Buongiorno lettori,
Oggi vi porto per le vie di Collegno, un comune della città di Torino, per farvi conoscere la vicenda del professore Giulio Canella, ovvero lo smemorato di Collegno. Una vicenda incredibile che non si dimentica, una storia di oblio e di memoria, che alla fine della prima guerra mondiale, vede, un filosofo cattolico massacrato dai media, dalla calunnia e persino dalla rassegnazione. Una storia davvero interessante che ci viene raccontata dal giornalista Luciano Sartori nel suo ultimo libro ” Lo Smemorato di Collegno”. A seguire la recensione del libro e intervista all’autore.
RECENSIONE DEL LIBRO “LO SMEMORATO DI COLLEGNO” di Luciano Sartori a cura di Iana Pannizzo

Una storia d’amore a 360°.
Se Verona può considerarsi la città dell’amore non è certo per i famosi Romeo e Giulietta, ma per i coniugi Canella.
Nel giro immenso del tempo dilatato dai sentimenti l’autore ripercorre la vita di due anime di eccezionale natura. L’amore vibra in ogni cosa. L’amore per un uomo, per una donna, per se stessi, per la patria, di Dio e per Dio, l’amore per l’amore come ci insegnano le vite sventurate dei protagonisti.
Una storia che tocca il cuore ma che fa bruciare anche di rabbia e indignazione. E’ un vortice di emozioni. L’amore come forza per nutrire se stessi e cercare di cambiare il mondo circostante e combattere dalla parte del proprio cuore e ideale senza mai lo scoramento delle intenzioni, sopportando ogni male per il bene dell’amato o dell’amata.


Amore, quello dei cugini e coniugi Canella che più logora e più avvicina, come un faro nella nebbia nelle notti tempestose e senza luna. Due caratteri forti e una felicità ricercata per una vita donandosi persino nell’attesa e nelle distanze.
Purtroppo è anche la storia dell’ipocrisia della gente, della paura e del senso comune e dell’arroganza di chi per dispetto, per paura , per rabbia o per invidia vuole sfinire chi si rivela scomodo al proprio dominio. Sono gli anni in cui difficilmente ci si può difendere, senza conseguenze, da un sistema che vuole essere totalitario.
L’autore ci porta a Verona e a Torino con una delicatezza così disarmante da ritenere impossibile restare indifferenti ad un caso così singolare.
Come un agnello in mezzo ad un branco di lupi travestiti da pecore, egli accompagna il lettore nel viaggio della memoria di un uomo che pur smarritosi nelle atrocità del suo quotidiano, resta esempio morale e spirituale per molti.
Iana Pannizzo
INTERVISTIAMO L’AUTORE LUCIANO SARTORI

D. Buongiorno Signor Sartori, benvenuto al blog “ Un libro per amico- recensioni”. L’ultimo libro da Lei scritto, parla dello smemorato di Collegno, cosa l’ha spinta a scrivere del caso di Giulio Canella?
R. Certe volte, al mattino apro una finestra e con la luce del nuovo giorno lascio entrare tutto il mondo che è fuori, la vita degli uomini e della natura, la storia della città, delle generazioni che sono passate e di quelle presenti e m’accorgo allora che quel mondo e quelle storie sono già dentro di me, avvertendo un gran bisogno di raccontarli. Così è accaduto, vivendo nella città di Collegno da un tempo lontano come da sempre, per lo Smemorato. È stata una sensazione forte, divenuta un imperativo e un impegno che ho preso di fronte a me stesso ed ho cominciato a leggere tutto quello che è stato scritto sul caso e le vicende dello Smemorato, da Pirandello a Sciascia, dalla Roscioni alla Dal Bon e altri fino ai libri scritti al tempo delle sentenze che condannavano un uomo a portare
il nome di un altro e a sopportare ingiustamente l’ignominia e il carcere, fino all’esilio.
D. Un passato dimenticato, un’accusa e una speranza. Cosa le ha lasciato dentro la stesura di questo libro che affascina e incuriosisce?
