Ciao lettori,
PRENDETE NOTA!!!!!
Il 30 giugno uscirà il nuovo libro dell’autrice Nadia Dicursi. Non vorrete mica perderlo? La Dicursi è già stata recensita qualche mese fa con il suo romanzo ” Quando il sole si prendeva sui terrazzi”.

La lettura è il viaggio di chi non può prendere un treno
Ciao lettori,
PRENDETE NOTA!!!!!
Il 30 giugno uscirà il nuovo libro dell’autrice Nadia Dicursi. Non vorrete mica perderlo? La Dicursi è già stata recensita qualche mese fa con il suo romanzo ” Quando il sole si prendeva sui terrazzi”.

Intervista all’autore Luciano Ricci di Iana Pannizzo
Nato a Genova nel 1959, ingegnere, sposato, due figli, ha lavorato per trent’anni nell’industria,D- Ciao Luciano, benvenuto al blog Un Libro Per Amico- Recensioni. Parto subito nel porti qualche domanda in merito al tuo ultimo romanzo che porta come titolo Baba Dochia che tratta delle tematiche davvero scottanti come la prostituzione minorile. Baba Dochia simboleggia un mito rumeno. In che maniera ha ispirato questo tuo lavoro?
R- Baba Dochia ha rappresentato il confine tra il bene e il male. Nella mitologia rumena non è certamente un personaggio positivo ma nella mia narrazione viene rivalutato quasi a rappresentare la possibilità, anche per chi commette del male, di riscattarsi e iniziare una nuova vita.
D- La prostituzione minorile è il punto focale di questa storia. Un fenomeno purtroppo in crescita preoccupante. Questo romanzo sembra un monito per quei genitori troppo presi dal lavoro o altri fattori quotidiani e indurli a osservare invece molto più da vicino i propri figli.
R- Io affronto solo l’aspetto più intollerabile di questo fenomeno: quello della costrizione e dell’abuso dei minori; è vero che ne esiste anche un altro, espressione di una volontarietà nel praticare la prostituzione, fortemente connesso a modelli di riferimento sbagliati che i giovani assorbono senza una reale analisi: il vestito, la borsa griffata, l’ultimo modello di i phone rappresentano obiettivi talmente importanti per sentirsi accettati che si vendono per questo.
D- Visto dall’esterno, si può azzardare a puntare il dito, colpevolizzare. Colpa di chi? Di questa generazione che brucia le tappe troppo in fretta con droghe, alcol, di uomini senza scrupoli o colpa di una mancata comunicazione all’interno del nucleo familiare, in cui ci sente sempre più soli fino a conseguenza estreme e a volte irreversibile. Come si può evitare tutto ciò?
R- Nel romanzo metto certamente sotto accusa il traffico e la malavita che lo governa ma soprattutto il fatto che questo reato venga commesso sia all’estero sia nei paesi ricchi come l’Italia da persone apparentemente per bene che alimentano questa tratta di minori: senza la domanda non esisterebbe l’offerta che in questo caso è rappresentata da innocenti bambine.
D- Un minorenne entra nel giro della prostituzione il più delle volte perché costretto. A volte però le cause sono diverse come la curiosità di entrare nel mondo libero degli adulti. Qual è la tua opinione al riguardo?
R- Esistono, come dicevo, due mondi separati: la tragica condizione economica di certe famiglie, soprattutto nell’est e in Asia, e ‘il giro’ di ragazze bene che vogliono tutto e subito, come emerso tempo fa da una maxi inchiesta a Roma.
D- I dati rivelano che gli italiani siano i più assidui frequentatori tra i Paesi europei nelle nazioni dove vige il maggior numero di sfruttamento minorile. Quanto ha influito nella stesura del tuo romanzo?
R- È vero! Abbiamo questo triste primato e non saprei spiegarne il perché. Cosa che mi ha stupito studiando il fenomeno è che il numero di donne che va in cerca di ragazzini all’estero è in forte crescita. Ho sentito il dovere di scrivere, raccontare quanta sofferenza, quanto dolore, ci sia dietro questi volti di esseri trattati da schiavi: ho voluto attraversare il “pianeta dei mostri” per vedere i loro volti e gridare la mia rabbia.
Luciano, noi ti ringraziamo del tuo tempo e per essere stato qui con noi e ci rivediamo alla prossima intervista.

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo
L’ultima fatica di Luciano Ricci, Baba Dochia, è un romanzo che fa arrabbiare. L’autore denuncia a gran voce la mostruosità della prostituzione minorile, di molti bambini invisibili, senza sorriso cui è negato il diritto dell’infanzia e dell’adolescenza.
