Marcello Simoni: La Prigione Della Monaca Senza Volto”. Recensione a cura di Iana Pannizzo

monaca

Marcello Simoni, è uno di quegli autori di cui non riesci a dimenticarne le storie dopo aver letto l’ultima pagina.  I suoi romanzi affascinano perché ogni suo personaggio, che sia principale o secondario, è descritto in tutte le sfaccettature.  Uno stile perfetto, quasi irreprensibile che il lettore non può non amare.

Nella prigione della monaca senza volto, riprende la figura della monaca di Monza, Marianna de Leyva, che per certi versi si ricollega a quella descritta dal Manzoni nel celebre romanzo de I promessi Sposi. E’ interessante confrontare i due autori cosi lontani nel tempo e per stile, per visione di un personaggio realmente esistito nel seicento di una Milano repressa.

Mentre il Manzoni mette in risalto le fattezze fisiche della donna come il volto e soprattutto, gli occhi, lo sguardo che invoca pietà seppur nel suo superbo cipiglio, Simoni ne enfatizza subito il carattere, misterioso, enigmatico.  Nel Manzoni abbiamo una monaca di Monza orgogliosa ma remissiva che sopprime la rabbia e la soggezione verso il padre, ha un comportamento contraddittorio, che soffre e fa trasparire il suo malessere attraverso l’imposizione e i suoi ordini come badessa. Con Simoni invece leggiamo di una monaca che cerca vendetta, che si racconta, che ama se stessa, la liberà e il ricordo del suo uomo. Una donna malvagia perché sventurata. Una donna che ha rinunciato alla sua vita con fallace remissività.

Nel romanzo torna l’ormai noto inquisitore Girolamo Svampa, con quel suo temperamento forte e deciso che ricorda un boccale di birra scura. Un uomo che sfoga nell’irruenza e nella durezza dei modi la perdita di suo padre, inseguendo fantasmi, chimere, la sua vita di bambino rubata, riavvolgendo così il senso del tempo come un vecchio film visto e rivisto. 

Ci s’innamora dello Svampa, uomo ostinato e cupo come un vicolo scuro e senza lampioni. Egli ricorda, teme e ama. Il suo cuore è come un lago ghiacciato, duro in superficie e affascinante anche quando guardarlo e attraversarlo implica forti rischi.   

Una storia che riprende vecchi rancori. Una fede storpiata che non cammina tanto sulla strada della dissolutezza quanto quella di guardare dentro il lato più nascosto abbandonando spesso raziocinio e scetticismo.

L’amore è visto da più punti di vista, da quello paterno a quello dissoluto di donne penitenti; da quello celato al mondo a quello sfacciato e sperato.

Come in ogni romanzo di Simoni non manca di avventura, di suspense, di trame affascinanti che non possono fare altro che catturare il lettore dalla prima all’ultima pagina. Nella Milano del 600, in cui l’inquisitore non si lascia andare a isterici pensieri a interpretazione di stregoneria, quando il nemico viene da dentro, dal passato, da un affetto, da un sentimento.

Un’atmosfera coinvolgente, che ti trascina via tra monasteri di clausura e viaggi introspettivi in un continuo pellegrinaggio alla ricerca della verità.

 

 

 

 

 

La spiaggia si tinge di rosso: recensione a cura di Iana Pannizzo

 

Recensione a cura di Iana Pannizzo

La spiaggia si tinge di rosso, è il titolo di un romanzo di Marzia Francesconi, perfetto per una piacevole lettura estiva. L’autrice, offre ai suoi lettori, una storia frizzante, smaliziata e per certi versi pungente, che caratterizza i suoi personaggi uno ad uno.  La lettura è adatta a tutti , mettendo d’accordo lettori indulgenti ed esigenti .

Con uno scenario decisamente estivo, in una spiaggia che si affaccia sull’Adriatico nelle Marche, su una striscia di terra tra Fano e Senigallia, Marotta, La Francesconi, da prova di abilità analitica e investigativa con questo suo primo lavoro letterario.

 I personaggi si raccontano nel corso della storia, i legami prendono una nota vivace tra la rabbia e i sentimenti, tra silenzi e solitudini.

Non lesina di colpi di scena, amore e morte si susseguono e si rincorrono  in una trama che si infittisce, sfugge e ritorna snodandosi con un finale a sorpresa quando il sipario cala, la musica finisce e non si balla più.

Uno stile di scrittura scorrevole, giovane,  in cui l’autrice segue certamente il classico filone del genere ma che si allarga a relazioni che incuriosiscono ed invogliano il lettore a scoprire il colpevole. Si discosta in questo modo dalla figura stereotipata del poliziotto rude o del detective privato e ci accompagna a relazioni più umane ma a volte fittizie.

Dialoghi e descrizioni si alternano perfettamente e i capitoli brevi facilitano la comprensione dell’intero testo senza stancare.

Schietto ma non rude, un gioco delle parti che si ribalta e si dissolve come pulviscolo in controluce e non concede tregua ai destini e sulla difesa delle proprie scelte.

 

 

 

Luciano Sartori: recensione del libro ” Lo Smemorato di Collegno

Buongiorno lettori,

Oggi vi porto per le vie di Collegno, un comune della città di Torino, per farvi conoscere la vicenda del professore Giulio Canella, ovvero lo smemorato di Collegno. Una vicenda incredibile che non si dimentica, una storia di oblio e di memoria, che alla fine della prima guerra mondiale, vede, un filosofo cattolico massacrato dai media, dalla calunnia e persino dalla rassegnazione. Una storia davvero interessante che ci viene raccontata dal giornalista Luciano Sartori nel suo ultimo libro ” Lo Smemorato di Collegno”. A seguire la recensione del libro e intervista all’autore.

RECENSIONE DEL LIBRO “LO SMEMORATO DI COLLEGNO” di Luciano Sartori a cura di Iana Pannizzo

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Una storia d’amore a 360°.

Se Verona può considerarsi la città dell’amore non è certo per i famosi Romeo e Giulietta, ma per i coniugi Canella.

 Nel giro immenso del tempo dilatato dai sentimenti l’autore ripercorre la vita di due anime di  eccezionale natura. L’amore vibra in ogni cosa. L’amore per un uomo, per una donna, per se stessi, per la patria, di Dio e per Dio, l’amore per l’amore come ci insegnano le vite sventurate dei protagonisti.

