San Valentino e l’amore

 

Buongiorno lettori,

oggi parliamo d’amore come ogni San Valentino che si rispetti.  Ma cos’è l’amore? E perché festeggiarlo? Amore….che bella parola. In questi anni dove tutto sembra ormai sfociare nella violenza e nella rabbia, sembra quasi un sogno bellissimo dal quale non ci si vorrebbe svegliare mai.

“ Amor con amor si paga,

chi con amor non paga,

degno di amar non è “

(Francesco Petrarca )

amore

 L’amore non si può definire..

Esistono diversi tipi di amore.. l’amore per se stessi in primo luogo,  per la famiglia, i genitori, i figli, il compagno/a, il marito, la moglie, gli animali..,  l’amore per l’arte, la musica e tanto altro e tutto con un unico denominatore:  il rispetto della vita. Sinceramente, ritengo inutile festeggiare in un determinato giorno questo sentimento che nasce e muore dentro di noi.

L’amore è tutti i giorni, un po’ come Natale. .non si può prendere un sentimento, metterlo in bella mostra un tale giorno ( per la gioia dei commercianti ) e poi riporlo nel dimenticatoio per il resto dell’anno. E non sto parlando di tradimenti che non fanno dormire la notte e di disperazione tale da strapparsi i capelli, di telefonate notturne con il cuore in gola in attesa del suono di una voce come ricordano i primi amori giovanili.. no.. l’amore è il modo in cui guardi il mondo che ti circonda come solo un bambino potrebbe guardare.

 E’ la meraviglia di cogliere il divino che cresce giorno dopo giorno in questa cosa meravigliosa quale è la vita e per vedere con gli occhi del cuore si ha bisogno di silenzio interiore, di un tramonto in riva al mare che faccia dimenticare la stanchezza di questo caos commerciale, di questa aridità che si camuffa in un mazzo di fiori, in un regalo costoso o in una cena romantica. Ma una cosa così bella non si può ridurre ai rapporti di coppia, no davvero.

E poi non prevede attaccamento. L’amore è libero da ogni vincolo, non è possesso, ma ha ali per librarsi.. è energia che non ha bisogno di parole, un canto libero al vento  e alla natura.  Ho sentito troppe persone affermare che l’amore non esiste a seguito di una brutta delusione, questo perché hanno proiettato il loro sentimenti nei confronti di un’altra persona dimenticando se stessi. Ma se l’amore non esiste.. allora perché noi l’abbiamo provato e continueremo a farlo? Se non si trovasse già dentro di noi come faremmo a provarlo? Quindi è logico supporre che neanche noi abbiamo provato amore.. giusto?  

Amore casto, platonico o ardente e passionale…travolgente, avventuroso ..amaro quando non corrisposto ..l’amore in una lettera d’addio.. l’amore ormai al tramonto in attesa della morte..  amatevi dunque e festeggiate tutti i giorni, ma mai  per tradizione.

Festeggiate, Fate, Vivete e Siate l’amore.  

Iana Pannizzo

 

Blogger del mese: Elena Genero Santoro

Buongiorno lettori,

Se vi dico ” Bella, Brava, Autrice e Blogger, chi vi viene in mente? Oggi conosceremo più da vicino Elena Genero Santoro, che abbiamo intervistato per voi.

INTERVISTA  a Elena Genero Santoro a cura di Iana Pannizzo

elena

 

D- Ciao Elena, innanzi tutto, grazie di essere qui ad “ Un libro per amico-recensioni”. Partiamo subito con la prima domanda per conoscerci meglio anche se abbiamo avuto modo di vederci allo scorso Salone del Libro di Torino. Tu sei autrice ma anche blogger. Parlaci di questa tua realtà? Quando nasce e di cosa si occupa?

R- Ciao Iana e grazie per questo spazio! Come blogger nasco con un blogghetto indipendente, che prendeva il titolo dal mio primo romanzo, (“Perché ne sono innamorata”), nel quale ho sperimentato la stesura dei miei primi articoli. Mi piaceva l’idea di un luogo virtuale in cui condividere i pensieri. Non era ancora un blog letterario e solo qualche volta postavo stringate recensioni. Nel 2014 ho co-fondato Gli Scrittori della Porta Accanto, con Stefania Bergo, che è anche la vera owner del blog, Ornella Nalon, Silvia Pattarini, Valentina Gerini e Tamara Marcelli. Ci eravamo conosciute qualche mese prima perché quasi tutte autrici di 0111 edizioni, una piccola CE che promuove molto lo spirito di gruppo. Nel frattempo al nostro blog si è aggiunto anche un nutrito gruppo di collaboratori, circa una trentina, mentre io, non riuscendo a gestire i troppi impegni, sono uscita dal direttivo. Attualmente “Gli Scrittori della Porta Accanto” vanta più di cinquemila follower, perché l’unione fa la forza. Diamo spazio agli autori, anche quelli meno noti, con recensioni e interviste, ma ci interessano anche il cinema, l’attualità, i viaggi, i diritti civili. Un discorso che non ci lascia indifferenti è quello della violenza sulle donne e della parità di genere. Insomma, il blog è un bel modo di fare sentire la nostra voce, ma non discutiamo di politica.

D- Come strutturi le tue recensioni? Da cosa parti? La Elena autrice, nei suoi romanzi evidenzia il lato psicologico senza lesinare l’ironia, ma come recensore, cosa mette in rilievo?