Ricci descrive una storia spessa cui contrasta uno stile di scrittura leggero e scorrevole. Nella vicenda incontriamo ragazzi che lottano le ingiustizie, lasciando che il loro cuore giovane non abbia il sopravvento sulla paura dei mostri nel giro dei tanti perché, di realtà che molti non conoscono, ma dovrebbero per proteggere chi si ama dai ladri di idee, di sogni, di carezze, di corpi e di vita.
I messaggi di questo romanzo cercano un bene più profondo che spesso questo mondo non vede negli anni acerbi della nuova generazione che non potendo regalare un mondo diverso a fanciulle innocenti, lanciano un piccolo sasso verso la legalità e la giustizia.
Un esempio? Sicuramente sì. Un invito a non tacere, a non chiudere gli occhi, a non far finta di non accorgerci del marcio che crediamo tanto lontano, ma potrebbe colpire anche i nostri figli senza rendercene conto.
Se da un lato si coglie il senso di giustizia, di ciò che è giusto, di credere nei propri ideali per non essere solo come cani che obbediscono, dall’altro ci pone davanti al confine del male che non si può raggiungere, combattere ed estirpare come erbaccia.
Un tarlo, che seppur non taciuto, continua in quei Paesi dove non si vede via d’uscita alla propria miseria.
Un romanzo sconcertante, che fa riflettere sulla fortuna di figli addormentati in caldi letti piuttosto che senza pane e senza amore.
Un messaggio forte che con un finale inaspettato che ci pone davanti al bivio della nostra coscienza: far finta di non vedere o difendere l’innocenza a costo della vita, perché essa a volte bara e scopre le sue carte troppo tardi.

Sinossi
In quella che doveva essere una spensierata vacanza, Futura apprende che a suo padre rimangono poche settimane di vita. Decide pertanto di rimanere presso i genitori per trascorrere con lui l’ultimo periodo. Suo marito Patrick, rientrato a Barcellona per lavoro, deve destreggiarsi tra le avance di un’allieva invadente e i nuovi problemi del suo amico attore Mac. Mentre Giovanni, il fratello di Futura, soffre per il timore di perdere il padre, la sua fidanzata Manuela non disdegna le attenzioni di un nuovo collega che pare essere l’uomo perfetto. Per costruire gli ultimi ricordi col padre, Futura affronterà un percorso a ritroso; le toccherà un inaspettato salto nel passato, tra i frammenti di una famiglia disgregata e un’adolescenza disagiata. Avrà un incontro destabilizzante con il ragazzo che al liceo le aveva rubato il cuore, ma qualcuno la aiuterà a ricomporre i pezzi e le ricorderà che la vita deve essere affrontata con più leggerezza, anzi, con una risata.
RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo
L’ultima risata, romanzo scritto da Elena Genero Santoro è un romanzo che ti lascia letteralmente sottosopra. L’autrice ci porta in un mondo di sentimento, di bisogno di amore, di comportamenti storpiati dalla disperazione, dall’impotenza e dalla rabbia.
Incontriamo personaggi a noi familiari, che affrontano il dolore addentrandosi in un passato che sa spaccare in due il cuore a mano a mano che i ricordi si fanno largo “ come a spallate “ su una memoria assopita.
Ogni personaggio porta in se un disagio inespresso, una paura che gela anche le intenzioni migliori, che grida in silenzio il bisogno di essere capiti, amati ma soprattutto compresi.
Anche chi sembra sordo ad ogni sofferenza combatte una battaglia che gli altri non possono vedere, che implica il senso di rifiuto, di non essere accettati. Una storia dove ognuno vive un’ingiustizia. Ogni azione ha una sorta di causa effetto che investe gli altri come onda d’urto che stronca. La rabbia come una ferita profonda si ricuce da sola e il confronto con gli altri nella loro imperfezione si riduce a comportamenti alienanti poiché non sempre il tempo cura le ferite.
In questo romanzo il lettore non può fare a meno di riflettere sul come e sul perché bisogna accettare gli eventi della vita senza doverci per forza fare la guerra, con l’ombra delle conseguenze delle nostre azioni. Si sciolgono nel pianto i ricordi sbiaditi dal tempo sulla mancanza di comunicazione e su quanto invece essa sia fondamentale.
Elena Santoro parte da punti di vista differenti, ognuno secondo la coscienza, in una vicenda che ci fa riflettere su quanto, siamo di passaggio come nuvole, giacché veniamo al mondo come pioggia benedetta e dell’importanza di saper lasciare questo corpo che non ci appartiene quando arriva il momento. Focale è il ruolo del genitore e i sentimenti contrastanti verso i figli, i rimpianti, il tempo che passa e il ritrovarsi.
