Segnalazione

Una nota nel cuore- Prequel

Quarta di copertina

Alla Moz-Art è tempo di prime volte e cuori in subbuglio. Sono gli anni Novanta e in America si respira una certa aria di ribellione e cambiamento che non fatica a riversarsi anche sugli adolescenti. Marta non ha mai conosciuto un ragazzo introverso, dagli occhi dolci e la capacità di ascoltare come Joseph. Anzi, i tipi come lui nemmeno li guarda. Di solito. Ma, come spesso accade nella vita, l’amore si rivela nei luoghi più inaspettati.

I genitori di Marta, però, non vedono di buon occhio quel ragazzo insicuro, povero, così diverso da ciò che si aspettano per la propria bambina. Così, fra pazzie e incertezze, Marta e Joseph dovranno fare i conti con il futuro per capire se il cuore ha la priorità o gli ostacoli sono troppo grandi da superare.

Il libro contiene lo spin off “18 anni dopo”!

Estratto

Dopo quella sera, capii che l’amore era un processo lento, come un virus che ti entra nella pelle quando meno te l’aspetti e poi, all’improvviso, ti ritrovi con un mal di pancia atroce. Da un giorno all’altro, ti ritrovi ad amare una persona ma non sai nemmeno quando è iniziato, qual è stata la causa scatenante. Succede e basta. Il tuo cuore batte all’impazzata quando sei insieme a lei ma non capisci in quale esatto momento ha iniziato ad accelerare.

Informazioni:

Titolo: Una nota nel cuore – Marta e Joseph (Prequel)

Autore: Ilaria Mossa

Editore: autopubblicato

Prezzo ebook: 2,99 € (prezzo lancio 1,99)

Prezzo cartaceo: Da definire

Data di pubblicazione: 30 settembre 2020

Preordine: 23 settembre

L’autrice:

Ilaria Mossa è nata a Bari il 20 ottobre 1993. Grazie alla piattaforma Wattpad, nel 2016, si è innamorata della scrittura e ora non può più farne a meno. “Una nota nel cuore” è il suo romanzo d’esordio.

Facebook: www.facebook.com/MossaIlaria

Instagram: www.instagram.com/ilarymossa

Twitter: twitter.com/ilary933

Wattpad: www.wattpad.com/user/Ilaria_Mossa

Email: mossailaria@gmail.com

bookcrossing a Torino: Off topic . A cura di Iana Pannizzo

Ciao lettori,

Partiamo con il primo articolo dedicato ai book-crossing nella città di Torino e cintura.

Uno spazio dedicato alla lettura, uno scambio di libri ( ma anche fumetti ) per comprendere e far comprendere gusti letterari e tendenze;  un viaggio attraverso storie, passioni, parole, di lettori sconosciuti che si incontrano senza mai vedersi.

Il  bookcrossing  è un’iniziativa di distribuzione gratuita, prendi un libro per lasciarne un altro.  

Ma se il piacere di scambiarsi libri si unisce a quello della buona musica e buon cibo? Mix esplosivo non trovate? Impossibile? Affatto!!

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A Torino, in Via Giorgio Pallavicino, 35,  Off Topic, hub culturale, offre tutto questo. 

Buon cibo, personale giovane e gentile, atmosfera calda, frizzante, accogliente e confortevole. In poche parole un posto dove si ha tutta la voglia  di esserci.

E poi artisti, eventi da non perdere, buona musica come i Blindur, un gruppo di giovani talenti che ha già fatto parlare di se e ne farà parlare ancora. Vincitori del premio Buscaglione 2016 , premio dell’Afi (Associazione Fonografici Italiani) ,  vincitori del recentissimo premio della critica musicultura 2020. Tra  folk e rock un’esplosione di freschezza, di bravura, allegria. Energia che contagia e ti conquista.  

Blindur

Musica e parole quindi, assolutamente da non perdere. Prendete nota!!!!

Iana Pannizzo

Autori emergenti: parliamone. A cura di Iana Pannizzo

Ciao lettori,

Oggi voglio parlarvi degli autori emergenti. Molti in questi due anni di blog, mi hanno chiesto di essere recensiti ed io ho sempre letto i loro scritti con entusiasmo cercando di cogliere quel talento che tende a farsi spazio nel mondo incerto dell’editoria.