R- Parto dal presupposto che non mi piace scrivere recensioni per stroncare gli autori, e se qualche volta manifesto disappunto verso libri di scrittori più famosi e con le spalle larghe, non lo farei mai con gli autori sconosciuti al grande pubblico. Questo per molteplici ragioni. Intanto, visto che non ho tempo illimitato a disposizione, non mi piace dare spazio al brutto. Mi piace promuovere il bello, farlo conoscere e apprezzare anche dagli altri. Se un libro non mi piace per niente, magari non lo termino nemmeno. Di solito comunque se un libro mi ha attirato, alla fine lo apprezzo e questo è il motivo per cui non accetto di leggere libri su richiesta per recensirli. Quel che leggo lo scelgo io e lo recensisco se mi ha suscitato qualcosa. Poi, non mi piace concludere un articolo attribuendo stelline, del tipo “grammatica 3, intreccio 2, refusi 4, giudizio totale 3 e mezzo anche se i congiuntivi erano sbagliati”. Non do voti come a scuola. Tutto ciò è quanto più lontano dal mio modo di lavorare. La Elena che recensisce si esalta quando il romanzo ha un messaggio originale che le stuzzica delle riflessioni. In quei casi mi piace stilare degli articoli che diventano quasi degli editoriali. E quando mi dicono: che bella recensione hai scritto! Io rispondo: la recensione è bella perché il libro è interessante, stimolante. Mi ha permesso di ragionare su qualcosa. Per contro non disdegno la letteratura di mero intrattenimento: per esempio ho letto tutto della Kinsella e mi sono fatta le più grasse risate. Ma non ho mai recensito nessuno dei suoi libri perché, finito di ridere, c’era poco che io potessi aggiungere all’ovvia constatazione che la nostra è una società consumistica. E la Kinsella, con la sua fama planetaria, non ha bisogno dei miei apprezzamenti virtuali sulla sua capacità di costruire situazioni imprevedibili. E’ chiaro che è tanto meglio se un romanzo è ben costruito e scritto con una tecnica matura. Nell’ultimo libro che ho recensito, per esempio, “Miss Islanda”, ho apprezzato particolarmente gli espedienti narrativi che l’autrice (Audur Ava Olafsdottir) ha utilizzato per creare il mondo narrativo, fatto di dettagli, di piccole cose apparentemente fuori tema, in mezzo alle quali fa capolino il messaggio. Da un esordiente non mi aspetto altrettanto, anche se capita che qualcuno mi sorprenda; ma anche un libro costruito con meno malizia può essere apprezzabile. Ciò che non perdono a nessuno – e questo è il mio punto forte come autrice e punto debole come recensore – è la carenza di caratterizzazione dei personaggi. Ecco, su quello sono spietata. Quando manca l’approfondimento psicologico, quando i protagonisti sono macchiette stereotipate (il bello e dannato con le donne ai suoi piedi, la donna bellissima e senza un difetto) o, peggio ancora, quando i personaggi sono fantocci che vagano in mezzo alla storia senza un’individualità definita, io non ce la posso fare. Perdono molte cose, anche gli errori di consecutio temporum, ma i personaggi non caratterizzati no.

D- Come nasce la collana “Gli Scrittori della Porta Accanto” di PubMe?

R- La collana “Gli Scrittori della Porta Accanto” di PubMe nasce inizialmente per ripubblicare i libri di noi collaboratori del blog che magari avevano visto scadere il primo contratto con la CE. Di recente però abbiamo deciso di valutare e pubblicare anche testi di altri autori. PubMe era la piattaforma che permetteva una gestione flessibile e la creazione del nostro marchio con una soddisfacente autonomia. La responsabile di collana è sempre Stefania Bergo, io e altri abbiamo ruoli più marginali. Cerchiamo testi che raccontino storie originali, narrativa, racconti di viaggio, senza preclusioni verso i vari generi letterari. Per adesso ci stiamo rodando. E, devo dire, stiamo imparando un sacco di cose.

D- Conosciamo adesso Elena Santoro come donna, perché dietro ad una brava autrice c’è sempre una persona con una forte personalità. Ti faccio una domanda un po’ fuori dall’ordinario. In questa Italia spaccata da mille giudizi contrastanti, cosa vorresti cambiare?

R- Vorrei con tutto il cuore che le persone fossero più curiose. In un’era di Grandi Fratelli, di televisione spazzatura che spegne il cervello e appiattisce i pensieri, in un’epoca in cui una laurea è diventata un disvalore, vorrei solleticare nella gente la voglia di studiare, di fare ricerca, di informarsi per farsi un’opinione a ragion veduta. Manca la capacità di analizzare, di riconoscere l’autorevolezza delle fonti. Si dà credito ai no vax, ai terrapiattisti, ai complottisti di ogni tipo, a tutti quelli che fanno leva sui sentimenti di pancia. C’è una irrazionalità diffusa, che porta a scagliarsi contro i facili capri espiatori: gli immigrati, gli omosessuali, adesso anche i cinesi che vivono in Italia da una vita. Invece ci vogliono fatti, non opinioni, ci vuole la volontà di cercare l’evidenza scientifica. Ecco, credo che se si invertisse questa tendenza, alcuni problemi sarebbero quasi risolti.

D- Un’ultima domanda. Parlaci dei tuoi progetti futuri.

R- I miei prossimi progetti riguardano due libri in uscita che proporrò al salone di Torino. Sono libri la cui prima stesura risale ad alcuni anni fa, ma che per varie ragioni vedranno la luce solo ora. A uno dei due ho lavorato, a momenti alterni, per sei anni. Spero che ne sia valsa la pena.

Elena, ti ringrazio per averci dedicato il tuo tempo, ci rivedremo presto in occasione delle prossime fiere del libro.

Grazie a te! Speriamo di incontrarci presto!

 

Love=Love Quattro voci fuori dal coro di Marzia Accardo, Katia Arduini, Elisa Mura e Lily Rose. Recensione

Recensione del libro Love=Love Quattro voci fuori dal coro a cura di Iana Pannizzo

love=loveebook

Love= Love Quattro voci fuori dal coro, è un libro formato dai racconti delle autrici Marzia Accardo, Katia Arduini, Elisa Mura e Lily Rose.

Ognuno di questi racconti, cercano di dare rilievo a situazioni importanti nelle relazioni con l’altro. Purtroppo, forse perché scritto sotto forma di racconto, le trame non hanno uno sviluppo abbastanza esauriente e si perdono nella mancata descrizione del tema proposto in rapporto alla società. 

Alcuni passaggi sono poveri di introspettiva, manca di  pathos psicologico e soprattutto evidenzia una debolezza di carattere delle protagoniste che non lusinga affatto il pubblico femminile. Ciò comporta ad un messaggio non proprio positivo nei confronti della donna.

 Non è per nulla facile comunicare attraverso una storia, dei temi scottanti come la bulimia o l’omosessualità ed è proprio per questo,  ho valutato il libro interessante e da approfondire con altre storie e altri sviluppi.

 Lo stile è frizzante, fresco e veloce. Una letteratura in rosa che porta a pensare a certi atteggiamenti deleteri e forse anche a guardarsi dall’esterno come essere umano. 

I racconti sottolineano amori malati, coraggiosi, ribelli, timidi e diversi ma con una dinamica a volte poco credibile.

Ritengo, tuttavia che queste autrici abbiano del talento per crescere e perfezionarsi e quindi, nonostante le critiche, dettate semplicemente da una visuale più matura, meritino di essere conosciute e apprezzate.