E la colpa.
Ogni personaggio vive un senso del dovere e un senso di colpa che l’altro non vede. Il punto d’incontro sembra utopia. I sentimenti sono complicati, contrastanti, come affetto, amore, lontananza e rancori, che si aggrovigliano come una vecchia matassa. I ricordi catapultano indietro nel tempo e ci si ritrova spersi, fragili, inconsapevoli, come se nulla fosse cambiato. Un luogo riporta alla memoria a come si era in gioventù e in quel momento chi si è e cosa si è costruito precipita nel dimenticatoio. Una storia che commuove, lacera un pezzo di anima che rivede l’importanza della vita tra la voglia di trovarsi lontano e il rimpianto di non aver radici.
L’autrice da ulteriore prova della sua bravura, maestra nello scavare punti deboli e introspettivi come a sradicare una pianta, potare rami secchi per rinascere nuovi bulbi.
Un romanzo che porta in sé valori, doveri e voleri. Quando l’anima tocca il fondo, e ci si nasconde, vigliacchi, come pecore in mezzo a lupi, ma l’apparenza è tiranna e non vuole guardare in faccia la sofferenza. Scappa, si lascia vivere, si attacca all’egoismo piuttosto che l’umile rinuncia quando pure attraverso la delusione ha la voce di una lacrima amara che non sa parlare.
Elena Santoro ci investe con il suo stile pulito, che mai annoia ma che invoglia alla lettura, in un mondo che scoppia dentro come una dinamite, come un rigore che va a segno su un cuore che come un killer spietato, prima ci accarezza come sole d’inverno e poi ci manda a fondo nel mare della colpa, dentro il buco nero delle scelte. Un romanzo che emoziona a 360°, da leggere e rileggere per accorgerci che un pezzetto di ogni personaggio vive in ognuno di noi, che segna il confine tra forza e fragilità.
L’AMBIGUO SORRISO DI GILDA
1947-1949. Arrivano in Italia “Gilda” e altri film che fanno conoscere i divi e le dive
di Hollywood. Luisa ha sedici anni, è l’unica superstite degli abitanti del suo paese
massacrati dalle SS tedesche in ritirata. Adesso vive a Roma con gli zii Antonia e
Peppe e la loro figlia Cecilia, coetanea di Luisa. Ferdinando consegue il diploma di
maturità e si prepara a subentrare al nonno Massimiliano nella guida del Consorzio,
un gruppo finanziario e affaristico. Gioele è un operaio comunista, durante
l’occupazione ha fatto la lotta clandestina, non accetta la nuova linea legalitaria e
democratica del suo partito e organizza un gruppo che esegue atti di “giustizia
proletaria”. Guglielmo è un agente del ricostituito servizio segreto. Riceve l’incarico
di organizzare una rete armata clandestina allo scopo di prevenire un’invasione
sovietica esterna o un’insurrezione comunista interna (o entrambe) in modo da
rendere l’Italia affidabile per i nuovi alleati. La nuova rete si chiama “Gladio”. La
giovanissima protagonista Luisa compare anche in età adulta nel romanzo “I nostri
figli non conosceranno la miseria” ambientato a Torino nel 1961 dello stesso autore.
RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo
L’ambiguo sorriso di Gilda, è il titolo del romanzo di Riccardo Borgogno che ci fa vivere, inizialmente come in sordina , una trama con sfaccettature che pesano sulla storia, sulla coscienza e sull’inquieta curiosità.
La storia attraversa un arco di tempo tra gli anni 1947/1949 con alcuni salti temporali che risalgono alla fine della guerra.
Borgogno descrive gli anni del dopoguerra da punti di vista differenti. Da una parte della barricata ci sono i comunisti e la guerra proletaria, dall’altra parte i crimini dei fascisti e il progetto Gladio.
Un romanzo di cui si potrebbe parlare per ore, su cui riflettere con la difficoltà di non giudicare dalle apparenze e capire che l’animo umano ha sentimenti complessi che portano a situazioni e azioni disperate. Ricco di dialoghi, che fanno da cornice alla vita che sta dietro i punti salienti delle vicende, che viaggiano alla velocità della memoria non soltanto facendo la storia, ma cercandola.
Un romanzo disarmante, spiazzante, per alcuni versi crudele nella sua verità.
L’autore ci riporta negli anni bui con personaggi diversi tra loro come il giorno e la notte che attendono a loro modo un alito di vita che li possa riscattare.
C’è Luisa, una ragazzina petulante, vera, incosciente. Forte nel corpo e nello spirito e c’è Ferdinando, che ha tutto nella vita tranne la libertà e quando questa viene a mancare si reagisce o si soccombe. Oppure si muore o si muore in ogni caso e non solo fisicamente. L’autore entra dalle prime pagine in un mondo solitario, della proiezione di una vita regolare che vuole essere sconvolta da un imprevisto fugace.