 Una storia che tocca il cuore ma che  fa bruciare anche di rabbia e indignazione. E’ un vortice di emozioni.  L’amore come forza per nutrire se stessi e cercare di cambiare il mondo circostante e combattere dalla parte del proprio cuore e ideale senza mai lo scoramento delle intenzioni, sopportando  ogni male per il bene dell’amato o dell’amata.

titoli giornali (2)Julia intorno anni '70_ fam Canella nel 1928 circa (2)

Amore, quello dei cugini e coniugi Canella  che più logora e più avvicina, come un faro nella nebbia nelle notti tempestose e senza luna. Due caratteri forti  e una felicità ricercata per una vita donandosi persino nell’attesa e nelle distanze.

Purtroppo è anche la storia dell’ipocrisia della gente, della paura e del senso comune e dell’arroganza di chi per dispetto, per paura , per rabbia o per invidia vuole sfinire chi si rivela scomodo al proprio dominio. Sono gli anni in cui difficilmente ci si può difendere, senza conseguenze, da un  sistema che vuole essere totalitario.

L’autore ci porta a Verona e a Torino con una  delicatezza  così disarmante da ritenere impossibile restare indifferenti ad un caso così singolare.

 Come un agnello in mezzo ad un branco di  lupi travestiti da pecore,  egli accompagna il lettore nel viaggio della memoria  di un uomo che pur smarritosi nelle atrocità del suo quotidiano, resta esempio morale e spirituale per molti. 

Iana Pannizzo 

INTERVISTIAMO L’AUTORE LUCIANO SARTORI

luciano sartori

D.  Buongiorno Signor Sartori, benvenuto al blog “ Un libro per amico- recensioni”. L’ultimo libro da Lei scritto, parla dello smemorato di Collegno, cosa l’ha spinta a scrivere del caso di Giulio Canella?

R.  Certe volte, al mattino apro una finestra e con la luce del nuovo giorno lascio entrare tutto il mondo che è fuori, la vita degli uomini e della natura, la storia della città, delle generazioni che sono passate e di quelle presenti e m’accorgo allora che quel mondo e quelle storie sono già dentro di me, avvertendo un gran bisogno di raccontarli. Così è accaduto, vivendo nella città di Collegno da un tempo lontano come da sempre, per lo Smemorato. È stata una sensazione forte, divenuta un imperativo e un impegno che ho preso di fronte a me stesso ed ho cominciato a leggere tutto quello che è stato scritto sul caso e le vicende dello Smemorato, da Pirandello a Sciascia, dalla Roscioni alla Dal Bon e altri fino ai libri scritti al tempo delle sentenze che condannavano un uomo a portare
il nome di un altro e a sopportare ingiustamente l’ignominia e il carcere, fino all’esilio.

D. Un passato dimenticato, un’accusa e una speranza. Cosa le ha lasciato dentro la stesura di questo libro che affascina e incuriosisce?

R. Il senso di un cammino, più spirituale che materiale, percorso accanto alla figura di Giulia Canella, la donna che ha riconosciuto nello Smemorato il proprio marito. Ho lasciato che la sua anima si impadronisse dei miei pensieri con la dolcezza e soavità del suo sguardo velato di malinconia, sempre pronta al sorriso pur nella mestizia. Ho apprezzato la profondità della sua intelligenza, la sua sensibilità, i luoghi del cuore e gli affetti a lei più cari. Questa donna, forte e coraggiosa, sostenuta da familiari e amici ha messo a nudo un personaggio oscuro, come il Padre Agostino Gemelli, togliendolo dal trono dello scienziato famoso ed elevato all’onore della nazione, del quale ogni parola era ritenuta e sbandierata come verità indiscutibile. Quel Gemelli che poi si macchiò di una delle infamie più grandi del ventennio fascista collaborando alle leggi razziali e adoperandosi, inoltre, per l’adesione della Chiesa alla politica antisemitica del regime, respinta dal Papa. Narrando la storia che era dentro di me, ho sentito il bisogno di rendere giustizia a Giulia e Giulio Canella, togliendo quelle ombre di impostura che ancora gravano sulla loro vicenda, caratterizzata da quattro anni di processi, sentenze, la montatura giornalistica di una tempesta mediatica come non si era mai vista e come forse non ci sarà mai, quando i giudici erano sottoposti all’azione del Governo fascista che interveniva nei processi e la stampa, sottoposta a censura, ubbidiva a cliché prestabiliti, pubblicando soltanto ciò che il regime approvava o tollerava.

D. Un uomo che ricerca se stesso nella storia della sua vita pratica. Una storia che ha ispirato film e saggi. Che cosa resta oggi di questo caso?

R. La storia è ancora viva e attuale. Il 10 gennaio di quest’anno, pochi giorni fa, al Cinema
Massimo di Torino la regista francese Maider Fortuné ha presentato il suo film documentario “L’inconnu de Collegno”, riportando l’interesse internazionale sulla vicenda.
Nel 2017, il Sindaco Francesco Casciano, nel 90° della pubblicazione su “La Domenica del
Corriere” della foto di un uomo barbuto con la domanda “Chi lo conosce?” ha posto a perenne ricordo dello Smemorato, una targa marmorea sotto le volte del portale juvarriano della Certosa.
L’Uomo alla ricerca di se stesso torna a vivere tra gli archi dell’antico convento certosino che Madama reale volle far erigere, chiamando i maggiori architetti, come una delle “delizie” che raccontavano nel Theatrum Sabaudiae al mondo di allora i fasti reali dei Savoia.
Quando si ritiene che tutto sia stato detto o scritto sulle vicende dello Smemorato,
improvvisamente nascono nuove curiosità che accendono la mente indagatrice e la fantasia di studiosi, affascinati da quella che oltre ad essere una storia giudiziaria è la storia di un grande amore che ha i primi fremiti nel cuore di una donna che ancora fanciulla incontra, all’inizio del secolo scorso, il professore Giulio Canella. Un amore nato nella città di Romeo e Giulietta, nell’atmosfera nebbiosa, come sospesa nell’irreale, delle rive dell’Adige che è anche il fiume dei ricordi più cari della mia infanzia.

D. Un lontano 1927, tempo in cui si difendeva la libertà contro la tirannia del fascismo, vede i protagonisti di questa vicenda prevalere sul pregiudizio e sull’accusa di essere Mario Bruneri, pericoloso anarchico e pregiudicato. Una condanna morale oltre il decadimento fisico negli anni bui della guerra. Quanto, secondo Lei, è stato giusto mandare Giulio Canella in esilio?