Spulciando tra i vari gruppi fb e su google, mi è capitato di leggere di tutto su questi autori.  Ho scoperto (che poi purtroppo non è una gran scoperta) una diffidenza non indifferente sugli emergenti, note negative prima ancora di leggere un romanzo, un saggio, una novella. Che sia di genere storico, romance, giallo poco importa.

L’autore emergente non convince e non interessa.  Io però, che ne ho recensiti parecchi, sento di dover spezzare una lancia in loro favore. Molti hanno in se una freschezza tale che un autore affermato non ha o ha perso, hanno entusiasmo e soprattutto qualcosa da comunicare. Lo scrittore emergente ha bisogno di trasmettere nel marasma di questa società che troppo spesso non ascolta, non viene incontro, non presta attenzione ai segnali di un malessere o semplicemente di un sogno.

 L’autore emergente (che non è comunque per forza una persona di giovane età) è pieno di sogni, di aspettative, di speranze che non sarebbe giusto troncare a priori soltanto perché non famoso. Del resto, neanche gli autori famosi erano tali al loro primo lavoro, non trovate?

Non è affatto vero, a mio avviso, che uno scrittore è tale solamente se possiede una casa editrice come purtroppo ha supposto un autore e posso affermare, che al contrario, alcuni di questi autori editi anche da case editrici di rilevante importanza, non hanno neanche la metà del talento e della freschezza di uno scrittore emergente.

A volte lo stile va migliorato, certi concetti sicuramente rivisitati, ma la carica emotiva che porta in se un emergente, un autore più famoso può solo invidiare. Per questo leggerò e prediligerò sempre gli autori sconosciuti .

 Sono grandi risorse, un bel bagaglio emotivo che difficilmente troviamo in chi, già affermato, non si rinnova e magari si da anche per scontato.

Dal mio punto di vista, che è solo un umile parere in mezzo a milioni di altri pareri, voglio ringraziare questi autori che mettendo nero su bianco storie di personaggi circa illustri, favole romantiche,  fantasy, storie gotiche, vicende storiche o ricostruzioni di cronaca, rendono il mondo un po’ più umano.

Abbiamo bisogni di sogni e chi più di un autore emergente è in grado di regalarceli? Del resto..è come ascoltare le nuove proposte ogni anno festival di Sanremo. Niente di più, niente di meno.

Non è facile dare vita ad un’idea, dietro un romanzo c’è il tempo che non ritorna più, ci sono i dubbi, le crisi, a volte i pianti per un blocco emotivo, ci sono le ricerche, le escursioni, la conoscenza, le notti insonni, ci sono le speranze, la paura, la forza, un sogno, la forza di un ideale, un grido, una risata, una gioia inespressa. Dietro un romanzo c’è molto di più di tante parole scritte. C’è un intero mondo da scoprire in un autore emergente.

Un po’ come gli artisti di strada, sconosciuti ed incantevoli.

La casa delle bambole di vetro di Daniela Borla: recensione a cura di Iana Pannizzo

Editore: Leucotea
Codice EAN: 9788894917512
Anno edizione: 2020
Anno pubblicazione: 2020
Dati: 90 p., brossura

Daniela Borla scrive un romanzo breve dal sapore amaro.  Strutturato in capitoli molto brevi, l’autrice, affina uno stile di scrittura che fluisce tra le parole e lascia nel lettore la scorrevolezza della sua trama.

La storia è a sfondo psicologico, che penetra nei sentimenti  di chi legge tra lo sgomento, lo sconcerto e la triste realtà di molti innocenti  che non sanno piangere, come chi tira una bomba a mano sulla propria pelle.

La violenza familiare, l’assenza dei sentimenti, una falsa apatia che implode come se il cuore stesso fosse un detonatore pericoloso da proteggere o distruggere, vola come un pensiero astratto su una dura certezza.

La violenza domestica che troppo spesso passa inosservata ai distratti della vita, non si manifesta soltanto fisicamente. E’ subdolamente conscia  nel livello più aberrante di uomini senza dignità.

Si ha paura anche di pensare e di parlare, quando tutti  chiudono la porta perché a nessuno importa dei sogni di una bambina che ha bisogno di crescere e diventare donna nella normalità.

Una storia dilaniante man mano che si continua a leggere, che non lascia scampo allo sconforto, all’impotenza e alla rabbia.

 La narrazione non è molto articolata, si presenta piuttosto semplice nel suo sistema, ma la sottigliezza psicologica è moto forte.