C’è Cecilia e le ragazze dell’epoca quasi come un canto innocente. Sono le speranze delle giovinette, ai tempi in cui il cinema sembra promettere un futuro migliore, di rivalsa, di riscatto che come una visione di angeli non ha il tempo del ripensamento e del disinganno.
Giochi delle identità, attraverso protagonisti che si attraversano e si scontrano e annichiliscono segreti ma non il fango della corruzione.
E poi ci sono le madri, i padri, e la vita anonima del viavai che rimane nell’ombra.
L’autore ci fa rivivere il fascismo e la guerra attraverso gli occhi dei bambini nei ricordi sfocati e l’incapacità di capire, anche quando tacere a volte può rivelarsi più utile che fare rumore, nonché la diversità di pensiero tra gli stessi partigiani.
Nessun eroe e molti vinti.
Non c’è pietà ai ricordi perché nella testa la guerra distrugge e mortifica ancora, tra la gente comune, la sete di vendetta e i rancori che hanno voce forte e chiara.
C’è il sapore amaro del dopoguerra, tante vite in bilico e nessuna certezza; storie che non si raccontano, da dimenticare su scenari diversi nella politica di un’Italia che forse non si discosta molto da quella attuale.
E’ denso, severo, amaro. Aspro nella verità, nelle storie sbagliate, nelle speranze troncate.
Sulla scia del capitalismo, si racconta della guerra proletaria che non ci sta, che avanza, prende coscienza, riflette e agisce. Lotte di classe, ai padroni, che in nome della giustizia si scontra con nemici troppo forti e spietati. E sta lì la bandiera rossa, come a dare sfondo all’idea di giustizia e libertà. Pace, lavoro e democrazia sono parole che sembrano stonare in un contesto di violenza e dalle idee di rivolta come scheletri in un armadio che non vuole chiudersi.
Ma quanto si discosta dall’attuale pensiero tra rivolte e pensieri celati? Tra le violenze dei giorni nostri che fanno eco alla storia? Quando la pace serve solo a coprire corpi sconvenienti, nel servire interessi o per amor di patria o ancora mirare ai propri scopi quando in gioco c’è la stessa sopravvivenza?
Sono mondi che si scontrano, che si annientano come un tornado che tutto distrugge al suo passaggio. Quanta ipocrisia imperversa sulle menti perbene che non osano prendere posizione? Forse perché la libertà ha un prezzo troppo alto, o forse perché la storia del dopoguerra, che i nostri nonni ricordano, persiste nelle coscienze che vogliono dimenticare e non possono.
Ambigui, proprio come il sorriso di un’attrice su un cartellone che con uno sguardo mellifluo che sembra prenderti per mano e spacciare per verità la menzogna di una politica corrotta e sogni svaniti.
Un romanzo da leggere tra le righe, in cui soffermarsi in apparenti ovvietà. Da cercare e ricercare tra realtà e finzione quale sarebbe stato il nostro pensiero e la nostra posizione in una storia che sembra tanto lontana ma non lo è.


RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo
Doppio carico, scritto da Loriana Lucciarini, è un breve libro – intervista in cui l’autrice dà forte voce alle donne lavoratrici con scenari diversi che fanno da cornice come a un’antica fotografia. Non è un romanzo dove fanno capolino eroine di altri tempi tramandate ai giorni nostri, qui non ci sono eroi dai super-poteri ma donne, prima ancora di essere mamme e lavoratrici sulla strada della grande piaga del precariato.
L’autrice raccoglie diverse testimonianze di incontri, di protesta, di sindacati e di battaglie per la propria dignità e quella altrui. In un tempo in cui si corre troppo, dove la vita privata sembra perdere quasi il senso di appartenenza, la condizione della donna che percorre la sua strada a fatica, richiama l’esigenza di passare dall’altra parte della barricata, in prima linea sul fronte lavorativo e con i piedi ben puntati per terra, rivendicando il proprio ruolo in una società ancora fortemente maschilista.
Se è lecito sperare in un cambiamento che non arriva, è pur vero che debba partire da noi, dal nostro pensiero e dalle nostre azioni schierandosi e camminare fieri, diventare grandi dentro questo grande vortice della difesa dei diritti e la libertà.
L’autrice ripercorre strade dalla Basilicata, all’Emilia Romagna, a Roma, vite spese a cercare di non essere solo un numero di fabbrica, un pezzo umano facente parte di macchinari seriali.