R. Le sentenze che condannano l’uomo randagio, raccolto in preda alla follia dalla strada e
ricoverato al manicomio di Collegno, raccontano un regime fascista dove tutto è controllato e diventa prevalente l’interesse della Questura che vuole a tutti i costi dare a quell’uomo il nome Bruneri per poterlo incarcerare. Nel ventennio fascista anche i Giudici giurano fedeltà al Duce e sono soggetti al potere esecutivo, per cui alla fine prevale l’identità di Mario Bruneri tipografo torinese latitante, inseguito da tre mandati di cattura.
Ne viene fuori un intreccio pirandelliano che resta, a mio avviso, in buona parte sospeso ad una verità mutevole e soggettiva, cui il grande drammaturgo siciliano dà la sua risposta COME TU MI VUOI. All’origine delle vicende giudiziarie c’è una motivazione fondamentale che escluderebbe che l’uomo ricoverato nel manicomio collegnese potesse essere Mario Bruneri: sono la fotografia scattata dalla polizia al momento dell’arresto e quella scattata due settimane dopo all’uomo ricoverato in cui appaiono profonde diversità.
C’è, inoltre, l’antagonismo nel mondo cattolico con Padre Agostino Gemelli che certamente non auspica il ritorno sulla scena della vita pubblica del professore Canella, c’è, non ultimo, l’interesse di Mario Bruneri, affinché lo Smemorato abbia il suo nome e paghi per lui il debito che ha con la Giustizia.
Dopo due anni di carcere a Pallanza, grazie a un’amnistia concessa a tutti i prigionieri, lo
smemorato può tornare a Verona nella famiglia Canella che l’aveva riconosciuto come marito di Giulia. Minacce di morte e la continua e fastidiosa sorveglianza della polizia, lo obbligano a una scelta: emigrare in Brasile dove Giulia era nata e dove viveva il padre di lei. Il 9 ottobre 1933, perciò, lo Smemorato s’imbarca con la famiglia per l’esilio in Brasile, dove viene ricevuto e stimato come il prof. Giulio Canella.
Sia pur tardivamente, il 10 giugno 1970, pure la Città del Vaticano, ufficialmente riconosce nello Smemorato di Collegno il prof. Giulio Canella.

D. Come risponde a coloro che tirano in ballo il DNA cui fa riferimento la trasmissione CHI L’HA VISTO? e che confermerebbe che lo Smemorato non era il professore Canella?

R. Purtroppo molti giornali hanno riportato con estrema leggerezza la notizia come un fatto scientifico documentato. In realtà si tratta di un DNA ad uso spettacolo televisivo. Viene contestato per le procedure poco scientifiche usate e le forzature. Innanzi tutto non può dimostrare che fosse Bruneri. La conduttrice doveva fornire una risposta alla domanda che si era posta: dove la Scienza poneva degli interrogativi lei con banale leggerezza fece credere che il DNA dimostrasse che lo Smemorato non fosse il professore Canella.
Si tratta di un DNA televisivo. IL DNA è una cosa seria e richiederebbe un’autorizzazione del Tribunale prima di essere fatto. La Scienza va avanti: ricercatori americani hanno dimostrato che in persone che hanno subito gravi traumi il DNA può subire dei mutamenti. Di più non direi, il DNA è un tema da scienziati. Nel libro ho anche citato i riferimenti di questa équipe di ricerca americana. A mio avviso il mistero rimane legato ad altre possibili domande , mentre l’anima dello Smemorato è tornata a rivivere tra i
colonnati della Certosa con l’apposizione della targa marmorea sotto le volte del portale del Juvarra ed ancora ci interroga CHI LO CONOSCE?.

D. Collegno ieri e oggi. Cos’è cambiato nel tempo?

R. Collegno alla fine degli anni ’20 del secolo scorso era un paese di campagna di poche migliaia di abitanti, che viveva accanto a una città murata più grande, il manicomio. con migliaia di ricoverati e operatori sanitari, artigiani di ogni genere, cucine, lavanderia e una biblioteca. Corso Francia era una strada non asfaltata, percorsa da carrozze e carri agricoli. Le auto erano davvero poche.
Oggi Collegno è una città modello, evoluta culturalmente. Città laboratorio di molte iniziative, dalla scuola al lavoro. La Certosa .ospita l’Università e gli Uffici dell’Asl TO3. Il Parco è un punto culturale tra i più apprezzati dell’hinterland torinese con spettacoli che ospitano i più grandi interpreti nazionali e internazionali della musica, del teatro e della danza.
La ringrazio di essere stato con noi e averci dedicato del tempo.

 