 E’ l’infanzia che si ripercuote negli anni della giovinezza e in seguito a quella dell’età matura, con le cicatrici profonde, cattive, aberranti che non possono non diventare parte integrante di una sofferenza ignorata.

 I ricordi dei protagonisti, ripercorrono odori, sensazioni, malesseri, con qualcosa dentro il cuore che non  si sa cosa sia, come un sole che non sorge mai.

 I protagonisti, crescono come alberi spogli che non si rivestiranno mai di foglie verdi e rigogliose, bui e solitari senza stelle, senza luna, senza luce. Come il mare che diventa schiuma alla riva e perde la sua essenza.  

Daniela Borla scrive una storia  che fa male nell’intimo, perché il freddo arriva nelle ossa come un rigido inverno dove si aspetta di morire senza potersi scaldarsi.  Un lutto dell’anima che si perpetua negli anni come un avvoltoio appollaiato ad aspettare il resoconto di azioni e pensieri.  

Più si prende coscienza più aumenta il dolore. La protagonista pensa, ma non agisce. Nel monologo che dilata il tempo vissuto, gli anni in sospeso e il presente non leniscono i dolori e i silenzi.

Con questo romanzo, Daniela Borla,  si dimostra un’autrice emergente interessante e sensibile, che presta particolare attenzione ad una società che non solo non comunica più, ma che per paura di farlo preferisce il disagio che resta in una verità sconcertante che resta a galla come un corpo in decomposizione.

La Cattedrale Del Mare di Ildefonso Falcones: recensione a cura di Iana Pannizzo

Traduttore: Roberta Bovaia
Editore: TEA
Collana: I grandi della TEA
Anno edizione: 2009
Formato: Tascabile
In commercio dal: 28 settembre 2009
Pagine: 642 p., Brossura
EAN: 9788850220342

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           Ammetto di aver cominciato la lettura del romanzo “La Cattedrale Del Mare” di Ildefonso Falcones con scetticismo sebbene sia molto decantato. Di una lettura durata diversi giorni è rimasta la sensazione di tempo trascorso, di amarezza e d’infinito amore.

Sono molti i punti salienti su cui riflettere.  In primis l’amore di un padre verso il figlio che si sacrifica per donargli il diritto e la dignità e un bambino che cresce troppo in fretta.  A poco a poco l’amore di un genitore si trasforma in rammarico e nello sdegno fino a divenire un urlo che brucia come il fuoco, feroce, cattivo e disperato che irrompe, si scontra, e si schianta nel coraggio di spezzarsi ma non piegarsi all’ingiustizia, di vendicare e vendicarsi.

Ci sono i proprietari terrieri, l’ascesa al potere, i signori, una Barcellona che non esita, di entrare in guerra, una città in cui cercare la libertà, ma dove c’è un re non può esserci libertà.

Cos’è la libertà? Nel romanzo è agognata in molti versi e malgrado ci sia l’apparenza di una volontà, è circuita dalla politica, degli inganni, dai tradimenti e dalle umiliazioni.  La nobiltà si appaga di soprusi, di violenze fisiche e psicologiche e non serve e non basta nascere nobili se l’animo è miserabile.

La libertà resta il sogno di una conquista nel tempo che passa e non torna e non perdona.

Anche l’amore è visto come una condanna, una colpa da nascondere e tuttavia affondarvi. E’ represso, nascosto, negato, vissuto come un crimine da punire. L’amore diventa feroce quando non può sfogare il suo tormento, sottomesso a decisioni che legano e come un cappio al collo, soffocano.

Ci sono le madri e la Madre.

L’amore genitoriale non può esimersi dal commettere sbagli ma in una Barcellona medievale in cui la condizione della donna si sottomette suo malgrado, agli istinti, alle ingiustizie, alle prepotenze riducendole a corpi senza volontà come stracci usurati dal tempo, le madri tremano, lottano e a volte si arrendono a un destino più forte di loro. Si riflettono nei sogni spezzati quando la vita le rende solo corpi senza onore e senza riscatto.

La Madre invece è silenziosa e amorevole. Quella che tutti vedono e pochi sentono, che si avverte nella fede, nella costruzione della Cattedrale del Mare, la Chiesa di tutti.

 Dal mare e nel mare proviene e va la pace che si perpetua nella fede salda e forte. Un legame atavico, invisibile, spirituale, che vede oltre il visibile. Anche quando ci si sente esule persino in casa propria e non si trova la direzione del proprio cuore. Anche quando si volge lo sguardo verso l’orizzonte come chi in agonia aspetta di diventare carcassa e cibo per altre specie. La Madre non abbandona mai.