Donne diverse che reagiscono differentemente alla propria condizione, si parla del progresso, delle industrie, dei robot, di una politica cui torna comodo far finta dimenticare.
Davanti ai cancelli delle fabbriche si racconta la solidarietà fra i colleghi, ma anche la lotta del lupo mangia lupo a discapito del valore umano.
Un libro da leggere, da comprendere e da ricordare soprattutto quando si osserva un prodotto finito, dalle multinazionali ai supermercati sotto casa, il percorso di chi sta dietro di ciò che vediamo, ma non conosciamo, il percorso irto di coloro che non hanno paura e affrontano gli spinosi divari su cui far fronte in un tempo che non basta mai.
Leggiamo queste storie e immaginiamo donne come noi, che si alzano al mattino e iniziano a brillare di luce propria come piccole stelle lontano nel cielo, malgrado le discriminazioni, la rabbia, le lacrime e i sogni infranti. Donne, madri, operaie, che contano sulla dignità di essere se stesse.

Ciao lettori,
Siamo arrivati al nostro terzo appuntamento con la storia.
Il programma parte dai bambini di terza elementare per ripassare la storia senza la noia del libro di testo. Oggi inizia il nostro primo viaggio in compagnia dei dinosauri. Il blog è anche su youtube.. Iscrivetevi al canale per non perdervi i nostri video.
Iana.

Tre avventure oltre i confini del regno di Reinkar, tra boschi infestati dagli spettri, regioni minerarie oppresse da trafficanti senza scrupoli, mari insidiati dai pirati e isole remote. Che si tratti di superare le mille trappole di un lugubre maniero per infrangere un’antica maledizione, di svelare gli intrighi che si tessono fra le viuzze assolate del villaggio di Aurel o di sfidare una sorte infausta nelle acque sconfinate del lontano nord, i protagonisti andranno incontro a viaggi pericolosi e prove durissime, nella speranza di sfuggire alla gelida falce di una morte mai così vicina…
RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo
Chi già ben conosce la saga di Reinkar, le sue storie, i cavalieri erranti, le sofferenze e le ingiustizie, sa bene quanto sia abile la sua autrice Alessia Francone, a regalare emozioni, suspense e azione. L’ultimo libro, che porta come titolo “Ai confini di Reinkar, ci fa percorrere le sue terre di confine quasi toccandole in punta di piedi, per scoprire ben presto, tra l’adombrarsi e lo gioire, terre maledette dai sapori amari in cui risuonano gli echi della coscienza e dei desideri, delle paure e delle colpe. Eroi indiscussi trovano se stessi grazie al coraggio.
Il libro, segue lo stile dei tre precedenti, suddiviso in tre lunghi capitoli che, pur seguendo un filo conduttore, rimangono indipendenti l’uno dall’altro, facilitando così lettura e comprensione.
In questo quarto romanzo i nostri protagonisti sono cresciuti e non solo d’età. Essi hanno maggiore consapevolezza di tutto ciò che circonda la loro vita, come sovrani, soldati ed esseri umani.
Come una caccia al tesoro, in cui si è in ballo con il tesoro stesso, la realtà si distorce nelle emozioni plasmabili ai ricordi e al tempo. Ritornano vecchie conoscenze che solo chi ha letto l’intera saga può ricordare e riconoscere ed è qui che l’autrice si distingue.
Ci apre la porta a un mondo totalmente sconosciuto, con un personaggio d’eccezione che nel secondo libro (I nemici di Reinkar) aveva avuto un ruolo marginale, congedandolo come un bozzolo in attesa del suo tempo. Questo ci rivela che la Francone non lascia mai niente al caso nelle scelte e nelle azioni e soprattutto che ogni personaggio secondario può diventare protagonista perché a suo modo importante.
L’autrice oltre a regalare ai suoi lettori una storia che toglie il fiato dalla prima all’ultima pagina, gioca con la cultura e la mitologia soprattutto greca, della quale si riflette una profonda impronta nel secondo racconto.
In questo modo, per i curiosi e gli appassionati, si ha modo di assaggiare una parte di mondo a noi lontano e quasi astratto e così partendo da un punto d’inizio quale le avventure dei nostri protagonisti, per finire a una ricerca più approfondita. Non solo per interesse personale, ma per conoscere e vivere in modo totale i personaggi che caratterizzano la storia.
La mitologia spazia da quella greca a quella irlandese per finire in quella etrusca. Un bel leggere per davvero e una sfida a riconoscere miti e leggende che da sempre affascinano e alimentano la nostra immaginazione, motivo in più per avventurarsi fino ai confini del regno di Reinkar.