Il blogger del mese: Raffaella Augusta Giglioli

Buongiorno lettori,
Si riparte con lo spazio dedicato ai blogger e oggi abbiamo incontrato una donna che molti di voi probabilmente conosceranno e che credo non abbia bisogno di molte presentazioni.
E’ bella, è colta, è simpatica e sopratutto molto brava.
Lei è Raffaella Augusta Giglioli del blog ” Gigliolibri ” e noi del blog ” Un Libro Per Amico – Recensioni” , abbiamo avuto il piacere di averla con noi e scambiare due chiacchiere. Eccovi la sua intervista e non dimenticate di visitare il suo meraviglioso blog.
Buona lettura
Iana Pannizzo
augusta
Raffaella, 45 anni. Torinese di nascita ma con forti radici toscane che, secondo me, tendono a causarmi non pochi problemi nei rapporti interpersonali. Per lo più contenta della sua vita, canterina indefessa, sogna una casa piena di libri, cani e gatti.
 INTERVISTA alla blogger Raffaella Augusta Giglioli a cura di Iana Pannizzo
D:  Ciao Raffaella, grazie di avere accettato questa intervista. Partiamo subito con le domande. Come e quando nasce l’idea di fare blogging?
R:  Nasce nel gennaio 2017 al rientro da una vacanza in Toscana durante la quale avevo letto cinque o sei libri. Sul tragitto verso casa pensavo alle trame, agli autori  e a cosa mi aveva convinto o no di ciascuno dei libri letti. Il fatto di non poter condividere le mie impressioni mi ha fatto venire l’idea di aprire un blog ed è nato Gigliolibri ( crasi tra il mio cognome – Giglioli – e la parola libri)
D:  Parlaci del tuo blog
R:Come ti dicevo è nato per un’esigenza di condivisione e scambio di opinioni che però, purtroppo, avviene solo ( e poco) sulla pagina facebook e, molto più spesso, tramite messaggio privato. E’ un peccato perché se ognuno dicesse ciò che un determinato libro ha suscitato in lui/lei ci sarebbe spazio per un arricchimento reciproco. Spesso mi capita di non apprezzare dei libri e la domanda che mi faccio è sempre la stessa “Avrò capito ciò che l’autore voleva comunicare con la sua opera?”. Ecco magari la lettura di qualcun’altro potrebbe aprire, a me come ad altri lettori, nuovi orizzonti.
D: Un’intervista o un articolo rimasto particolarmente nel cuore e perché?
R:  L’intervista a Adar Abdi Pedersen, l’autrice del libro “In direzione del cuore” Ed. Neos. Era da un po’ che facevo la corte alla casa editrice per un incontro con l’autrice e sembrava ormai tutto sfumato quando mi hanno chiamato per l’intervista. Hanno trovato 20 minuti liberi tra la sua ultima presentazione a Torino ed il volo per Copenhagen. Ho conosciuto una persona stupenda con una storia davvero meritevole di essere raccontata e condivisa. Spero di incontrarla nuovo magari con un po’ più di tempo e in modo meno rocambolesco.
D:   Che lettrice sei?
R:   Adesso sono una lettrice dalle altissime aspettative ed alla ricerca di qualcosa che resti nell’anima, che mi cambi, che mi migliori, che mi acculturi. Da un po’ di tempo il libro leggero, facile, seppur scritto (o tradotto) benissimo, non è la mia lettura favorita. Cerco qualcosa di più. Il mio blog, però, è nato proprio pubblicando recensioni di questi libri. Ogni tanto ci casco ancora – per lo più consigliata da qualche libraio – ma poi me ne pento sempre. Mi sembra di avere sprecato del tempo e di averlo sottratto a qualcosa di più importante per la mia crescita come essere umano.
D: Cosa non leggeremo mai nel tuo blog?
R:  Cosa non leggerete mai non lo so perché mi sento ancora una persona “in divenire” ( nonostante l’età) e quindi ciò che reputo non interessante oggi, magari un domani lo sarà. Posso dirti però che, con ogni probabilità, troverai sempre meno recensioni dei libri che ho appena definito “leggeri”.
D:  Hai mai pensato di dedicarti ad un romanzo come autrice?
R:  Si, ci ho pensato ed ho anche scritto qualcosa ma, invece che un romanzo, è venuta fuori una cosa molto più simile ad una sceneggiatura. Chi lo sa che un giorno…
D:  Parlaci, se ti va, dei tuoi progetti futuri?
R:  Progetti futuri nei ho molti dai più facili, come recensire tutti i libri letti durante le vacanze natalizie, a qualcuno un po’ più impegnativo. Tra questi ultimi c’è la voglia di creare un sito web di Gigliolibri, pubblicizzare il blog e crescere nell’ambiente al punto di diventare un punto di riferimento per gli autori che vogliono una recensione..magari anche quelli già affermati. Una cosetta da niente, insomma !
Grazie di essere stata con noi, ti salutiamo e ci rivediamo alla prossima intervista.

Claudio Loreto: RECENSIONE del romanzo ” Liquirizia” e intervista all’autore

Ciao lettori e ben ritrovati al blog ” Un libro per amico- recensioni”.

Oggi ho il piacere di presentarvi l’autore genovese Claudio Loreto, che con il suo quarto romanzo, ci ha regalato delle emozioni non indifferenti. A   seguire l’intervista e la recensione del libro.claudioloreto foto

D:  Ciao Claudio e benvenuto ad un libro per amico-recensioni, iniziamo subito con le domande per conoscerti meglio. Come e quando nasce l’idea di scrivere il romanzo Liquirizia?

R:  L’idea di Tanja e Giuliano mi è sprizzata in mente all’improvviso la sera di San

Silvestro del 2018, proprio come un fuoco d’artificio. Agli inizi del nuovo anno

ho cominciato a buttar giù la loro storia così come via via scorreva da sé

davanti ai miei occhi, simile a un film.

Sfruttando in ufficio le pause-pranzo (e saltando dunque pasto) e rubando – ahi!

– qualche ora alla famiglia la sera, alla fine di febbraio il lavoro era già concluso,

solo da rifinire un po’.

D:  Una storia di guerra e d’amore. Quanto è stato difficile procedere alla

sua stesura?

R:  Come ho detto, la trama è sgorgata dalla penna (io scrivo rigorosamente a

mano) praticamente da sola; quindi nessuna particolare difficoltà. Ho dovuto

solo prestare attenzione a creare il giusto equilibrio tra l’illustrazione dei reali

avvenimenti storici che fanno da cornice al racconto e la vicenda – frutto di

fantasia – dei due giovanissimi soldati.

D:  C’è chi afferma che scrivere è come andare in guerra. Confermi? Cosa

puoi dirci in proposito?

R:  Per me lo è. In modo traslato, s’intende: al liceo infatti sognavo di diventare un

corrispondente di guerra, tanto da iscrivermi poi alla facoltà di Scienze Politiche

(indirizzo storico-politico, per l’appunto). La vita mi ha poi condotto su un’altra

strada, molto meno… temeraria, seppure – praticando io per passione

l’alpinismo – non esente da pericoli.

Non si è però mai estinta l’antica vocazione, che ora si sfoga così per via

letteraria.

D:  Cosa ti avvicina di più ai suoi personaggi e cosa ti allontana?

R:  Io penso che, seppure inavvertitamente, lo scrittore trasponga sempre nella

storia che scrive qualcosa di sé e affidi ai “buoni” alcuni dei suoi ideali e faccia

per contro compiere ai “cattivi” atti da lui considerati ignobili.

Ciò che mi accomuna ai due protagonisti maschili – Giuliano e il generale

Kovalev – sono senz’altro l’avversione per la guerra e le ideologie totalitarie

nonché il credere che le emozioni, il sentimento dell’amore costituiscano

l’unica, vera ragion di vivere dell’essere umano.

D: Cosa ti ha lasciato dentro questa storia?

R: Una sorta di… languore.

D:  Hai voglia di anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri?

R:  Al momento sono in “break”. Riprenderò a scrivere soltanto quando e se verrò

colto da un improvviso nuovo intreccio: potrebbe così accadere già domani, o

magari mai più.

Nel frattempo smanio dalla voglia di tornare in montagna: è là che è nata

l’ispirazione della maggior parte dei miei racconti.

Grazie per averci dedicato il tuo tempo e arrivederci alla prossima intervista.

liquirizia

DESCRIZIONE

Una ferita da baionetta catapulta Giuliano (giovane sottotenente della 8ª Armata Italiana in Russia) tra le rovine di Stalingrado, dove tra tedeschi e sovietici si combatte una delle più grandi battaglie della storia umana. Uno sparo impreciso incrocia le vite dell’ufficiale e di una tiratrice scelta russa, Tanja: l’irreale incontro di un momento li segnerà per sempre, portando alla luce un’altra incredibile vicenda. Attori di questo intreccio sono la coccarda di un generale dell’Armata Rossa e “Liquirizia”, l’orsacchiotto di stoffa che fin da bambina aiuta la soldatessa a vincere di notte la paura del buio. La storia di un amore che si oppone ai duri precetti della guerra e all’odio tra i popoli.