 

Museo Diffuso della Resistenza a Torino

LA MEMORIA CHE NON HOa cura di Iana Pannizzo

Il giorno della memoria, il 27 gennaio, è passato tra le indignazioni, i ricordi della vecchia generazione e i post della nuova che raffiguravano lager riempiendo le bacheche dei social.  Oggi quelle stesse bacheche sono tornate “ normali “ a parte qualcuna forse che ricorderà altri lager e altri stermini. Fra poco si ricorderà la festa della liberazione, in cui molto tristemente, molti non sanno neanche che ricorrenza sia. E ciò duole non poco. E nel frattempo? Tra partiti politici che consumano odio e ripicche servendosi di una popolazione alquanto addormentata, omicidi, e terrorismo vario, la memoria tace nell’oblio di tutti i giorni. 

Quando arriverà la resa dei conti per tutti, se mai arriverà, cosa racconteremo ai nostri figli? E ai figli dei nostri figli? Personalmente non ho mai voluto essere una cittadina senza coscienza, che per ignoranza e negligenza accetti passivamente questo gioco delle parti come una macabra danza di sangue e morte. Perché? Perché io non ho la memoria. Io non ricordo. Io non ho vissuto. Sono nata nel 1973, in una Sicilia contadina, in una terra calda e arida di conoscenza. Ed è proprio per questa memoria che non ho che mi sono nutrita di quella altrui e non soltanto attraverso i libri di scuola. E non bastano i concerti e neanche i libri. Bisogna sentirle certe cose. Dentro. Come un pugnale che ti trafigge da parte a parte per farti sentire il dolore della dignità mortificata.

C’è un museo a Torino, in Corso Valdocco, 4/a; ai Quartieri Militari, a due passi da Porta Susa.  E’ il Museo Diffuso della Resistenza. Un impatto emotivo non indifferente, per educare non solo alla memoria ma anche il presente perché ciò che è accaduto potrebbe riaccadere e questo non si deve permettere. Il museo si snoda in quattro sale in cui sono riprodotti filmati di vita, di regime e di testimonianze. E’ ricco di documenti interattivi, dove passa la storia di uomini come noi, che col coraggio della paura hanno pagato un prezzo altissimo. E non parlo soltanto della vita perduta, ma anche quello dei compromessi, delle lacrime negate, degli ideali soppressi. Perché purtroppo ci sono parecchi modi per morire. La visita al Museo della Resistenza ti porta a una profonda riflessione. Sei li ascolti chi ha vissuto la guerra e nel silenzio ti sembra quasi di essere tra loro, con le mani occupate da un fucile che non ti appartiene, per un bene grande almeno quanto la tua vita: quello della libertà.

Chi, come me, ascolta i concerti in cui si cantano gli anni della resistenza e dei partigiani come “ i Ribelli della Montagna, il Bersagliere, La Pianura dei sette fratelli (i fratelli Cervi) ”, o ancora la famosissima “Bella Ciao”, non può non sentire la rabbia, l’amarezza, il senso d’impotenza che accompagnano le parole di rivolta di queste canzoni. E allora, quando andrete al museo e vedrete i filmati e ascolterete le testimonianze, guardateli quegli occhi di fuoco, osservate attentamente e non siate solo spettatori passivi di anni che sembrano tanto lontani, ma non lo sono per niente. C’erano i nostri nonni, i nostri zii, i nostri padri ancora bambini che hanno visto con i loro occhi, partigiani in un lago si sangue rivoltati sull’asfalto.

Abbiamo il dovere di difendere quella libertà troppo spesso dimenticata. Mi colpisce molto la frase: “Essere antifascisti è un fatto culturale oltre che un fatto di lotta”, detto da Maria Cervi, una dei bimbi rimasti orfani dei sette fratelli Cervi (martiri della resistenza). Questa stessa frase è citata anche alla fine della canzone “ Al Dievel “ cantata da Cisco Bellotti,  nell’album “Appunti Partigiani” dei Modena City Ramblers. E chi era il Dievel? Germano Nicolini detto il comandante diavolo. Mi colpisce perché io non c’ero e mi chiedo sempre cosa avrei fatto se fossi nata prima, perché oggi essere considerati antifascisti, è scontato e motivi d’orgoglio cercando di seguire la storia di questi uomini e queste donne che hanno cambiato la storia. Oggi, che abbiamo coscienza di tutto il marcio che è il fascismo, di tutto il male inflitto agli innocenti. E ieri? E allora, ancora vi esorto a non rimanere solo ascoltatori passivi. Fatevi raccontare la storia da chi ha vissuto la guerra, da chi ha imbracciato il fucile, da chi si è nascosto per mesi per sfuggire alla morte. Sparare e sperare, sperare e sparare. A sangue freddo. No…Non bastano i libri di scuola.

Al museo si può anche visitare il rifugio antiaereo con la simulazione del rumore delle bombe. Ed è lì che sono morta. Morta e risorta in un battito di ciglia. Difficile descrivere l’emozione, il cuore che sembra fermarsi mentre scendi le scale, che sembrano infinite e intanto non riesci a fermare il nodo alla gola e ti sembra quasi di vederli, uomini, donne, bambini che piangono, scappare, stretti l’un l’altro con il terrore negli occhi quando il sibilo di una bomba sganciata è l’unico suono che si distingue nella massa. E il silenzio, quello che percepisci dentro di te e intorno a te nel pensiero ricorrente della morte.
Io non ho la memoria…io non l’ho vissuto. Non ho dormito vestita per paura di scappare da un momento all’altro e non ho pregato tutti i giorni affinché mio marito tornasse vivo da chissà dove.

 La storia ci insegna e ci invita verso un percorso di vita chiamato libertà, quindi pensateci quando alzate e chiudete quel pugno. Perché la vostra identità e libertà non vada perduta. 

Facciamo in modo allora,  che la memoria che non abbiamo possa almeno guidarci verso un alto e vero senso di giustizia.

Iana Pannizzo

A seguire la presentazione in immagini di alcuni filmati al Museo diffuso della Resistenza. Ringrazio l’intero staff per la gentilezza, la competenza e la sensibilità. 

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Manuela Siciliani: Recensione sui romanzi “Rebecca Town “

 

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RECENSIONE GENERALE SU REBECCA TOWN a cura di Iana Pannizzo

L’autrice Manuela Siciliani, ha saputo creare un personaggio interessante per la letteratura rosa nella fortunata serie delle avventure di Rebecca Town.  Malgrado non sia il mio genere, ho apprezzato molto i libri della bella autrice con una lettura godibile. Ogni libro ci conduce in mete diverse, dalla romantica Parigi, alla città eterna, per finire nella caotica metropoli di New York. Conosciamo le città, i suoi monumenti più importanti e luoghi caratteristici e per questo la tessitura della trama è resa interessante anche dal punto di vista culturale.

