grandi dov’è difficile arrivare da soli, e pian piano si è espanso arrivando ad avere vari media partner tra blog, tv e giornali. È un progetto a cui teniamo molto e sono davvero felice di condividerlo con Claudio, Manuela Siciliani, Manuela Chiarottino e Alessia Francone. Ho sempre pensato che la collaborazione sia fondamentale in qualsiasi cosa che si fa e lo spirito del collettivo rappresenta appieno quest’unione. In due anni siamo stati in tante fiere e città italiane, a Milano, Torino, Sestri, Pisa, Modena, Nizza Monferrato. Purtroppo il lockdown ha fermato diversi eventi e ci ha costretti a rivedere i progetti, ma questo ci ha permesso di raccogliere le idee e trovare nuovi modi per reinventarci: da lì sono nate le fiere virtuali.

Quanto è stata faticosa l’organizzazione delle fiere virtuali e quali soddisfazioni ha portato?

Ogni fiera virtuale richiede molte ore di lavoro di preparazione, soprattutto per Claudio che ogni volta è impegnato a girare 25 video con gli autori partecipanti, insieme al padrino/madrina dell’evento, mentre io e le altre ragazze allestiamo il catalogo. Ho avuto l’occasione di fare la madrina in una di queste fiere, quella dedicata al rosa, ed è stato veramente bello registrare i video e conoscere meglio gli autori, ma è impegnativo. La fatica maggiore avviene durante il giorno stesso della fiera, quando stiamo davanti al computer a segnare le vendite, ma alla stanchezza si sommano le belle emozioni di sentire gli autori raccontare i loro libri e vederli interagire con i lettori. Dall’esterno, queste fiere sono una ghiotta occasione per gli autori per ricevere visibilità e vendere cartacei e anche un’occasione per i lettori per ricevere libri scontati e autografati di autori nuovi. Il Collettivo è stato il primo ad aprile a proporre questo tipo di evento online, coniando il termine “fiera virtuale” e creando delle fiere divise per generi: siamo partiti con fantasy, rosa, narrativa; a ottobre abbiamo ripreso, dopo qualche mese di pausa, con quella del thriller e il 13 dicembre torneremo con la fiera della poesia e dei libri per bambini/ragazzi, che ha davvero tanti libri interessanti da proporre.

Quali progetti futuri nel collettivo in attesa che questa emergenza sanitaria finisca?

Con il Csu abbiamo deciso di portare online anche un altro format che avevamo fatto in versione tradizionale a Torino nel novembre del 2019: il mega meeting di autori. Lo riproporremo in una nuova veste il 29 di novembre e sarà suddiviso in due fasi, quella preliminare che ha come giuria 4 blogger e quella finale che ha come giuria 4 giornalisti. Ci siamo suddivisi i compiti e la conduzione delle due fasi, e ammetto che è stato molto divertente idearla, penso che verrà fuori qualcosa d’interessante sia per chi ci seguirà sia per chi ha aderito. È una vera e proprio sfida: chi tra i 16 autori partecipanti riuscirà a convincere i blogger e i giornalisti a scegliere il proprio libro, si porterà a casa interviste e recensioni sui blog e giornali aderenti.

Parliamo adesso di te e dei tuoi progetti. A dicembre uscirà un lavoro tutto nuovo che si discosta dal classico romance. Parlaci un po’ di questo libro, della scintilla che ne ha dato l’idea e del suo sviluppo. A lavoro finito, le tue emozioni sono state diverse rispetto ad un romance finito?