RECENSIONE a cura di Iana Pannizzo

Il romanzo di Claudio Loreto, che porta il titolo “ Liquirizia”, porta con sé la speranza di un mondo più umano nonostante la fame, la miseria e la dittatura.

In una guerra che non lascia niente se non l’abisso e il vuoto di anime contro anime, per chi decide di andare in guerra o per chi vi è costretto, la paura divampa come un fuoco, mascherata da bruto coraggio derubato del suo dolore.

L’autore ci porta dentro una guerra che a differenza di quanto normalmente si studia tra i banchi di scuola, non si limita alla visione globale del conflitto, ma entra nel cuore e nella vita dei suoi protagonisti, con un bagaglio enorme di emozioni, che scoppiano nel petto, che vogliono uscire, ma rimangono soppressi.

Affiora il passato, mentre s’imbraccia il fucile, distorto e confuso come i sentimenti che contrastano con un operato per molti versi poco incoraggiante. Uccidere per non essere uccisi. Mentire per salvare la pelle. Ricacciare le lacrime per amor di patria.

Il dolore per le vite umane sono scandagliate nelle intenzioni e nelle azioni. Non è un romanzo da leggere a cuor leggero sebbene la sua stesura abbia un ritmo perfetto che incolla il lettore alle pagine, alienandolo; intrappolandolo in un mondo oltre confine ma non troppo lontano dalla propria realtà. L’amore sembra una follia, ma è proprio questo il carburante che fa andare avanti il motore, come riscatto in una vita che non mostra pietà, senza chiedere scusa, per non privarsi dei sogni infranti e traditi.

Liquirizia commuove, perché quei protagonisti sono il riflesso di una storia che ha segnato gli anni del sopruso e dell’invasione. E’ triste e tenero, ma anche cattivo. La fragilità umana viene messa a nudo perché di guerra e d’amore si muore e tutt’intorno solo un considerevole silenzio interiore in mezzo al grande boato del conflitto.  Liquirizia lascia dentro una scia di tenerezza, di rimpianto e di dolcezza, lascia il sorriso amaro del rammarico e la consapevolezza del bene e del male dentro di noi.

Un romanzo, a mio avviso, da far leggere agli studenti in contemporanea con lo studio dei grandi conflitti, per guardare la guerra con gli occhi del cuore di giovani come loro che l’hanno vissuta.

Un inferno che porta la voce dei caduti, che Claudio Loreto ha saputo far emergere in questo romanzo sincero, che nel profondo celebra la vita nonostante declini, tramonti e passi perduti nell’oblio.

Iana Pannizzo

 

nadia dicursi libro

Trama del libro

Affreschi di una famiglia napoletana del Dopoguerra, colta nel momento di affrancarsi dalla povertà portata dalle conseguenze del conflitto appena passato, con i giovani presi dal desiderio di volersi affacciare alle nuove opportunità di rinascita e di svago offerte dalla ricostruzione. Di contro, genitori rimasti severi e distanti, presi dai problemi pratici propri della sopravvivenza, e per il momento non interessati ad altro. Poi la trasformazione attraverso gli anni, l’emancipazione, il passaggio di una generazione…

RECENSIONE del libro  a cura di Iana Pannizzo

Il romanzo presenta la nota malinconica della nostalgia attraverso la visione adulta dei ricordi di bambina, riflesso narrante dei protagonisti che si rincorrono tra le vicende della vita. Tenero e per alcuni versi toccante, l’autrice ci porta in un tempo lontano, nel genuino splendore della giovinezza e dei primi amori, dell’incanto e disincanto, dei baci rubati e matrimoni falliti.

Più che semplici ombre del passato, la narratrice ci accompagna in una realtà, la sua, per desiderio di condivisione e forse per non perdere tracce di generazioni perdute nel tempo.

Un romanzo semplice, che rievoca una famiglia come tante. Di lettura piacevole, che traccia sulla scia dell’inquietudine una sana voglia di vivere e d’amare, con la voglia di esserci, senza chiedersi cosa resta di un sogno infranto o come se amore non ci fosse mai stato.

Amori nati, finiti e sospesi.

Quando si legge un romanzo come quello della Dicursi, non si può fare a meno di pensare a vecchi film romantici, come quelli che ci facevano battere il cuore da ragazzini.  Richiama infatti, gli anni autentici della verde età e ripercorre attraverso la storia di una bambina, anche la nostra di storia, con le gioie ma anche ombre, giorni cupi di pianti dei primi amori che avevano il sapore dell’eterno, per poi perdersi come un dente di leone, soffiato in un tardo pomeriggio assolato.

Consigliato a chi vuol perdersi nei sogni e nei ricordi. Ai romantici e ai disincantati.

Iana Pannizzo

  

Riccardo Borgogno: Recensione del romanzo ” La valle degli eretici”

 

la valle degli eretici libro

La valle degli eretici, il romanzo di Riccardo Borgogno, si snoda in cinque parti in cui in ognuna, si viaggia in due spazi temporali e come due fiumi in piena che sfociano nello stesso mare, così le vicende danno il via a una serie di eventi che si collegano su un unico denominatore: la fede e l’eresia.

Quando si parla di eresia soprattutto su un romanzo a sfondo storico, il pensiero va direttamente a streghe e roghi, tuttavia il romanzo si presenta diverso da ogni aspettativa, perché abbiamo a che fare con elementi che vanno di là dall’opinione dozzinale di cui siamo solitamente presi.

L’autore ci catapulta in una Torino medievale, o meglio, in una valle che ha fatto la storia per fede religiosa, governativa, conquista e dominio, per farci scivolare poi nello stato politico e sociale dei nostri tempi.

La storia s’ispira all’assassinio dell’inquisitore Pietro da Ruffia, un aneddoto realmente accaduto che non ha mai smesso di sedurre i curiosi e gli storici.  Borgogno lo descrive saggio, fedele alla sua chiesa e ai suoi più sani principi, alla ricerca della verità che sembra farsi beffe di lui, ma non dimentica l’uomo giacché tale, con i sentimenti che fanno a pugni con la ragione e vincono. E’ intelligente, coraggioso e giusto e onesto. Un grande conoscitore dell’animo umano.

L’autore ci porta a spasso per la valle, dove un popolo di cosiddetti eretici si stringe metaforicamente la mano, uniti nelle tradizioni, nei segreti, nel pensiero e nella paura.