Il romanzo di Falcones segue un dibattito impervio, antico, mai sopito: Le credenze religiose, l’inquisizione, l’ignoranza di un popolo che si fa trascinare da chiacchiere e false testimonianze, focolai pericolosi che gettano infamia sulla certezza del niente. Cristiani ed ebrei sulla scia del fanatismo e della superstizione, una fede che si plasma al volere della convenienza per portare il peso di una colpa presunta e passata che non appartiene all’oggi.  Nei protagonisti delle vicende vige il ricordo, che è la tortura peggiore, quando fa i conti con la coscienza, che si nasconde dietro il perbenismo, dietro l’invidia, e respira sul collo come il peggiore degli assassini che non uccide, ma logora.  Nel tempo che non torna e non restituisce gli anni, incontriamo un’inquisizione e una chiesa che non cerca verità ma ricchezza, che non guida e si avvale di leggi che tutela solo i propri interessi poiché essi valgono più della vita di un innocente.

La peste, credenze, cristiani, ebrei.  Il coraggio di non cambiare mai e la scelta di adattarsi negli anni inesorabili che giocano perversi agli occhi del fato e dei suoi propositi.

Un romanzo che non solo si legge, ma si vive attraverso ogni pagina, ogni parola, ogni stato d’animo che diventa sin da subito del lettore stesso e ti spezza il cuore in due fra sprazzi di una bellezza disarmante.

Marcello Simoni: La Prigione Della Monaca Senza Volto”. Recensione a cura di Iana Pannizzo

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Marcello Simoni, è uno di quegli autori di cui non riesci a dimenticarne le storie dopo aver letto l’ultima pagina.  I suoi romanzi affascinano perché ogni suo personaggio, che sia principale o secondario, è descritto in tutte le sfaccettature.  Uno stile perfetto, quasi irreprensibile che il lettore non può non amare.

Nella prigione della monaca senza volto, riprende la figura della monaca di Monza, Marianna de Leyva, che per certi versi si ricollega a quella descritta dal Manzoni nel celebre romanzo de I promessi Sposi. E’ interessante confrontare i due autori cosi lontani nel tempo e per stile, per visione di un personaggio realmente esistito nel seicento di una Milano repressa.

Mentre il Manzoni mette in risalto le fattezze fisiche della donna come il volto e soprattutto, gli occhi, lo sguardo che invoca pietà seppur nel suo superbo cipiglio, Simoni ne enfatizza subito il carattere, misterioso, enigmatico.  Nel Manzoni abbiamo una monaca di Monza orgogliosa ma remissiva che sopprime la rabbia e la soggezione verso il padre, ha un comportamento contraddittorio, che soffre e fa trasparire il suo malessere attraverso l’imposizione e i suoi ordini come badessa. Con Simoni invece leggiamo di una monaca che cerca vendetta, che si racconta, che ama se stessa, la liberà e il ricordo del suo uomo. Una donna malvagia perché sventurata. Una donna che ha rinunciato alla sua vita con fallace remissività.

Nel romanzo torna l’ormai noto inquisitore Girolamo Svampa, con quel suo temperamento forte e deciso che ricorda un boccale di birra scura. Un uomo che sfoga nell’irruenza e nella durezza dei modi la perdita di suo padre, inseguendo fantasmi, chimere, la sua vita di bambino rubata, riavvolgendo così il senso del tempo come un vecchio film visto e rivisto. 

Ci s’innamora dello Svampa, uomo ostinato e cupo come un vicolo scuro e senza lampioni. Egli ricorda, teme e ama. Il suo cuore è come un lago ghiacciato, duro in superficie e affascinante anche quando guardarlo e attraversarlo implica forti rischi.   

Una storia che riprende vecchi rancori. Una fede storpiata che non cammina tanto sulla strada della dissolutezza quanto quella di guardare dentro il lato più nascosto abbandonando spesso raziocinio e scetticismo.

L’amore è visto da più punti di vista, da quello paterno a quello dissoluto di donne penitenti; da quello celato al mondo a quello sfacciato e sperato.