La protagonista, Rebecca, è una ragazza sensibile, dai sentimenti autentici, di quelle che si prendono sul serio e sorridono poco. Pensa a volte troppo, pone e si pone domande ed ha una spiccata intelligenza emotiva. Ha un carattere molto forte e riesce a mettersi in gioco per un grande senso di giustizia e onestà.

 La struttura romance è leggermente anomala, nel senso che non segue la linea scontata del genere. Ovviamente l’amore ha uno sviluppo predominante, soprattutto nei pensieri della ragazza che sembra soffrire pene non indifferenti, ma se pensate che il bellimbusto sia scontato e prevedibile, siete sulla strada sbagliata. Al contrario, d’intuibile c’è ben poco nelle avventure della Town, rese intriganti dalla sfumatura noir che le caratterizza.

Lo stile che adotta l’autrice è davvero semplice e godibile. Ogni romanzo Si legge tutto d’un fiato senza stancarsi. Becky entra nel cuore come la vicina, la classica ragazza della porta accanto che molti sognano. L’autrice fonde i generi rosa e noir, ma non presentando un linguaggio o una trama ricercata del giallo classico, si adatta perfettamente al giovane pubblico, quindi a chi voglia sognare o trascorrere delle ore liete con una lettura leggera e piacevole. La componente rosa è forte ma non melensa, piena di sfumature, di ripensamenti, di amorevole dubbio.

La Siciliani fa largo uso del discorso diretto permettendo di immedesimarsi ancora di più nelle vicende. Il filone narrativo si muove verso l’introspezione, sebbene tenda a seguire a linea classica del genere. Rebecca non è divertente ma coinvolgente, non è briosa ma laboriosa, la sua natura conquista le simpatie del pubblico femminile che si riconosce lei una donna forte e vera. Rebecca da valore ai suoi affetti che sia l’amore, gli amici o la famiglia anche se a volte insegue fantasmi del passato ma non solo. La sua mente è perennemente bersagliata da pensieri importanti, perché è un amante della verità anche a rischio di perderci, ma la sua consapevolezza, la porta anche a essere prevenuta.

Tutti i libri seguono la stessa linea, ma si distinguono per temi. Si scontra con il solito clichè del romance e mostra, in più occasioni, il lato oscuro della natura umana, l’amore che non basta a se stesso, spesso doloroso, malato con riflessi di verità nascoste che vogliono emergere.

Manuela Siciliani ci piace perché sa emozionare e inchiodare i suoi lettori dalla prima all’ultima pagina, perché descrive un tipo di donna volitiva ma romantica, cocciuta e disincantata. Proprio quel tipo di protagonista femminile che ci fa innamorare e perdere la cognizione del tempo.

 Consiglio quindi, di sedersi comodi e cominciare dal primo viaggio verso Parigi.

 

Luciano Sartori: recensione del libro ” Lo Smemorato di Collegno

Buongiorno lettori,

Oggi vi porto per le vie di Collegno, un comune della città di Torino, per farvi conoscere la vicenda del professore Giulio Canella, ovvero lo smemorato di Collegno. Una vicenda incredibile che non si dimentica, una storia di oblio e di memoria, che alla fine della prima guerra mondiale, vede, un filosofo cattolico massacrato dai media, dalla calunnia e persino dalla rassegnazione. Una storia davvero interessante che ci viene raccontata dal giornalista Luciano Sartori nel suo ultimo libro ” Lo Smemorato di Collegno”. A seguire la recensione del libro e intervista all’autore.

RECENSIONE DEL LIBRO “LO SMEMORATO DI COLLEGNO” di Luciano Sartori a cura di Iana Pannizzo

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Una storia d’amore a 360°.

Se Verona può considerarsi la città dell’amore non è certo per i famosi Romeo e Giulietta, ma per i coniugi Canella.

 Nel giro immenso del tempo dilatato dai sentimenti l’autore ripercorre la vita di due anime di  eccezionale natura. L’amore vibra in ogni cosa. L’amore per un uomo, per una donna, per se stessi, per la patria, di Dio e per Dio, l’amore per l’amore come ci insegnano le vite sventurate dei protagonisti.

 Una storia che tocca il cuore ma che  fa bruciare anche di rabbia e indignazione. E’ un vortice di emozioni.  L’amore come forza per nutrire se stessi e cercare di cambiare il mondo circostante e combattere dalla parte del proprio cuore e ideale senza mai lo scoramento delle intenzioni, sopportando  ogni male per il bene dell’amato o dell’amata.

titoli giornali (2)Julia intorno anni '70_ fam Canella nel 1928 circa (2)

Amore, quello dei cugini e coniugi Canella  che più logora e più avvicina, come un faro nella nebbia nelle notti tempestose e senza luna. Due caratteri forti  e una felicità ricercata per una vita donandosi persino nell’attesa e nelle distanze.

Purtroppo è anche la storia dell’ipocrisia della gente, della paura e del senso comune e dell’arroganza di chi per dispetto, per paura , per rabbia o per invidia vuole sfinire chi si rivela scomodo al proprio dominio. Sono gli anni in cui difficilmente ci si può difendere, senza conseguenze, da un  sistema che vuole essere totalitario.

L’autore ci porta a Verona e a Torino con una  delicatezza  così disarmante da ritenere impossibile restare indifferenti ad un caso così singolare.

 Come un agnello in mezzo ad un branco di  lupi travestiti da pecore,  egli accompagna il lettore nel viaggio della memoria  di un uomo che pur smarritosi nelle atrocità del suo quotidiano, resta esempio morale e spirituale per molti. 

Iana Pannizzo 

INTERVISTIAMO L’AUTORE LUCIANO SARTORI

luciano sartori

D.  Buongiorno Signor Sartori, benvenuto al blog “ Un libro per amico- recensioni”. L’ultimo libro da Lei scritto, parla dello smemorato di Collegno, cosa l’ha spinta a scrivere del caso di Giulio Canella?

R.  Certe volte, al mattino apro una finestra e con la luce del nuovo giorno lascio entrare tutto il mondo che è fuori, la vita degli uomini e della natura, la storia della città, delle generazioni che sono passate e di quelle presenti e m’accorgo allora che quel mondo e quelle storie sono già dentro di me, avvertendo un gran bisogno di raccontarli. Così è accaduto, vivendo nella città di Collegno da un tempo lontano come da sempre, per lo Smemorato. È stata una sensazione forte, divenuta un imperativo e un impegno che ho preso di fronte a me stesso ed ho cominciato a leggere tutto quello che è stato scritto sul caso e le vicende dello Smemorato, da Pirandello a Sciascia, dalla Roscioni alla Dal Bon e altri fino ai libri scritti al tempo delle sentenze che condannavano un uomo a portare
il nome di un altro e a sopportare ingiustamente l’ignominia e il carcere, fino all’esilio.