Dalla stessa parte e contemporaneamente opposta, conosciamo donna Leonella da Gorzano, una personalità criptica, forte e sensibile, fiera e umile che ritrova nell’inquisitore l’anima più distante e affine allo stesso tempo. Che si possa pensare a una storia d’amore è lecito ma Borgogno va oltre il solito clichè per descrivere un sentimento profondo come quello della stima di due persone tanto distanti per pensiero e stile di vita.

La trama s’infittisce dal primo capitolo, regalando uno scenario suggestivo e misterioso che incuriosisce e inchioda il lettore alla storia.

Il romanzo snocciola il suo credo nella citazione del libro apocrifo di Enoch che poiché portatore di verità nascoste dell’esoterismo occidentale, forgia una base di segreti divini che Borgogno porta fino ai giorni nostri con Olimpio, un uomo dal carattere scostante e una personalità fuori tempo.

Uno scontro di forze quindi, che richiede una riflessione più intima e profonda oltre le righe del romanzo, sicché luce e tenebre, facce di una stessa medaglia, vengano entrambe affrontate con la ribellione. L’eresia come scelta di vita, di fede, di credo di là dai concetti stereotipati da una chiesa che ci vorrebbe tutti uguali e per quest’anello debole della natura umana.

 

Iana Pannizzo

 

 

 

 

Tina Caramanico: Recensione del romanzo “Il Prete Nuovo”

RECENSIONE DEL ROMANZO “IL PRETE NUOVO” DI TINA CARAMANICO

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Il romanzo dell’autrice Tina Caramanico colpisce per la sua semplicità disarmante e schietta al punto da infiltrarsi a giudizio senza che il lettore quasi se ne accorga. La vicenda ruota attorno ad una figura fascinosa ed inquietante, il prete nuovo, che smuove le coscienze in una vita di paese apparentemente tranquilla e monotona.

La figura del prete in questione però non è protagonista diretta della storia, quanto il riflesso di un meccanismo abitudinario e dannoso nei confronti di se stessi e della comunità intera, perché quando la coscienza è sporca qualsiasi novità sembra remare contro.

“ Dio non può perdonare il tuo peccato , se continui a commetterlo “.

Questa frase, in un passaggio del libro, colpisce, forse proprio nelle intenzioni dell’autrice, poiché attraverso le parole di un personaggio come un prete che sembra innovativo ma non lo è,  punta dritto alla coscienza e alle proprie azioni. Spinge a riflettere il nostro operato e a prenderne coscienza.

Narrato in prima persona, Tina Caramanico conquista il lettore non dalle prime pagine, bensì dalle prime righe per il suo stile asciutto, diretto e verace.

Attraverso il ricordo di una donna degli anni della preadolescenza, viene scoperchiata, come il “ vaso di Pandora”, una fede di comodo, un senso del dovere addormentato tra desideri, rimpianti, paure e verità nascoste.

Si riempie la vita con l’ abitudine di voler sapere tutto di tutti, nelle noiose domeniche in famiglia tra una madre remissiva, un padre ateo e una nonna impicciona. Qui, non molto distante da alcune realtà dei paesi ( e non solo ), la Caramanico sottolinea il rapporto familiare fra generazioni diverse,  scuole di pensiero dissimili e tuttavia uniti.

L’autrice non lesina toni ironici che strappano al lettore non pochi sorrisi, ma anche sprezzanti su certi passaggi, rivelando con straordinaria sensibilità che la realtà è solo un riflesso distorto della nostra immaginazione.

Iana Pannizzo

 

 

 

 

Valerio Castelli: Recensione del romanzo “La Quarta Maria”

Buongiorno lettori del mio blog, 

Oggi vi propongo un bellissimo romanzo di ambientazione storica dell’autore Valerio Castelli. Lo avevamo già recensito con i primi due romanzi dal titolo ” La fratellanza del lateral sangue ” e Fuochi nella notte “.

Dalla casa editrice Arpeggio Libero, uno dei libri più belli di quest’anno e noi lo abbiamo letto e recensito per voi.

Buona lettura.

Iana Pannizzo

valerio castelli libro

RECENSIONE DEL ROMANZO ” LA QUARTA MARIA “

Un romanzo affascinante tratto dalla penna dell’autore Valerio Castelli, che alla sua terza fatica, si afferma come uno dei più talentuosi scrittori italiani.

Ambientato in un monastero dove s’incontrano personaggi singolari e intriganti verso i quali il lettore si sente attratto in merito alla loro ambigua personalità, la storia principia con una citazione di S. Benedetto da Norcia che conferisce allo scritto un’aura di mistero.

Lasciando la vita monacale per addentrarci nei castelli e nello sfarzo di corte, nel corso della storia veniamo a contato con uomini e donne di grande orgoglio, potere e supremazia. Fra le righe della narrazione si affronta il tema della scomunica con il tono perentorio della fierezza e della paura. Temi importanti come la fede e il potere della Chiesa e dello Stato, posta, alla base di filosofi e mistici, il principio fondamentale della religione che non ammette niente che porta, chi legge, a saperne di più e interferire col senso comune della fede cristiana. Il re e il papa quindi, si riflettono l’uno sull’altro e sulle conseguenze di una disputa e poiché a ogni azione c’è sempre una reazione, Si discute di una guerra in nome di Dio e della sua insensata natura.

E’ predominante la ricerca della verità, ma essa, come ce la presenta il Castelli, è come un fiore tra un milione di boccioli apparentemente tutti uguali e fondamentalmente diversi nel campo sterminato dell’esistenza.

Il romanzo presenta un ritmo lento, quasi meditativo ma per nulla tedioso, al contrario, il lettore si sente avvolto in un’atmosfera di rispettoso culto propria di una comunità abbaziale.

L’umiltà di essere piccoli di fronte a qualcosa che non è dato sapere e la presunzione dell’orgoglio travestito da modestia, fanno del romanzo una sfida all’intelletto e alle sottigliezze della mente e dei giudizi.

Una provocazione quindi quella di Castelli, che con la sua ormai nota maestria, riesce ancora una volta ad affrontare attraverso la storia di uomini di chiesa, il concetto di bene e male entrambi ben conosciuti dagli uomini di pensiero e dai cosiddetti semplici e convince perché soddisfa le attese del lettore senza essere melenso o prolisso.

Con uno stile asciutto e lineare mai anonimo o banale che distingue il talento dell’autore, con dialoghi diretti e accurati, il lettore s’immerge nella verità molteplice che si riflette sul bene e sul male e sono le facce di un’unica medaglia.