Come in ogni romanzo di Simoni non manca di avventura, di suspense, di trame affascinanti che non possono fare altro che catturare il lettore dalla prima all’ultima pagina. Nella Milano del 600, in cui l’inquisitore non si lascia andare a isterici pensieri a interpretazione di stregoneria, quando il nemico viene da dentro, dal passato, da un affetto, da un sentimento.

Un’atmosfera coinvolgente, che ti trascina via tra monasteri di clausura e viaggi introspettivi in un continuo pellegrinaggio alla ricerca della verità.

 

 

 

 

 

La spiaggia si tinge di rosso: recensione a cura di Iana Pannizzo

 

Recensione a cura di Iana Pannizzo

La spiaggia si tinge di rosso, è il titolo di un romanzo di Marzia Francesconi, perfetto per una piacevole lettura estiva. L’autrice, offre ai suoi lettori, una storia frizzante, smaliziata e per certi versi pungente, che caratterizza i suoi personaggi uno ad uno.  La lettura è adatta a tutti , mettendo d’accordo lettori indulgenti ed esigenti .

Con uno scenario decisamente estivo, in una spiaggia che si affaccia sull’Adriatico nelle Marche, su una striscia di terra tra Fano e Senigallia, Marotta, La Francesconi, da prova di abilità analitica e investigativa con questo suo primo lavoro letterario.

 I personaggi si raccontano nel corso della storia, i legami prendono una nota vivace tra la rabbia e i sentimenti, tra silenzi e solitudini.

Non lesina di colpi di scena, amore e morte si susseguono e si rincorrono  in una trama che si infittisce, sfugge e ritorna snodandosi con un finale a sorpresa quando il sipario cala, la musica finisce e non si balla più.

Uno stile di scrittura scorrevole, giovane,  in cui l’autrice segue certamente il classico filone del genere ma che si allarga a relazioni che incuriosiscono ed invogliano il lettore a scoprire il colpevole. Si discosta in questo modo dalla figura stereotipata del poliziotto rude o del detective privato e ci accompagna a relazioni più umane ma a volte fittizie.

Dialoghi e descrizioni si alternano perfettamente e i capitoli brevi facilitano la comprensione dell’intero testo senza stancare.

Schietto ma non rude, un gioco delle parti che si ribalta e si dissolve come pulviscolo in controluce e non concede tregua ai destini e sulla difesa delle proprie scelte.

 

 

 

La ragazza della musica: Recensione a cura di Iana Pannizzo

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Sinossi
“La ragazza della musica”

Diana è una ragazza sedicenne affetta da sindrome schizoide della personalità che la porta ad essere profondamente anaffettiva.
Per motivi famigliari si trasferisce in una scuola e in una città non sua, che non conosce, dovendo lasciare gli affetti preziosi dei nonni paterni.
Nella nuova città intraprende un percorso contro la sua malattia, che la isola dalle emozioni del mondo intero. Grazie a un’auricolare che lei indossa sempre chi interagisce con Diana può inviarle un brano musicale e grazie a quello farle percepire il “mood” emozionale della discussione.
Dopo aver avuto un impatto non ottimo con i nuovi compagni di classe che la vedono fredda e rigida, durante l’ora di ginnastica, complice una pallonata, l’auricolare si rompe.
Riaggiustandolo da sé per evitare le sgridate paterne da quel momento in poi avrà in cuffia delle interferenze e non ultimo brani di musica inviati da chissà chi.
Parte allora la sua ricerca di chi riesce inconsapevolmente a sconvolgere il suo mondo emozionale lasciandola stremata dalle nuove e impreviste sensazioni.
Le sue ricerche la porteranno a conoscere Valentina, una coetanea di un’altra classe dello stesso istituto. Inizialmente titubante Diana finisce per confessarle cosa accade quando lei ascolta musica e si trova alla portata del suo auricolare.
Nascerà una complicità che si svilupperà all’insegna del superamento degli ostacoli emotivi di Diana e della musica che le due ragazze si scambieranno.

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

La ragazza della musica, un romanzo breve di Carlo Cavazzuti, converge su più punti focali, come la terapia dei suoni e della musica su un’altalena di emozioni inespresse, lasciate in sospeso o semplicemente assenti.

 La storia prende forma attraverso le pagine di un diario adolescenziale e per questo scritto con quella leggerezza che caratterizza i giovani, veloce, quasi sbrigativa e istintiva.

 La protagonista attraverso le pagine delle sue riflessioni quotidiane scopre la sua identità e l’approssimarsi di una comunicazione che non ha il bisogno verbale a tutti i costi. 