Arne e Selene, dovranno superare prove che faranno “ soffrire” il lettore, lo scenario varia e ammalia, ma come una sirena che inganna col suo canto, circuisce con le sue insidie in una trama da leggere e da vivere.
Personalmente ho amato davvero tanto la saga della maga di Reinkar e vorrei che questo non fosse l’ultimo libro. Ti fa innamorare Arne, con il suo carattere forte e dolce, visione dell’uomo valoroso, probo, d’altri tempi e ti fa innamorare Selene, regina del regno, volitiva, fiera, bella e coraggiosa. Fanno innamorare tutti i personaggi che incontri, anche “ i cattivi “, per la loro unicità, storia, sentimenti e ragioni d’amore. Ti fa semplicemente innamorare e lasciare il cuore a tutto quello che ruota in queste storie che dicono molto fra le righe, spesso come un sussurro, altre volte come urlate a gran voce.
Alessia Francone chiude egregiamente questa saga e ci conduce per mano nei viaggi di confini e leggende.
Per Recensioni dei libri precedenti e intervista all’autrice:
Autrice: Intervista ad Alessia Francone
Buongiorno lettori,
In questo periodo si è parlato tanto della didattica a distanza e se ne parla ancora. Abbiamo ascoltato lamentele e critiche in parte espresse di genitori insoddisfatti che vedono attraverso la quotidianità familiare un disagio sempre più crescente. Malgrado siano passati mesi dalla prima volta in cui ci siamo tutti cimentati in questa piattaforma, non si è riusciti ad adattarsi completamente ad un metodo di studio alternativo, in cui tutti, ma proprio tutti mostrano disappunto.

Sono davvero poche le persone soddisfatte da questo nuovo modo di frequentare ed essere scuola. Gli alunni, pur non disdegnano le relazioni virtuali, soffrono l’assenza del confronto vis-à vis. I genitori disapprovano la scarsa partecipazione dei docenti, lamentando il carico eccessivo dei compiti da svolgere e affermando il più delle volte di essersi sostituiti ai maestri. Sembra che tutto non sia abbastanza. Osservando più da vicino la situazione però, ci siamo imbattuti in una realtà diversa da quella vista all’interno delle mura domestiche, perché se pur vero che il ruolo di ogni genitore sia diventato anche il punto di riferimento fondamentale per la didattica online, è pur vero che nessuno può sostituire il/la maestro/a che da anni segue infanti e teenager. I punti di vista cambiano, così come le valutazioni e le difficoltà che la distanza purtroppo impone ad ognuno di noi. Ma cosa ne pensano i docenti? Come hanno affrontato e affrontano tutt’ora questo nuovo modo di interagire con i propri alunni? Il lavoro dell’insegnante può essere paragonato ad un grosso iceberg in cui noi, dall’esterno ne vediamo solo alcune sporgenze ma non l’intero blocco sottostante al mare. Noi del blog letterario Un Libro Per Amico- Recensioni, abbiamo incontrato Andrea Lanzola, Professore genovese di Lettere e Filosofia all’Istituto Comprensivo di Genova Teglia alla secondaria di primo grado e lo abbiamo intervistato per avere un’idea più chiara (e comprensiva) di ciò che significhi, oggi, insegnare.
Iana Pannizzo
INTERVISTA AL PROF. ANDREA LANZOLA

Buongiorno professor Lanzola e benvenuto al blog letterario Un libro per amico-recensioni. Innanzi tutto La ringraziamo per aver accettato l’intervista. In questi mesi siamo stati tutti alle prese con la didattica a distanza ascoltando i più svariati commenti, le lamentele, i disagi di molti genitori e le difficoltà degli studenti. Ma un’insegnante come ha vissuto e come vive tutt’ora la didattica online? Come e quanto è cambiato il lavoro di un docente?