I personaggi I personaggi mostrano un carattere umile dato per amore della fede e della regola dell’obbedienza, tuttavia senza proferire a una noiosa retorica e rappresentano non soltanto i dogmi della chiesa ma sentimenti di uomini comuni in un contesto storico che affascina e incuriosisce quale l’anno bisestile del 1076 affrontando contenuti di spessore in una storia accattivante che coinvolge e sorprende con un finale tutto a sorpresa.

Iana Pannizzo

 

Autrice: Intervista ad Alessia Francone

Buongiorno lettori del mio blog,

Abbiamo incontrato nuovamente l’autrice Alessia Francone, conosciuta al salone del libro grazie alla sua fortunata saga di Reinkar. Alessia è una bella donna, simpatica e talentuosa. I disegni della saga di Reinkar sono frutto di una mano abile, la sua, che valorizza in fattezze fisiche, la personalità nobile dei protagonisti. Autrice e fumettista, quindi. 

Alessia ci piace perché i suoi romanzi, che lei definisce di tipo fantasy classico, trasmettono molto di più di qualche ora piacevole in un mondo fatto di draghi e maghi. I personaggi descritti e non solo quelli principali, hanno un proprio carattere, una personalità che si contraddistingue a dispetto dei ruoli marginali che un semplice romanzo ha o non ha. Ho letto da qualche parte che la saga della Francone è stata definita lettura per ragazzi, ma sinceramente ritengo assolutamente sbagliata questa definizione e che piuttosto non sia stata letta con la dovuta cura, andando a scavare là dove si perde la comune critica oggettiva. Piuttosto può essere letto ” anche” da un pubblico più giovane che è diverso dall’essere definito una lettura per ragazzi.

I romanzi della Francone sono strutturati in racconti per permettere a chi li legge, di potersi fermare senza perdere il filo della storia. Comportamenti, sentimenti e il rispetto sono il focus di un modo chiaro e più profondo di vedere la vita della nostra autrice trasmesso ai suoi personaggi, senza mettere in secondo piano i sentimenti negativi dei ” cattivi ” e le loro motivazioni. Ogni personaggio è descritto con cura e nei dettagli che una lettura più accurata saprà cogliere. 

Un’autrice che farà parlare molto di sé, a parere personale, versatile, brillante, capace di emozionare dentro un mondo fantastico che non segue i soliti clichè. 

Noi abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere in questa breve intervista e non ci resta che augurarvi buona lettura.

Iana Pannizzo

 

Alessia francone

Biografia di Alessia
Sono nata nel 1985 a Lanzo Torinese e vivo a Coassolo Torinese, un paese montano in
provincia di Torino. La lettura di libri e di fumetti è una delle passioni che coltivo sin da
bambina. Durante gli anni delle medie e del liceo ho continuato a leggere, con una
predilezione per i libri di avventura, fantasy e gialli. Nel frattempo si sono aggiunti altri hobby:
il disegno, l’attività musicale nella banda del paese (suono la tromba). In questi anni ho anche
iniziato a scrivere brevi racconti.
Ho studiato presso l’Università di Torino, conseguendo la laurea magistrale in Storia e,
successivamente, il dottorato di ricerca in Studi Storici. La mia area di specializzazione è la
storia medievale. Parallelamente mi sono diplomata in Archivistica, Paleografia e Diplomatica
presso la scuola dell’Archivio di Stato di Torino.
Attualmente lavoro come archivista e storica libera professionista.

INTERVISTA ALL’AUTRICE ALESSIA FRANCONE

D: Ciao Alessia e bentornata ad un libro per amico-recensioni.
Sei al tuo quarto libro della saga di Reinkar. Cosa dobbiamo aspettarci in quest’ultimo
lavoro?
R: Cara Iana, innanzitutto grazie per avermi accolto nuovamente nel tuo blog e per il tuo
interesse nei confronti della mia saga fantasy. Come tu stessa anticipi, sto scrivendo il quarto
e ultimo libro del ciclo di Reinkar, che sarà intitolato “Ai confini di Reinkar”. Analogamente ai
libri precedenti, sarà composto da tre episodi auto-conclusivi: due vedranno ancora una volta
quali protagonisti la maga Selene e il cavaliere Arne Von Wolden, insieme ai personaggi
ricorrenti che ormai i miei lettori conoscono: il capitano delle guardie Hirund Dreißen, il
soldato Heinrich, lo stregone Adamante. Il terzo racconto sarà invece una sorta di spin-off
dedicato a Korbinian, l’avventuriero che qualcuno forse ricorderà dal secondo libro, “I nemici
di Reinkar”. Tutti e tre gli episodi avranno appunto in comune l’ambientazione al di fuori del
regno di Reinkar, in luoghi più o meno lontani da quelli ai quali i nostri eroi sono abituati, e
conterranno la giusta dose di avventura, magia e suspence: i lettori potranno viaggiare con la
fantasia tra miniere gestite da personaggi senza scrupoli, castelli infestati e mari solcati da
pirati e galee da guerra… basta, non dico altro per non rovinare la sorpresa!
D:  Sappiamo che hai un romanzo a parte che fa parte in qualche modo della saga ma
che non è strutturato in racconti. Parlaci di questo lavoro.
R: È vero, nel mio cassetto ho da tanti anni un romanzo vero e proprio, auto-conclusivo ma che
non segue la consueta struttura a racconti, il cui titolo provvisorio è “Le montagne
dell’autunno”. Fa parte della saga perché ne riprende ambientazione e personaggi,
riallacciandosi anche ad eventi narrati negli altri quattro libri, ma allo stesso tempo è un’opera
a sé, le cui vicende si svolgono diversi anni dopo quelle degli altri volumi. Selene e Arne, i
miei protagonisti, sono più anziani e hanno dei figli ormai cresciuti, che giocano un ruolo
attivo nella storia; insieme ai loro alleati devono confrontarsi con un nemico pericoloso e
molto determinato, che tenterà di portar loro via tutto ciò che amano. Dal punto di vista della
struttura, si tratta di un libro classicamente fantasy, in cui è centrale il tema del viaggio, ma è
anche un’opera corale. Nella storia compaiono i personaggi che ruotano di consueto intorno
al mondo di Reinkar (Adamante, la Cancelliera Esperia, il capo delle guardie, ecc.), ma c’è
anche un passaggio verso la generazione successiva, quella dei figli o eredi di tali
personaggi, e la cosa non riguarda soltanto i “buoni”. Ora però sto davvero dicendo troppo…
D: Quanto c’è di Selene in Alessia?
R: Ecco una domanda difficile. Iniziamo con le differenze: Selene è una maga potente e
bellissima, io non ho nessuna di tali caratteristiche! L’aspetto di Selene in cui mi ritrovo di più,
invece, è l’indipendenza: la mia protagonista, se serve, può anche chiedere consiglio e aiuto,
ma alla fine decide autonomamente che cosa fare e come gestire la propria vita, senza
dipendere dagli altri. In secondo luogo, in quanto maga, Selene è un’intellettuale, una donna
di sapere: questo è senz’altro un elemento di affinità tra me e lei, visto che da sempre mi
piace studiare, leggere, fare ricerca.
D: A quale personaggio sei più simile e perché?
R: Se si parla di affinità caratteriale e morale, non c’è storia: il mio personaggio preferito è Arne
Von Wolden, il coprotagonista maschile. È curioso che, dopo essere partita con la creazione
di una saga fantasy volutamente incentrata su una protagonista femminile forte e