L’autore, attraverso la storia della sua protagonista, riflette sulla musica come strumento terapeutico che agisce con un cambiamento graduale e consapevole e su emozioni e sensazioni che a volte bisogna lasciare oltre la logica del comune pensare.

La diversità è vista come un disagio, uno sbaglio, quasi un’aberrazione da correggere a tutti i costi.

La protagonista ci porta in un mondo pieno di emozioni inespresse, di trepidazioni incostanti, curiose e a volte arrabbiate, quasi come se corresse su un binario che va incontro a un treno che non può partire.

L’amore arriva all’improvviso senza rendersene conto, la vita, la rabbia come un angelo che libera all’improvviso dalla chiusura e dal sentirsi sbagliati.

Cavazzuti ci offre una lettura scorrevole, facile da leggere ma da capire tra le righe e quindi non proprio leggero. Una lettura che sa di semplicità, d’innocente candore, ma anche di snobismo di chi non riesce ad accettare ciò che è diverso da noi, dove lo scherno spesso diventa scudo per evitare ciò che non si può capire.

Carlo Cavazzuti cammina in un sentiero poco battuto e che porta il lettore a guardare oltre l’ordinario.

 

 

 

 

Elena Genero Santoro: Stanotte o mai più. Recensione a cura di Iana Pannizzo

Recensione a cura di Iana Pannizzo

Elena Genero Santoro, con il romanzo dal titolo “ Stanotte o mai più”, ci catapulta in un mondo dove le relazioni umane si scontrano come biglie lasciate andare su un pavimento inclinato. Come in ogni suo romanzo, l’autrice ci parla di sentimenti che fanno riflettere sulla vita e sui suoi imprevisti.

La trama, si ingarbuglia con personaggi che fuggono e tornano e che pure non sono mai fuggiti e tornati. Relazioni di tutti i giorni dove al centro si erge la forza di una donna che comprende, che dona, che fiorisce in una giungla di trepidazioni e turbamenti.

L’autrice  mette in risalto la fragilità che sta dietro ad un temperamento forte, l’importanza di non calpestare i propri sogni e le proprie aspirazioni inseguendo e vivendo come luce riflessa attraverso quelle altrui. 

Dara, il personaggio motore della storia, emerge come una roccia , una quercia( come descritta nella storia) e come tale si fa carico di ogni peso emozionale mettendo da parte se stessa, quasi dimenticandosi. Subisce anche situazioni che non le appartengono ma che come detriti sul mare sembrano portare a riva ricordi e colori di un tempo passato.

Abbiamo a che fare con una malattia che non perdona, e con tutti gli sconvolgimenti che comporta, da quelli fisici a quelli emozionali, sentimentali e spirituali. Lo stato d’animo subisce accelerate e arresti fino all’ultimo scontro, come uno spettacolo di fine carriera in cui si da il meglio di sé per non farsi dimenticare.

Ci sono gli amici, persi nelle loro scelte, negli infiniti ingarbugli che portano fino alla inconsapevolezza di una visione distorta, quasi teatrale ma certamente snaturato, sensi di colpa, rimpianti, scelte egoiste richieste assurde.

La coscienza e la bontà, la paura di perdere il confronto, la paura di essere se stessi, l’accondiscendenza, la felicità che va presa e tenuta stretta  ma senza perdere di vista il proprio io, sono le colonne portanti di una storia che va letta con attenzione.

 La Santoro ci spinge a riflettere sui treni che partono e che spesso non ritornano e che spetta solo a noi prendere coscienza di quel treno che corre veloce sui binari dei nostri sogni purché a guidarlo non siano gli altri, perché la vita ci mette con le spalle al muro nell’amore che ognuno prova a modo suo.

 Il tempo, protagonista spietato e invisibile, viaggia veloce come chi emigra verso terre calde e confortevoli, il tempo che sfugge e somiglia ad un petalo strappato dal suo bulbo e che vola via.

Un romanzo che lascia una sensazione amara, che soffia sul cuore e ci resta.

Elena Genero Santoro, ormai una garanzia per chi abbia voglia di leggere  una storia che ti abbraccia come un amante e ti uccide come un nemico, penetra a fondo sulla psicologia umana con quella leggerezza di stile che coinvolge il lettore dalla prima all’ultima pagina.