Buongiorno e grazie mille a Voi per avermi contattato. Che dire…l’esplosione della pandemia ci ha completamente sconvolto in tutti i sensi, ha trasformato le nostre vite da un momento all’altro senza darci modo di poter realizzare il fatto se non dopo parecchie settimane. Forse ancora adesso non lo abbiamo del tutto assimilato. Non appena ho percepito che l’emergenza sanitaria sarebbe stata ben più complessa di quanto fattoci sapere inizialmente dai mezzi d’informazione, ho sentito dentro di me che la prima cosa da fare era andare al più presto a scuola e prendere i libri per poter avere un riferimento anche per un eventuale “dopo” inconoscibile e insondabile. E’ stato quasi un istinto, anche se nei giorni successivi al 7 marzo non si sapeva ancora per quanto tempo la scuola avrebbe chiuso. SI parlava solo di pochi giorni, forse volevamo soltanto “pensare” a pochi giorni, come meccanismo di difesa mentale. Tutti eravamo o “volevamo” esser consci che, in qualche modo, i contatti si sarebbero mantenuti. Un’emergenza breve: pc,
telefono e internet avrebbero potuto perfettamente far fronte alle nostre esigenze. Sarà breve, perché non dovrebbe, in fondo? Il mondo invece si è fermato. In pochi giorni si parla di mesi a casa, chiusi, tutto diventa razionato: sole, aria, vita, acquisti. L’essenziale e nulla più. Eppure anche la vita della scuola e della didattica deve continuare, assieme a quella quotidiana. L’emergenza si trasforma in pochi giorni in quarantena e la didattica alternativa, chiamata “dad” ossia “didattica a distanza”, diviene in poche ore l’unica possibile. Orari, piattaforme da scaricare, il lavoro che prima si svolgeva in classe dalle 8 alle 14 dal lunedì al venerdì oltre a quello domestico, tanto per insegnanti quanto per studenti, si quadruplica all’istante. Tutto deve essere scritto su registri elettronici e piattaforme. Esiste solo il virtuale: persone, parole, gesti, letture, studio, incontri, riunioni. Alla sera gli occhi bruciano e le dita fanno male a furia di scrivere sulle tastiere o sul telefono per inviare messaggi, compilare, scrivere, registrare vocali. Verso le 20 senti la nausea da telefono e pc e devi fermarti per la tua salute. E’ marzo, a fine anno sono soltanto una manciata di giorni, in realtà. Tutti armeggiamo ore e ore cimentandoci con realtà sconosciute, impariamo cose che mai avremmo pensato di imparare e anche in tempo breve, tutto sommato, l’arte di arrangiarsi diventa l’unico modo per sopravvivere sperando che le linee non collassino (il vero rischio) e che la forza dell’inaspettato ci salvi. Come spesso, fra l’altro, succede nella vita di ognuno di noi. Per fortuna non possiamo prevedere il futuro, neanche quello peggiore: come faremmo alcune volte ad avere la forza anche solo di pensarlo, in situazioni del genere?
Molti definiscono la didattica a distanza la scuola del futuro. E’ d’accordo? Lei crede possa sostituire la scuola tradizionale?
Assolutamente no. Come un concerto registrato su disco o visto in tv non potrà mai sostituire un concerto vero, come un aperitivo su zoom mai potrà sostituire lo stare insieme e il condividere pensieri, parole, sentimenti con chi amiamo: vita, insomma. Un mio studente in gita di classe a Roma, lo scorso anno, ha rimproverato i suoi compagni dicendo: “ma perché state sempre incollati al telefono? La vita è qui fuori”, ed eravamo ben distanti anche solo da pensare a una pandemia del genere. Internet è una ricchezza
straordinaria, ci permette di fare cose che prima erano impensabili ed è sicuramente una risorsa fondamentale del futuro, accanto a quelle tradizionali. Un modo per rendere vicine cose e persone che sono forzatamente distanti o impossibilitate a vedersi per lungo tempo. Ma non ne sostituiscono l’essenza. Mai potremo sostituire il piacere di leggere un libro, di sentirne l’odore, di sottolinearlo, di vederlo deteriorarsi: al tempo stesso mai sarà possibile sostituire la lezione in presenza con uno schermo. Dove vanno a finire gli sguardi, i volti, i pensieri, le voci? Le relazioni interpersonali, le intese, i rapporti umani psicologici e materiali, gli odori, i sapori, le atmosfere? E’ come pensare di innamorarsi di qualcuno e decidere di starci insieme senza averlo mai conosciuto né visto, come accadeva per i matrimoni combinati in passato. La didattica virtuale sarà certo una risorsa fondamentale accanto a quella reale in momenti di necessità, perché è certo meglio di niente, ma mai potrà sostituirla. Potranno anche decidere di farlo, un
domani non lontano, ma la portata dei danni sarà a mio parere incalcolabile per lo sviluppo e la formazione dei futuri esseri umani.
La difficoltà maggiore?
L’assenza di rapporto e contatto umano. Sembra incredibile, ma da questo parte tutto: non vedersi significa complicare tutto: vita, sentimenti, gesti quotidiani, sguardi, mansioni. Già questo dovrebbe servirci per comprendere quali siano veramente le cose imprescindibili di un’esistenza umana.
Secondo lei chi risente maggiormente fra insegnanti, genitori e alunni? Naturalmente sono punti di vista differenti in cui è venuto meno il contatto umano ed il confronto diretto. Gli alunni possono in qualche modo sentirsi “ abbandonati “? E come vive questo distacco forzato il docente? Cosa le manca personalmente della scuola tradizionale e cosa invece integrerebbe attraverso questo metodo?