indipendente, abbia finito con l’affezionarmi così tanto a questo cavaliere dal carattere
emotivo e a volte persino malinconico, che incarna molti dei valori in cui credo: l’onestà, lo
spirito di sacrificio, l’amore per la libertà, il rispetto verso le persone meno fortunate, la
capacità di perdonare. Arne è un personaggio affascinante che, nella saga, si scopre poco a
poco, a differenza di Selene che conosciamo fin da subito nei suoi caratteri fondamentali; mi
pare che il suo tratto più bello sia quello di essere in grado di compiere gesti grandi (in termini
di eroismo, di valore, di generosità), rimanendo al contempo molto umano nelle sue paure,
nei suoi dubbi, nel dolore che a volte conosce da vicino.
D: Hai mai pensato di scrivere un fantasy a quattro mani ma che non sia con tua sorella
Cristiana?
R: Direi di no. L’unico tentativo (peraltro non andato a buon fine) l’ho fatto proprio con mia
sorella; si trattava di un fantasy serio e non siamo riuscite a trovare un buon equilibrio. Invece
ci solletica l’idea di scrivere insieme un fantasy umoristico, che è più nelle nostre corde.
Non ho invece mai pensato ad un fantasy a quattro mani con un altro autore: per fare un
buon lavoro serve un forte affiatamento e temo di essere troppo poco avvezza alla
cooperazione in team… Finirei probabilmente per litigare oppure, al contrario, per cedere
senza mettere quasi nulla di mio. Diverso il discorso per un libro che non sia un romanzo: un
progettino c’è ma per ora è ancora in alto mare e preferisco non anticipare niente.
D: Se dovessero proporti una mini serie televisiva tratta dal racconto, accetteresti? E
quali attori immagineresti nei panni dei protagonisti?
R: Ovviamente accetterei di corsa, anche perché adoro i film con scenografie imponenti e
costumi fantasy o storici! Sarebbe molto interessante vedere il passaggio dalla pagina allo
schermo. Qualcosa senz’altro si perderebbe, d’altra parte la struttura a racconti si
adatterebbe probabilmente ad una serie a puntate senza comportare “tagli” troppo cospicui.
Per quanto riguarda gli attori, questa è una domanda che mi è stata fatta anche in passato e
che mi mette sempre in crisi. Rimanendo in casa nostra, di recente ho apprezzato molto
l’interpretazione di Lino Guanciale nella fiction La porta rossa, ha saputo dare al suo
personaggio un che di malinconico che calzerebbe bene anche all’interpretazione di Arne.
Però ha un aspetto molto diverso dall’Arne descritto nei miei libri… Tra gli attori stranieri,
quello che mi sembrerebbe più adatto è Chris Hemsworth (con i capelli lunghi e senza barba),
già noto per il ruolo di Thor nei film della Marvel. Quanto a Selene… Tra le attrici italiane la
vedrei ben interpretata da Violante Placido, se invece andiamo oltre i confini del Belpaese ti
risponderei Angelina Jolie.
D: Hai mai pensato di presentare la storia di Reinkar a fumetti per un maggior impatto
visivo con un pubblico più giovane?
R: Wow, questa sì è un’idea! In realtà non ci avevo mai pensato, pur amando tantissimo i fumetti
(sono una lettrice di fumetti bonelliani, in particolare di Tex). Mi chiedo in realtà se i fumetti

rappresentino ancora, per il pubblico degli adolescenti, ciò che costituivano alcuni decenni fa;
anche in questo campo, come in quello dei libri, la concorrenza delle nuove tecnologie non
perdona. D’altra parte, le mie storie presentano indubbiamente un ritmo e delle vicende
adatte a una trasposizione fumettistica, io per prima mi divertirei un sacco a leggere “Il ciclo di
Reinkar a fumetti”. C’è qualche fumettista che ci sta leggendo? Se sì, batta un colpo!
D: Che consigli daresti agli aspiranti autori fantasy?
R: Premetto che mi sento più adatta a ricevere consigli che a darne agli altri, giacché mi ritengo
poco più di un’esordiente. Il mondo dell’editoria è molto complesso e io stessa ho iniziato a

conoscerlo superficialmente solo negli ultimi anni, dopo la pubblicazione dei miei libri (il primo
dei quali, La maga di Reinkar, è stato dato alle stampe nel 2016).
Con molta umiltà, mi sentirei comunque di dare i seguenti consigli a chi, come me, volesse
iniziare oggi a scrivere fantasy:
a) leggete, leggete, leggete;
b) cercate una strada che vi consenta di essere originali e tradizionali allo stesso tempo, cosa
non propriamente facile per un genere come il fantasy che, oltre ad avere molti filoni, negli
ultimi anni ha visto una fioritura di titoli;
c) nello scrivere, prestate attenzione all’uso della lingua e dello stile. Non basta una bella
storia a fare un bel libro, se poi quella storia non è scritta in un italiano scorrevole e corretto
(un editor può aiutarvi);
d) valutate attentamente le opzioni: editoria tradizionale, selfpublishing, pubblicazione in
ebook… Ogni autore ha le sue esigenze. Evitate però in modo assoluto l’editoria a
pagamento, chi vi chiede di pagare cifre enormi per pubblicare non fa il vostro bene, ma solo
quello del proprio portafoglio;
e) siate costanti, determinati e lavorate sodo, senza scoraggiarvi ma senza avere false
illusioni. Siate umili e ascoltate i consigli degli altri, anche di quelli che criticano il vostro libro
(in modo costruttivo), perché questo può aiutarvi a migliorare. E infine… buona fortuna!

I: Grazie Alessia per essere stata con noi e averci dedicato il tuo tempo. Noi ci rivediamo alla prossima intervista in attesa di leggere il tuo ultimo libro della saga di Reinkar.