Marcello Simoni: La Selva Degli Impiccati. Recensione a cura di Iana Pannizzo

 

selva impiccati

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 12 maggio 2020
Pagine: 400 p.
  • EAN: 9788806243593

SINOSSI

Anno Domini 1463, Parigi. Rinchiuso in un pozzo dello Châtelet, François Villon si vede ormai appeso alla corda del patibolo quando gli viene proposto un accordo: in cambio della vita dovrà stanare dal suo nascondiglio Nicolas Dambourg, il capo dei Coquillards, una banda di fuorilegge ritenuta ormai sciolta e di cui il poeta avrebbe fatto parte in gioventú. Ma Dambourg, per Villon, è molto piú che un vecchio compagno di avventure… Seguito come un’ombra da un misterioso sicario, Villon dovrà districare una vicenda in cui si mescolano avidità, sete di potere e desiderio di vendetta. E fare i conti con l’irruenza di Joséphine Flamant, una fanciulla dai capelli di fuoco, infallibile con l’arco, divenuta brigante dopo aver assistito al linciaggio dello zio a causa di una lanterna. Una lanterna dentro la quale si credeva fosse imprigionato un demone.

«La breve vita che Villon aveva vissuto al fianco di Nicolas Dambourg era bastata a cancellare per sempre i propositi di onestà inculcatigli a suon di frustate da mastro Guillaume. E di tutti gli insegnamenti della Sorbonne era rimasto in lui soltanto l’amore per lo scrivere parole in versi. Il ladro poeta, l’aveva soprannominato con affetto il re dei Coquillards. E ora, pensò con amarezza, quel ladro poeta era costretto a dargli la caccia».

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

La Selva Degli Impiccati, una delle ultime fatiche di Marcello Simoni, riprende la vita del poeta Francois Villon nel periodo in cui, incarcerato  si attendeva il momento della sua esecuzione. Per capirne meglio la personalità e l’andamento della storia, soffermiamoci per un momento, a cenni storici a noi pervenuti riguardo alla sua opera più famosa: La ballata degli impiccati, nella quale Villon fa appello alla pietà, per se stesso e per gli altri disgraziati come lui, spera nel perdono di Dio. Si vede già appeso, penzolante, alla mercé di sguardi curiosi, indiscreti e accusatori. In lui vige la speranza dell’assoluzione, di abbandonare l’odio della vita terrena quando il corpo sarà concime e l’anima chissà dove.

 Il Villon di Simoni non si discosta da quello studiato sui libri di scuola o per diletto. Egli è un poeta che sa come sfruttare l’arte dei versi a suo piacimento, anche quando la situazione sembra essere disperata. L’autore ci porta a spasso nella Parigi del quattrocento, per le vie dei ladri e dei vagabondi ma anche degli uomini insospettabilmente senza Dio che celano segreti e ipocrisia di virtù.

 La Parigi del più forte, dell’inganno sotterraneo tra chi attacca e chi si difende, sulle ombre di delitti destinati al dimenticatoio e promesse senza valore.

La morte accompagna il protagonista in questa storia intricata. Espressa, annunciata, celata e per alcuni versi risparmiata, ma sempre con il fiato sul collo e la sensazione di ritrovarsi con le spalle al muro nell’amaro destino della propria vita. Villon è deriso, soffocato dai rimorsi e dal senso di colpa delle sue azioni che toglie il respiro quasi come una corda al collo.

 La memoria sorprende lo stesso poeta nel coraggio di schierarsi dalla parte di coloro che, seppur per apparenze contrarie, anelino una giustizia e legittimità, che non lo dipinge come un eroe, poiché un furfante rimane tale per indole, ma non lo addita neanche come traditore attenuando persino quella sensazione di rifiuto che gli punge il cuore.

Una penna delicata e schietta, che caratterizza i suoi personaggi e li porta lì, dove si possono prendere per mano, attraverso scenari affascinanti, sul dolore di segreti sospesi, tra la ricerca dell’amicizia e la fratellanza e il rammarico dell’infanzia perduta che non capisce i misfatti degli uomini di potere, del gioco delle parti e della cupidigia che è sempre un’arma a doppio taglio.

Una storia piena di intrighi, in cui le passioni terrene e ultraterrene si confondono e allo stesso tempo si sparpagliano per uno scorcio di un paradiso illusorio che si offusca al pari di un angelo caduto che scompare per sempre e che vede protagonisti, semplici curati, crociati, donne avide e pianti innocenti.