D. Un passato dimenticato, un’accusa e una speranza. Cosa le ha lasciato dentro la stesura di questo libro che affascina e incuriosisce?

R. Il senso di un cammino, più spirituale che materiale, percorso accanto alla figura di Giulia Canella, la donna che ha riconosciuto nello Smemorato il proprio marito. Ho lasciato che la sua anima si impadronisse dei miei pensieri con la dolcezza e soavità del suo sguardo velato di malinconia, sempre pronta al sorriso pur nella mestizia. Ho apprezzato la profondità della sua intelligenza, la sua sensibilità, i luoghi del cuore e gli affetti a lei più cari. Questa donna, forte e coraggiosa, sostenuta da familiari e amici ha messo a nudo un personaggio oscuro, come il Padre Agostino Gemelli, togliendolo dal trono dello scienziato famoso ed elevato all’onore della nazione, del quale ogni parola era ritenuta e sbandierata come verità indiscutibile. Quel Gemelli che poi si macchiò di una delle infamie più grandi del ventennio fascista collaborando alle leggi razziali e adoperandosi, inoltre, per l’adesione della Chiesa alla politica antisemitica del regime, respinta dal Papa. Narrando la storia che era dentro di me, ho sentito il bisogno di rendere giustizia a Giulia e Giulio Canella, togliendo quelle ombre di impostura che ancora gravano sulla loro vicenda, caratterizzata da quattro anni di processi, sentenze, la montatura giornalistica di una tempesta mediatica come non si era mai vista e come forse non ci sarà mai, quando i giudici erano sottoposti all’azione del Governo fascista che interveniva nei processi e la stampa, sottoposta a censura, ubbidiva a cliché prestabiliti, pubblicando soltanto ciò che il regime approvava o tollerava.

D. Un uomo che ricerca se stesso nella storia della sua vita pratica. Una storia che ha ispirato film e saggi. Che cosa resta oggi di questo caso?

R. La storia è ancora viva e attuale. Il 10 gennaio di quest’anno, pochi giorni fa, al Cinema
Massimo di Torino la regista francese Maider Fortuné ha presentato il suo film documentario “L’inconnu de Collegno”, riportando l’interesse internazionale sulla vicenda.
Nel 2017, il Sindaco Francesco Casciano, nel 90° della pubblicazione su “La Domenica del
Corriere” della foto di un uomo barbuto con la domanda “Chi lo conosce?” ha posto a perenne ricordo dello Smemorato, una targa marmorea sotto le volte del portale juvarriano della Certosa.
L’Uomo alla ricerca di se stesso torna a vivere tra gli archi dell’antico convento certosino che Madama reale volle far erigere, chiamando i maggiori architetti, come una delle “delizie” che raccontavano nel Theatrum Sabaudiae al mondo di allora i fasti reali dei Savoia.
Quando si ritiene che tutto sia stato detto o scritto sulle vicende dello Smemorato,
improvvisamente nascono nuove curiosità che accendono la mente indagatrice e la fantasia di studiosi, affascinati da quella che oltre ad essere una storia giudiziaria è la storia di un grande amore che ha i primi fremiti nel cuore di una donna che ancora fanciulla incontra, all’inizio del secolo scorso, il professore Giulio Canella. Un amore nato nella città di Romeo e Giulietta, nell’atmosfera nebbiosa, come sospesa nell’irreale, delle rive dell’Adige che è anche il fiume dei ricordi più cari della mia infanzia.

D. Un lontano 1927, tempo in cui si difendeva la libertà contro la tirannia del fascismo, vede i protagonisti di questa vicenda prevalere sul pregiudizio e sull’accusa di essere Mario Bruneri, pericoloso anarchico e pregiudicato. Una condanna morale oltre il decadimento fisico negli anni bui della guerra. Quanto, secondo Lei, è stato giusto mandare Giulio Canella in esilio?

R. Le sentenze che condannano l’uomo randagio, raccolto in preda alla follia dalla strada e
ricoverato al manicomio di Collegno, raccontano un regime fascista dove tutto è controllato e diventa prevalente l’interesse della Questura che vuole a tutti i costi dare a quell’uomo il nome Bruneri per poterlo incarcerare. Nel ventennio fascista anche i Giudici giurano fedeltà al Duce e sono soggetti al potere esecutivo, per cui alla fine prevale l’identità di Mario Bruneri tipografo torinese latitante, inseguito da tre mandati di cattura.
Ne viene fuori un intreccio pirandelliano che resta, a mio avviso, in buona parte sospeso ad una verità mutevole e soggettiva, cui il grande drammaturgo siciliano dà la sua risposta COME TU MI VUOI. All’origine delle vicende giudiziarie c’è una motivazione fondamentale che escluderebbe che l’uomo ricoverato nel manicomio collegnese potesse essere Mario Bruneri: sono la fotografia scattata dalla polizia al momento dell’arresto e quella scattata due settimane dopo all’uomo ricoverato in cui appaiono profonde diversità.
C’è, inoltre, l’antagonismo nel mondo cattolico con Padre Agostino Gemelli che certamente non auspica il ritorno sulla scena della vita pubblica del professore Canella, c’è, non ultimo, l’interesse di Mario Bruneri, affinché lo Smemorato abbia il suo nome e paghi per lui il debito che ha con la Giustizia.
Dopo due anni di carcere a Pallanza, grazie a un’amnistia concessa a tutti i prigionieri, lo
smemorato può tornare a Verona nella famiglia Canella che l’aveva riconosciuto come marito di Giulia. Minacce di morte e la continua e fastidiosa sorveglianza della polizia, lo obbligano a una scelta: emigrare in Brasile dove Giulia era nata e dove viveva il padre di lei. Il 9 ottobre 1933, perciò, lo Smemorato s’imbarca con la famiglia per l’esilio in Brasile, dove viene ricevuto e stimato come il prof. Giulio Canella.
Sia pur tardivamente, il 10 giugno 1970, pure la Città del Vaticano, ufficialmente riconosce nello Smemorato di Collegno il prof. Giulio Canella.

D. Come risponde a coloro che tirano in ballo il DNA cui fa riferimento la trasmissione CHI L’HA VISTO? e che confermerebbe che lo Smemorato non era il professore Canella?