Tutti ma in modo particolare i ragazzi, che non hanno ancora strutture e risorse mentali di un adulto per reggere ad una situazione prolungata di reclusione. E’ un mutamento talmente forti che tutti ci sentiamo “abbandonati”, in qualche modo. Se il docente fa il proprio lavoro con passione e non per il mero stipendio a fine mese il distacco forzato dagli studenti e dal suo ambiente è come la privazione dell’acqua per giorni. Difficile integrare qualcosa tra realtà e virtuale, l’una cosa non può sostituire l’altra se non nell’apparenza. A lungo andare diventa insostenibile, come del resto accade, in questi giorni, per l’economia. Comprare e vendere a distanza non sostituisce e non potrà mai eguagliare il rapporto, anche solo materiale, fra le parti. Ve lo immaginate un bar vuoto da mattina a sera, per esempio? Cosa sostituisce la vita se non la vita stessa e null’altro? Andare a scuola significa uscire, pensare mentre cammini a cosa dirai e dovrai dire, a come reagiranno i ragazzi a scuola quando gli parlerai degli argomenti della giornata, parlare, ridere, scherzare, litigare, stare insieme, stancarsi ma uscire col cuore pieno di emozione al termine di ogni giornata, per poi pensare subito a quella seguente. Penso che nulla potrebbe mai sostituire tutto questo. Non per me, almeno.
Parliamo di verifiche. Su che base un insegnante valuta un suo alunno? Non si ha la certezza di un onesto svolgimento di un compito o di un test. Insomma, i ragazzi potrebbero “ sbirciare “ in internet o nei libri di testo. Come si fa a gettare le basi una fiducia in questo caso, devo dire, un po’ insidioso?
Credo che in un momento come questo sia un problema di cui occuparsi ma non prima di averne risolti molti altri. Copiare da internet o da un compagno è possibile anche a scuola, non solo in remoto. A livello personale ho risolto in parte il problema fissando interrogazioni singole tramite zoom ad orari precisi e con webcam accesa. E’ molto stancante ma riesce a ricreare un rapporto autentico, ciò che più mi sta a cuore come docente e come uomo, e favorisce al tempo stesso anche la voglia di studiare dei ragazzi. Inizierò proprio domani con interrogazioni multiple a gruppetti, sto facendo anche lezioni vere e proprie con le classi per alcune ore la settimana, e vedo che l’attenta partecipazione è sempre alta. Tramite la piattaforma “classroom” poi è possibile avere una sorta di “facebook” scolastico dove caricare materiali e compiti da fare o da consegnare, oltre agli aggiornamenti quotidiani, dove i ragazzi possono scrivere e contribuire in ogni momento con lavori, video, files, foto e molto altro. Ma credo che, in questo momento, la quantità del lavoro da svolgere non sia la cosa principale. Mantenere alto il morale dei ragazzi e impegnarsi per farsi sentire a loro vicini credo sia per il momento sufficiente in prima battuta. Poi si vedrà in base a quello che avverrà, soprattutto a settembre. Già affrontare gli esami tra pochi giorni sarà un’impresa con mille incognite.
Pronostici per l’anno venturo?
Sono abituato a non farne, per cui mi taccio, ci pensa già abbastanza la vita a cambiare le carte in tavola da un minuto all’altro. Il Coronavirus ce ne ha dato ancora una volta prova . “Sappiamo di non sapere”, questo soltanto vale, nella vita, come diceva Socrate. Il metodo migliore, per me, resta quello di fare come suggeriva Martin Luther King, ossia non guardare alla scala intera, ma focalizzarsi soltanto su un gradino per volta. Penso che per il momento sia già più che sufficiente.
Professor Lanzola, noi La ringraziamo del suo tempo e per essere stato qui con noi. Ci rivediamo alla prossima intervista.
Secondo appuntamento del programma didattico di storia per i bambini di terza elementare.
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Ciao Lettori,
Da oggi, parte una rubrica chiamata ” APPUNTAMENTO CON LA STORIA”, in cui ripasseremo insieme il programma scolastico a partire dalla terza elementare. Per questi video ho chiesto ” l’aiuto ” di mia figlia Greta, di anni 10, che ha creato Kira, una simpatica ragazzina che dà volto alla mia voce. La rubrica nasce per incoraggiare i bambini a studiare senza ” la noia “( a dir loro ) del libro. Da oggi ci trovate anche sul canale Youtube ” un libro per amico -recensioni”. Se l’idea vi piace lasciateci un bel like e condividete. Non vi resta quindi che cliccare sul link sottostante.
Buon ascolto e buona visione.
Iana e Greta