R. Il senso di un cammino, più spirituale che materiale, percorso accanto alla figura di Giulia Canella, la donna che ha riconosciuto nello Smemorato il proprio marito. Ho lasciato che la sua anima si impadronisse dei miei pensieri con la dolcezza e soavità del suo sguardo velato di malinconia, sempre pronta al sorriso pur nella mestizia. Ho apprezzato la profondità della sua intelligenza, la sua sensibilità, i luoghi del cuore e gli affetti a lei più cari. Questa donna, forte e coraggiosa, sostenuta da familiari e amici ha messo a nudo un personaggio oscuro, come il Padre Agostino Gemelli, togliendolo dal trono dello scienziato famoso ed elevato all’onore della nazione, del quale ogni parola era ritenuta e sbandierata come verità indiscutibile. Quel Gemelli che poi si macchiò di una delle infamie più grandi del ventennio fascista collaborando alle leggi razziali e adoperandosi, inoltre, per l’adesione della Chiesa alla politica antisemitica del regime, respinta dal Papa. Narrando la storia che era dentro di me, ho sentito il bisogno di rendere giustizia a Giulia e Giulio Canella, togliendo quelle ombre di impostura che ancora gravano sulla loro vicenda, caratterizzata da quattro anni di processi, sentenze, la montatura giornalistica di una tempesta mediatica come non si era mai vista e come forse non ci sarà mai, quando i giudici erano sottoposti all’azione del Governo fascista che interveniva nei processi e la stampa, sottoposta a censura, ubbidiva a cliché prestabiliti, pubblicando soltanto ciò che il regime approvava o tollerava.
D. Un uomo che ricerca se stesso nella storia della sua vita pratica. Una storia che ha ispirato film e saggi. Che cosa resta oggi di questo caso?
R. La storia è ancora viva e attuale. Il 10 gennaio di quest’anno, pochi giorni fa, al Cinema
Massimo di Torino la regista francese Maider Fortuné ha presentato il suo film documentario “L’inconnu de Collegno”, riportando l’interesse internazionale sulla vicenda.
Nel 2017, il Sindaco Francesco Casciano, nel 90° della pubblicazione su “La Domenica del
Corriere” della foto di un uomo barbuto con la domanda “Chi lo conosce?” ha posto a perenne ricordo dello Smemorato, una targa marmorea sotto le volte del portale juvarriano della Certosa.
L’Uomo alla ricerca di se stesso torna a vivere tra gli archi dell’antico convento certosino che Madama reale volle far erigere, chiamando i maggiori architetti, come una delle “delizie” che raccontavano nel Theatrum Sabaudiae al mondo di allora i fasti reali dei Savoia.
Quando si ritiene che tutto sia stato detto o scritto sulle vicende dello Smemorato,
improvvisamente nascono nuove curiosità che accendono la mente indagatrice e la fantasia di studiosi, affascinati da quella che oltre ad essere una storia giudiziaria è la storia di un grande amore che ha i primi fremiti nel cuore di una donna che ancora fanciulla incontra, all’inizio del secolo scorso, il professore Giulio Canella. Un amore nato nella città di Romeo e Giulietta, nell’atmosfera nebbiosa, come sospesa nell’irreale, delle rive dell’Adige che è anche il fiume dei ricordi più cari della mia infanzia.
D. Un lontano 1927, tempo in cui si difendeva la libertà contro la tirannia del fascismo, vede i protagonisti di questa vicenda prevalere sul pregiudizio e sull’accusa di essere Mario Bruneri, pericoloso anarchico e pregiudicato. Una condanna morale oltre il decadimento fisico negli anni bui della guerra. Quanto, secondo Lei, è stato giusto mandare Giulio Canella in esilio?
R. Le sentenze che condannano l’uomo randagio, raccolto in preda alla follia dalla strada e
ricoverato al manicomio di Collegno, raccontano un regime fascista dove tutto è controllato e diventa prevalente l’interesse della Questura che vuole a tutti i costi dare a quell’uomo il nome Bruneri per poterlo incarcerare. Nel ventennio fascista anche i Giudici giurano fedeltà al Duce e sono soggetti al potere esecutivo, per cui alla fine prevale l’identità di Mario Bruneri tipografo torinese latitante, inseguito da tre mandati di cattura.