R. Purtroppo molti giornali hanno riportato con estrema leggerezza la notizia come un fatto scientifico documentato. In realtà si tratta di un DNA ad uso spettacolo televisivo. Viene contestato per le procedure poco scientifiche usate e le forzature. Innanzi tutto non può dimostrare che fosse Bruneri. La conduttrice doveva fornire una risposta alla domanda che si era posta: dove la Scienza poneva degli interrogativi lei con banale leggerezza fece credere che il DNA dimostrasse che lo Smemorato non fosse il professore Canella.
Si tratta di un DNA televisivo. IL DNA è una cosa seria e richiederebbe un’autorizzazione del Tribunale prima di essere fatto. La Scienza va avanti: ricercatori americani hanno dimostrato che in persone che hanno subito gravi traumi il DNA può subire dei mutamenti. Di più non direi, il DNA è un tema da scienziati. Nel libro ho anche citato i riferimenti di questa équipe di ricerca americana. A mio avviso il mistero rimane legato ad altre possibili domande , mentre l’anima dello Smemorato è tornata a rivivere tra i
colonnati della Certosa con l’apposizione della targa marmorea sotto le volte del portale del Juvarra ed ancora ci interroga CHI LO CONOSCE?.

D. Collegno ieri e oggi. Cos’è cambiato nel tempo?

R. Collegno alla fine degli anni ’20 del secolo scorso era un paese di campagna di poche migliaia di abitanti, che viveva accanto a una città murata più grande, il manicomio. con migliaia di ricoverati e operatori sanitari, artigiani di ogni genere, cucine, lavanderia e una biblioteca. Corso Francia era una strada non asfaltata, percorsa da carrozze e carri agricoli. Le auto erano davvero poche.
Oggi Collegno è una città modello, evoluta culturalmente. Città laboratorio di molte iniziative, dalla scuola al lavoro. La Certosa .ospita l’Università e gli Uffici dell’Asl TO3. Il Parco è un punto culturale tra i più apprezzati dell’hinterland torinese con spettacoli che ospitano i più grandi interpreti nazionali e internazionali della musica, del teatro e della danza.
La ringrazio di essere stato con noi e averci dedicato del tempo.

 

Il blogger del mese: Raffaella Augusta Giglioli

Buongiorno lettori,
Si riparte con lo spazio dedicato ai blogger e oggi abbiamo incontrato una donna che molti di voi probabilmente conosceranno e che credo non abbia bisogno di molte presentazioni.
E’ bella, è colta, è simpatica e sopratutto molto brava.
Lei è Raffaella Augusta Giglioli del blog ” Gigliolibri ” e noi del blog ” Un Libro Per Amico – Recensioni” , abbiamo avuto il piacere di averla con noi e scambiare due chiacchiere. Eccovi la sua intervista e non dimenticate di visitare il suo meraviglioso blog.
Buona lettura
Iana Pannizzo
augusta
Raffaella, 45 anni. Torinese di nascita ma con forti radici toscane che, secondo me, tendono a causarmi non pochi problemi nei rapporti interpersonali. Per lo più contenta della sua vita, canterina indefessa, sogna una casa piena di libri, cani e gatti.
 INTERVISTA alla blogger Raffaella Augusta Giglioli a cura di Iana Pannizzo
D:  Ciao Raffaella, grazie di avere accettato questa intervista. Partiamo subito con le domande. Come e quando nasce l’idea di fare blogging?
R:  Nasce nel gennaio 2017 al rientro da una vacanza in Toscana durante la quale avevo letto cinque o sei libri. Sul tragitto verso casa pensavo alle trame, agli autori  e a cosa mi aveva convinto o no di ciascuno dei libri letti. Il fatto di non poter condividere le mie impressioni mi ha fatto venire l’idea di aprire un blog ed è nato Gigliolibri ( crasi tra il mio cognome – Giglioli – e la parola libri)
D:  Parlaci del tuo blog
R:Come ti dicevo è nato per un’esigenza di condivisione e scambio di opinioni che però, purtroppo, avviene solo ( e poco) sulla pagina facebook e, molto più spesso, tramite messaggio privato. E’ un peccato perché se ognuno dicesse ciò che un determinato libro ha suscitato in lui/lei ci sarebbe spazio per un arricchimento reciproco. Spesso mi capita di non apprezzare dei libri e la domanda che mi faccio è sempre la stessa “Avrò capito ciò che l’autore voleva comunicare con la sua opera?”. Ecco magari la lettura di qualcun’altro potrebbe aprire, a me come ad altri lettori, nuovi orizzonti.
D: Un’intervista o un articolo rimasto particolarmente nel cuore e perché?
R:  L’intervista a Adar Abdi Pedersen, l’autrice del libro “In direzione del cuore” Ed. Neos. Era da un po’ che facevo la corte alla casa editrice per un incontro con l’autrice e sembrava ormai tutto sfumato quando mi hanno chiamato per l’intervista. Hanno trovato 20 minuti liberi tra la sua ultima presentazione a Torino ed il volo per Copenhagen. Ho conosciuto una persona stupenda con una storia davvero meritevole di essere raccontata e condivisa. Spero di incontrarla nuovo magari con un po’ più di tempo e in modo meno rocambolesco.
D:   Che lettrice sei?
R:   Adesso sono una lettrice dalle altissime aspettative ed alla ricerca di qualcosa che resti nell’anima, che mi cambi, che mi migliori, che mi acculturi. Da un po’ di tempo il libro leggero, facile, seppur scritto (o tradotto) benissimo, non è la mia lettura favorita. Cerco qualcosa di più. Il mio blog, però, è nato proprio pubblicando recensioni di questi libri. Ogni tanto ci casco ancora – per lo più consigliata da qualche libraio – ma poi me ne pento sempre. Mi sembra di avere sprecato del tempo e di averlo sottratto a qualcosa di più importante per la mia crescita come essere umano.
D: Cosa non leggeremo mai nel tuo blog?
R:  Cosa non leggerete mai non lo so perché mi sento ancora una persona “in divenire” ( nonostante l’età) e quindi ciò che reputo non interessante oggi, magari un domani lo sarà. Posso dirti però che, con ogni probabilità, troverai sempre meno recensioni dei libri che ho appena definito “leggeri”.
D:  Hai mai pensato di dedicarti ad un romanzo come autrice?
R:  Si, ci ho pensato ed ho anche scritto qualcosa ma, invece che un romanzo, è venuta fuori una cosa molto più simile ad una sceneggiatura. Chi lo sa che un giorno…
D:  Parlaci, se ti va, dei tuoi progetti futuri?
R:  Progetti futuri nei ho molti dai più facili, come recensire tutti i libri letti durante le vacanze natalizie, a qualcuno un po’ più impegnativo. Tra questi ultimi c’è la voglia di creare un sito web di Gigliolibri, pubblicizzare il blog e crescere nell’ambiente al punto di diventare un punto di riferimento per gli autori che vogliono una recensione..magari anche quelli già affermati. Una cosetta da niente, insomma !
Grazie di essere stata con noi, ti salutiamo e ci rivediamo alla prossima intervista.