Proprio così, sono molto contenta di questa uscita. Si tratta di un racconto per bambini che scrissi qualche anno fa, ispirata dal tema della dislessia di cui mi piaceva poter parlare e da alcuni giochi ideati da una maestra, a cui chiesi il permesso di citarli, con l’idea che chi fosse stato interessato sarebbe andato su internet a cercarli. Inizialmente avevo aderito a un concorso sull’altezza, visto che un altro tema centrale è il fatto che il bambino sia basso e per questo venga preso in giro dai compagni, ma visto che cercavano racconti umoristici e il mio ha dei risvolti psicologici e delle tematiche serie, ho pensato di farne un vero e proprio libro, aggiungendo delle immagini per renderlo più bello e degli esempi concreti per dare la possibilità anche ai piccoli lettori di provare alcuni di quei giochi, che con il tempo e il cambiamento dei sistemi operativi sarebbe difficile riuscire a recuperare ancora su internet. Mi sono appassionata a creare la copertina, che mostra un bambino in difficoltà con le lettere dell’alfabeto – come lo è di solito un dislessico quando si trova a leggere o studiare – insieme all’elemento fantastico del racconto, un folletto: è proprio questo folletto, che nel libro parla a rima, ad aiutarlo a capire come fare per risolvere i suoi problemi con i compagni e soprattutto ad avere maggiore fiducia in se stesso. Alla fine l’ho intitolato “Un folletto come amico”, pensando soprattutto a un target di 10-11 anni. Mi auguro che sia uno spunto per tutti, per chi è dislessico, per chi non lo è e in generale un modo per lasciare qualcosa ai bambini.

Hai mai pensato di integrare e fare interagire i personaggi dei tuoi romance in un’unica storia?

Non mi è mai venuto in mente perché le storie sono nate in momenti diversi e con situazioni abbastanza differenti tra loro, anche se le protagoniste di “In volo con te” e “Io ti libererò” hanno in comune il fatto di essere entrambe delle persone insicure, con delle debolezze e il bisogno di trovare il coraggio per superare delle situazioni difficili. L’uno è un romance puro e riflessivo ambientato tra Torino e Amsterdam, dove Tommaso può vivere più facilmente la sua omosessualità e Giulia deve capire come andare avanti senza di lui, l’altro è un romantic suspense che ha come collocazione Londra e in particolare il pub dove lavora la protagonista, tra i due è quello che potrebbe essere visto come un racconto inserito anche in altre città. Potrei immaginarmi Sally a scappare tra le vie di Amsterdam, anziché di Londra, perché l’ambientazione non ha un ruolo di primo piano: sono soprattutto le sue paure e il legame forte con il suo passato a parlare. Sally è una ragazza che ha avuto bisogno dell’aiuto del papà per uscire dalla droga, per certi versi è ancora una ragazzina che deve affrontare la vita, mentre Giulia è una donna con un marito e una bambina che si trova d’un tratto da sola a crescere la figlia e a capire cosa fare del suo futuro. Se potessero interagire, forse cercherebbero di farsi forza l’una con l’altra.

Cos’è cambiato come autrice in te in questi anni e dopo diversi romanzi?

Sono cresciuta molto. È cambiato il mio rapporto con la scrittura, perché prima ero molto più istintiva e scrivevo in qualsiasi momento, appena avevo un’idea, adesso invece sono più riflessiva e se scelgo di dedicarmi a una storia mi devo prendere un’ora per buttare giù i pensieri. Magari le prime pagine le comincio d’impulso, ma poi preferisco curare le frasi e metterci un momento di più, quindi adesso tendo a rileggere i capitoli e fare già un po’ di correzione prima di continuare la stesura. Un’altra cosa che è cambiata è che prima d’iniziare a pubblicare tendevo a confrontarmi molto durante la scrittura con la mia migliore amica e chi avevo accanto, mentre ora cerco i pareri quando ho già scelto che direzione prendere e alla fine di una prima stesura per capire su cosa devo lavorare per sistemarlo. Penso che man mano che lo scrittore cresce, impara a conoscersi, a riconoscere i propri limiti, a voler curare sempre di più il prodotto che offre e a voler spaziare su più temi. Anche se negli ultimi anni mi sono dedicata maggiormente all’editoria, dirigendo la Starlight e lavorando per gli autori, ho in cantiere un altro romantic suspense e alcuni romanzi iniziati, che spero di avere il tempo di concludere.

Jessica, noi ti ringraziamo del tuo tempo, per essere stata con noi e ci rivediamo alla prossima intervista e speriamo in un’imminente fiera.