Ne viene fuori un intreccio pirandelliano che resta, a mio avviso, in buona parte sospeso ad una verità mutevole e soggettiva, cui il grande drammaturgo siciliano dà la sua risposta COME TU MI VUOI. All’origine delle vicende giudiziarie c’è una motivazione fondamentale che escluderebbe che l’uomo ricoverato nel manicomio collegnese potesse essere Mario Bruneri: sono la fotografia scattata dalla polizia al momento dell’arresto e quella scattata due settimane dopo all’uomo ricoverato in cui appaiono profonde diversità.
C’è, inoltre, l’antagonismo nel mondo cattolico con Padre Agostino Gemelli che certamente non auspica il ritorno sulla scena della vita pubblica del professore Canella, c’è, non ultimo, l’interesse di Mario Bruneri, affinché lo Smemorato abbia il suo nome e paghi per lui il debito che ha con la Giustizia.
Dopo due anni di carcere a Pallanza, grazie a un’amnistia concessa a tutti i prigionieri, lo
smemorato può tornare a Verona nella famiglia Canella che l’aveva riconosciuto come marito di Giulia. Minacce di morte e la continua e fastidiosa sorveglianza della polizia, lo obbligano a una scelta: emigrare in Brasile dove Giulia era nata e dove viveva il padre di lei. Il 9 ottobre 1933, perciò, lo Smemorato s’imbarca con la famiglia per l’esilio in Brasile, dove viene ricevuto e stimato come il prof. Giulio Canella.
Sia pur tardivamente, il 10 giugno 1970, pure la Città del Vaticano, ufficialmente riconosce nello Smemorato di Collegno il prof. Giulio Canella.
D. Come risponde a coloro che tirano in ballo il DNA cui fa riferimento la trasmissione CHI L’HA VISTO? e che confermerebbe che lo Smemorato non era il professore Canella?
R. Purtroppo molti giornali hanno riportato con estrema leggerezza la notizia come un fatto scientifico documentato. In realtà si tratta di un DNA ad uso spettacolo televisivo. Viene contestato per le procedure poco scientifiche usate e le forzature. Innanzi tutto non può dimostrare che fosse Bruneri. La conduttrice doveva fornire una risposta alla domanda che si era posta: dove la Scienza poneva degli interrogativi lei con banale leggerezza fece credere che il DNA dimostrasse che lo Smemorato non fosse il professore Canella.
Si tratta di un DNA televisivo. IL DNA è una cosa seria e richiederebbe un’autorizzazione del Tribunale prima di essere fatto. La Scienza va avanti: ricercatori americani hanno dimostrato che in persone che hanno subito gravi traumi il DNA può subire dei mutamenti. Di più non direi, il DNA è un tema da scienziati. Nel libro ho anche citato i riferimenti di questa équipe di ricerca americana. A mio avviso il mistero rimane legato ad altre possibili domande , mentre l’anima dello Smemorato è tornata a rivivere tra i
colonnati della Certosa con l’apposizione della targa marmorea sotto le volte del portale del Juvarra ed ancora ci interroga CHI LO CONOSCE?.
D. Collegno ieri e oggi. Cos’è cambiato nel tempo?
R. Collegno alla fine degli anni ’20 del secolo scorso era un paese di campagna di poche migliaia di abitanti, che viveva accanto a una città murata più grande, il manicomio. con migliaia di ricoverati e operatori sanitari, artigiani di ogni genere, cucine, lavanderia e una biblioteca. Corso Francia era una strada non asfaltata, percorsa da carrozze e carri agricoli. Le auto erano davvero poche.
Oggi Collegno è una città modello, evoluta culturalmente. Città laboratorio di molte iniziative, dalla scuola al lavoro. La Certosa .ospita l’Università e gli Uffici dell’Asl TO3. Il Parco è un punto culturale tra i più apprezzati dell’hinterland torinese con spettacoli che ospitano i più grandi interpreti nazionali e internazionali della musica, del teatro e della danza.
La ringrazio di essere stato con noi e averci dedicato del tempo.