Claudio Loreto: RECENSIONE del romanzo ” Liquirizia” e intervista all’autore

Ciao lettori e ben ritrovati al blog ” Un libro per amico- recensioni”.

Oggi ho il piacere di presentarvi l’autore genovese Claudio Loreto, che con il suo quarto romanzo, ci ha regalato delle emozioni non indifferenti. A   seguire l’intervista e la recensione del libro.claudioloreto foto

D:  Ciao Claudio e benvenuto ad un libro per amico-recensioni, iniziamo subito con le domande per conoscerti meglio. Come e quando nasce l’idea di scrivere il romanzo Liquirizia?

R:  L’idea di Tanja e Giuliano mi è sprizzata in mente all’improvviso la sera di San

Silvestro del 2018, proprio come un fuoco d’artificio. Agli inizi del nuovo anno

ho cominciato a buttar giù la loro storia così come via via scorreva da sé

davanti ai miei occhi, simile a un film.

Sfruttando in ufficio le pause-pranzo (e saltando dunque pasto) e rubando – ahi!

– qualche ora alla famiglia la sera, alla fine di febbraio il lavoro era già concluso,

solo da rifinire un po’.

D:  Una storia di guerra e d’amore. Quanto è stato difficile procedere alla

sua stesura?

R:  Come ho detto, la trama è sgorgata dalla penna (io scrivo rigorosamente a

mano) praticamente da sola; quindi nessuna particolare difficoltà. Ho dovuto

solo prestare attenzione a creare il giusto equilibrio tra l’illustrazione dei reali

avvenimenti storici che fanno da cornice al racconto e la vicenda – frutto di

fantasia – dei due giovanissimi soldati.

D:  C’è chi afferma che scrivere è come andare in guerra. Confermi? Cosa

puoi dirci in proposito?

R:  Per me lo è. In modo traslato, s’intende: al liceo infatti sognavo di diventare un

corrispondente di guerra, tanto da iscrivermi poi alla facoltà di Scienze Politiche

(indirizzo storico-politico, per l’appunto). La vita mi ha poi condotto su un’altra

strada, molto meno… temeraria, seppure – praticando io per passione

l’alpinismo – non esente da pericoli.

Non si è però mai estinta l’antica vocazione, che ora si sfoga così per via

letteraria.

D:  Cosa ti avvicina di più ai suoi personaggi e cosa ti allontana?

R:  Io penso che, seppure inavvertitamente, lo scrittore trasponga sempre nella

storia che scrive qualcosa di sé e affidi ai “buoni” alcuni dei suoi ideali e faccia

per contro compiere ai “cattivi” atti da lui considerati ignobili.

Ciò che mi accomuna ai due protagonisti maschili – Giuliano e il generale

Kovalev – sono senz’altro l’avversione per la guerra e le ideologie totalitarie

nonché il credere che le emozioni, il sentimento dell’amore costituiscano

l’unica, vera ragion di vivere dell’essere umano.

D: Cosa ti ha lasciato dentro questa storia?

R: Una sorta di… languore.

D:  Hai voglia di anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri?

R:  Al momento sono in “break”. Riprenderò a scrivere soltanto quando e se verrò

colto da un improvviso nuovo intreccio: potrebbe così accadere già domani, o

magari mai più.

Nel frattempo smanio dalla voglia di tornare in montagna: è là che è nata

l’ispirazione della maggior parte dei miei racconti.

Grazie per averci dedicato il tuo tempo e arrivederci alla prossima intervista.

liquirizia

DESCRIZIONE

Una ferita da baionetta catapulta Giuliano (giovane sottotenente della 8ª Armata Italiana in Russia) tra le rovine di Stalingrado, dove tra tedeschi e sovietici si combatte una delle più grandi battaglie della storia umana. Uno sparo impreciso incrocia le vite dell’ufficiale e di una tiratrice scelta russa, Tanja: l’irreale incontro di un momento li segnerà per sempre, portando alla luce un’altra incredibile vicenda. Attori di questo intreccio sono la coccarda di un generale dell’Armata Rossa e “Liquirizia”, l’orsacchiotto di stoffa che fin da bambina aiuta la soldatessa a vincere di notte la paura del buio. La storia di un amore che si oppone ai duri precetti della guerra e all’odio tra i popoli.

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

Il romanzo di Claudio Loreto, che porta il titolo “ Liquirizia”, porta con sé la speranza di un mondo più umano nonostante la fame, la miseria e la dittatura.

In una guerra che non lascia niente se non l’abisso e il vuoto di anime contro anime, per chi decide di andare in guerra o per chi vi è costretto, la paura divampa come un fuoco, mascherata da bruto coraggio derubato del suo dolore.

L’autore ci porta dentro una guerra che a differenza di quanto normalmente si studia tra i banchi di scuola, non si limita alla visione globale del conflitto, ma entra nel cuore e nella vita dei suoi protagonisti, con un bagaglio enorme di emozioni, che scoppiano nel petto, che vogliono uscire, ma rimangono soppressi.

Affiora il passato, mentre s’imbraccia il fucile, distorto e confuso come i sentimenti che contrastano con un operato per molti versi poco incoraggiante. Uccidere per non essere uccisi. Mentire per salvare la pelle. Ricacciare le lacrime per amor di patria.

Il dolore per le vite umane sono scandagliate nelle intenzioni e nelle azioni. Non è un romanzo da leggere a cuor leggero sebbene la sua stesura abbia un ritmo perfetto che incolla il lettore alle pagine, alienandolo; intrappolandolo in un mondo oltre confine ma non troppo lontano dalla propria realtà. L’amore sembra una follia, ma è proprio questo il carburante che fa andare avanti il motore, come riscatto in una vita che non mostra pietà, senza chiedere scusa, per non privarsi dei sogni infranti e traditi.

Liquirizia commuove, perché quei protagonisti sono il riflesso di una storia che ha segnato gli anni del sopruso e dell’invasione. E’ triste e tenero, ma anche cattivo. La fragilità umana viene messa a nudo perché di guerra e d’amore si muore e tutt’intorno solo un considerevole silenzio interiore in mezzo al grande boato del conflitto.  Liquirizia lascia dentro una scia di tenerezza, di rimpianto e di dolcezza, lascia il sorriso amaro del rammarico e la consapevolezza del bene e del male dentro di noi.

Un romanzo, a mio avviso, da far leggere agli studenti in contemporanea con lo studio dei grandi conflitti, per guardare la guerra con gli occhi del cuore di giovani come loro che l’hanno vissuta.

Un inferno che porta la voce dei caduti, che Claudio Loreto ha saputo far emergere in questo romanzo sincero, che nel profondo celebra la vita nonostante declini, tramonti e passi perduti nell’oblio.

Iana Pannizzo

 

nadia dicursi libro

Trama del libro

Affreschi di una famiglia napoletana del Dopoguerra, colta nel momento di affrancarsi dalla povertà portata dalle conseguenze del conflitto appena passato, con i giovani presi dal desiderio di volersi affacciare alle nuove opportunità di rinascita e di svago offerte dalla ricostruzione. Di contro, genitori rimasti severi e distanti, presi dai problemi pratici propri della sopravvivenza, e per il momento non interessati ad altro. Poi la trasformazione attraverso gli anni, l’emancipazione, il passaggio di una generazione…

RECENSIONE del libro  a cura di Iana Pannizzo

Il romanzo presenta la nota malinconica della nostalgia attraverso la visione adulta dei ricordi di bambina, riflesso narrante dei protagonisti che si rincorrono tra le vicende della vita. Tenero e per alcuni versi toccante, l’autrice ci porta in un tempo lontano, nel genuino splendore della giovinezza e dei primi amori, dell’incanto e disincanto, dei baci rubati e matrimoni falliti.

Più che semplici ombre del passato, la narratrice ci accompagna in una realtà, la sua, per desiderio di condivisione e forse per non perdere tracce di generazioni perdute nel tempo.

Un romanzo semplice, che rievoca una famiglia come tante. Di lettura piacevole, che traccia sulla scia dell’inquietudine una sana voglia di vivere e d’amare, con la voglia di esserci, senza chiedersi cosa resta di un sogno infranto o come se amore non ci fosse mai stato.

Amori nati, finiti e sospesi.

Quando si legge un romanzo come quello della Dicursi, non si può fare a meno di pensare a vecchi film romantici, come quelli che ci facevano battere il cuore da ragazzini.  Richiama infatti, gli anni autentici della verde età e ripercorre attraverso la storia di una bambina, anche la nostra di storia, con le gioie ma anche ombre, giorni cupi di pianti dei primi amori che avevano il sapore dell’eterno, per poi perdersi come un dente di leone, soffiato in un tardo pomeriggio assolato.

Consigliato a chi vuol perdersi nei sogni e nei ricordi. Ai romantici e ai disincantati.

Iana Pannizzo

  

Una fiaba nel cassetto: Greta Alfonsi

Ciao lettori, 

per lo spazio dedicato ai bambini voglio parlarvi di un’iniziativa che ha preso il via nel mese di dicembre, in cui le classi di quinta elementare hanno partecipato al primo incontro di scrittura creativa per il progetto ” Grandi Speranze “, in collaborazione con la Biblioteca Civica TANCREDI MILONE di Venaria Reale. La finalità, è aiutare i bambini a scoprire il piacere della lettura e della scrittura attraverso l’ascolto e la comprensione di un testo per crearne uno nuovo. E’ stato così assegnato un compito da svolgere nelle vacanze natalizie. Quello di scrivere un racconto seguendo alcune indicazioni suggerite al primo incontro. 

L’idea è piaciuta tanto anche a noi del blog ” un libro per amico- recensioni” e abbiamo riportato qui uno dei racconti scritti dai bambini nello spazio appositamente creato per loro una fiaba nel cassetto. 

E voi? Non pensate che sia una bellissima iniziativa?

Buona lettura

Iana Pannizzo

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INTOPPI NATALIZI                              di Greta Alfonsi di anni 10 

 

Un giorno, durante il periodo natalizio nella città di Venaria, Babbo Natale si stava preparando per iniziare a fabbricare giocattoli per i bambini.

Improvvisamente ricevette una telefonata dal  direttore delle poste internazionali in cui gli disse che era stato licenziato per la crisi postale.

Babbo Natale, nonostante la cattiva notizia, non si scoraggiò facilmente e chiese dove poter trovare lavoro.

Dopo un paio d’ore egli trova un cartello con scritto “ Vuoi inventare? Candidati e lavora con noi. “ Così pensò che fosse meglio provarci.

Appena entrato chiese indicazioni ad un operaio con la tua blu sporca d’olio  dove ci si potesse iscrivere, sperando di riuscire nel suo tentativo perché non poteva rimanere senza lavoro. Come avrebbe fatto altrimenti?

Alla sua richiesta però, gli dissero di non essere adatto per quell’incarico per via della sua età. Effettivamente una persona più giovane sarebbe più adeguata di un vecchio barbuto come lui, con la pancia e le rughe intorno agli occhi. Deluso e scoraggiato camminò fino ad arrivare ad un incrocio  parecchio trafficato. La sua attenzione fu catturata da una scuola primaria di 1 grado e si chiese se non avesse avuto più fortuna come maestro anche se l’idea non lo entusiasmava molto. Purtroppo anche quel posto era già stato preso, quindi si incamminò triste verso casa.

Guardandosi intorno notò che le strade erano poco pulite e senza scoraggiarsi ulteriormente , decise di giocare un’ultima carta: avrebbe fatto il netturbino. Questa volta ebbe fortuna e in men che non si dica cominciò a lavorare. Passarono i giorni freddi ma soleggiati e Babbo-netturbino tornava sempre a casa sfinito, finché un giorno accese la TV e vide il direttore delle poste internazionali al telegiornale, il quale annunciò che le letterine sarebbero state consegnate da droni e robot.

Niente di più falso. Infatti Babbo-netturbino , mentre svolgeva il suo lavoro, le vide tute ammucchiate in un angolo e ve n’erano parecchio sparse. Indignato scrisse una mail al direttore del giornale per mettere in luce e far sapere a tutti  la vera situazione che rischiava di deludere molti bambini.

Da quel momento il direttore delle poste internazionali fu invaso da proteste. Tutti , ma proprio tutti chiedevano il ritorno di Babbo Natale che, se pur  felice di riprendere il vecchio lavoro e poiché mancavano solo due giorni al Natale, disperato chiese aiuto alle maghe del villaggio di neve, il più remoto e il più vicino alla sua casa in Lapponia.

Queste in un attimo riempirono il sacco di regali risolvendo la situazione. La sera di Natale, felice di sedere sulla sua slitta trainata dalle renne attraversò il pianeta col suo immancabile HO HO HO.

 

FINE